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Francesco Petrarca

Curatore: U. Dotti
Editore: Einaudi
Collana: I millenni
Anno edizione: 2007
Pagine: X-787 p. , ill. , Rilegato
  • EAN: 9788806189921
A misurare la distanza che separa Petrarca da Dante, o meglio il distanziamento assunto dal primo nei confronti dell'ingombrante presenza del secondo, gioverà confrontare il loro incontro con Adamo. Se Dante, nel ventiseiesimo del Paradiso, sfida i problemi teologici più ardui nel confronto con il progenitore – il tempo della permanenza nell'eden, le ragioni del peccato, la lingua del primo uomo –, affondando lo sguardo nelle radici stesse della verità e della storia, Petrarca tratta con suprema sprezzatura ogni discorso su colui cui deve dare il primo posto, "non certo per merito ma per età", nella schiera dei personaggi di cui si compone la versione "universale" del De viris illustribus.
"Al di là dei consueti inutili e tardivi lamenti non saprei che dire", protesta Petrarca all'inizio e alla fine della paginetta su Adamo, che per la "seduzione di una donna" scambiò la "somma pace spirituale" con l'infelicità in cui trascinò l'intera sua innocente progenie (ma di lamenti sul "male comune" procurato dal primo padre è intessuto, invece, tutto il canzoniere). Il "trapassar del segno" di cui Adamo si accusa nella Commedia è svanito, così come il prodigio del solo uomo che nacque come "pomo maturo". Agli occhi di Petrarca, l'unico prodigio è che dalla radice "aspra e amara" del tribolato inizio siano nati "quei bei rami verdi e frondosi" di cui farà rassegna nell'opera, e che solo lo occupano: se il primo uomo è colui "oltra il qual occhio non varca" (secondo i Triumphi), la storia si arresta assai prima, e solo della storia si può parlare, volendo attenersi ai "fondamenti solidissimi del vero": "prima infatti del tempo di Nino non c'è niente di storico, e i lamenti non giovano a nulla".
Dal profondo oblio in cui cadde il De viris presso gli umanisti, che potevano leggere direttamente nelle fonti classiche quelle vite la cui raccolta iniziava a sembrare un mero "zibaldone da quaresima" (si veda l'introduzione di Guido Martellotti alla sua edizione critica dell'opera, Sansoni, 1964), si salvò il solo volgarizzamento quattrocentesco; ma per poco: il silenzio avvolse l'opera da cui Petrarca, insieme all'Africa, sperava gloria, fino ai restauri filologici otto e novecenteschi. Ora, in virtù del rinnovamento degli studi e delle edizioni petrarchesche indotto dalle celebrazioni del settimo centenario della nascita, escono a pochi mesi di distanza la prima traduzione italiana moderna del De viris, dovuta a Silvano Ferrone e a Caterina Malta e pubblicata in due volumi per Le Lettere (2006-2007), e questa dovuta alla penna sapiente di Ugo Dotti, che del Petrarca latino è uno dei massimi conoscitori, tanto più preziosa in quanto restituisce alla lettura un'opera che nella sua interezza, e anche nell'originale, era di difficile reperibilità fino ad anni recentissimi (almeno per le vite da Adamo a Ercole, che fino agli accertamenti testuali procurati da Caterina Malta si potevano leggere solo nel testo Nolhac del 1890).
Nel "Millennio" si trovano riassemblate le due principali versioni del De viris, che Petrarca iniziò con una mira essenzialmente "romana", da Romolo a Catone il Censore, per poi estendersi a un'ottica universale, da Adamo in poi. Delle ragioni di questo ampliamento Dotti offre una spiegazione che le ricomprende nell'umanesimo petrarchesco, in opposizione alla lettura, elaborata sulla scia della vecchia interpretazione di Nolhac sui tempi di composizione dell'opera, che lo ascrive a una sorta di enciclopedismo di marca medievale che rappresenterebbe una sorta di retrocessione negli intenti compositivi. Allargare lo sguardo dal "romano" all'"uomo", invece, secondo Dotti significa "meditare sulla storia e fare di essa l'oggetto incontestabile della stessa humanitas": dalla gloria di una romanità come oggetto di nostalgia Petrarca trascorre dunque, di pari passo con l'ampliamento delle sue conoscenze, allo studio dei moventi umani, indagati anche laddove appare più difficile sceverare tra vero e leggenda.
È in grazia di questa interpretazione che Dotti offre un testo ricostituito cronologicamente, con il "secondo" De viris (dotato della cosiddetta "prefazione B", cui Dotti assegna il valore di proemio generale) posto in prima posizione, sotto la denominazione di Sezione biblica, a precedere la Serie romana e la terza redazione della Vita di Scipione. Solo la lettura complessiva dell'opera, e in primo luogo la citata prefazione B come premessa generale, lascia trasparire quell'intento polemico contro la contemporaneità in cui Dotti legge accenti non dissimili da quelli che muovono le Sine nomine: la degenerazione della chiesa è anche degenerazione dei tempi, e sarà solo per "fortuna" e "nullaggine del nemico", come lamenta Petrarca, che qualche condottiero arriva ancora a cogliere un'effimera nomea: non certo per virtù. Quella, insieme alla vera gloria, si è estinta da tempo. Sabrina Stroppa

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    Gabriele - Urbino

    16/11/2007 19.47.25

    Il voto basso non è per Petrarca, né per il curatore Dotti, ma per l'editore, che nel 2007 non ha il coraggio di pubblicare un'opera del nostro più grande scrittore in latino del Medioevo COL TESTO A FRONTE!! Siamo ormai così pochi ad apprezzare i classici e in particolare Petrarca, autore indubbiamente non facile; perché un lettore (evidentemente colto) deve accontentarsi di una versioncina, senza poter leggere il suo bellissimo latino?? Questo non ce lo aspettavamo da una collana di prestigio come "I Millenni"... E pensare che in Francia Les Belles Lettres ha messo in cantiere da molti anni una serie di opere latine di Petrarca (Seniles, Africa...) introvabili, con testo critico, commento, e traduzione a fronte!! Per non parlare dell'editore Millon di Grenoble, che ha avuto l'ardire di far uscire un'opera colossale come il De Remediis Utriusque Fortunae, mai più stampata da secoli!! E noi?... Italia mia! (direbbe il Nostro).

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