Una valigia di cartone

Nelida Milani

Collana: La memoria
Edizione: 2
Anno edizione: 1991
In commercio dal: 2 ottobre 1991
Pagine: 128 p.
  • EAN: 9788838907319
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recensione di Maramieri, G., L'Indice 1992, n. 2

Nella scrittrice istriana Nelida Milani Kruljac, il tema della difficile identità di chi è minoranza nazionale e culturale indica una disposizione a osservare la realtà con occhio vago, eternamente straniero ma, proprio per questo, allenato a una poliedrica gamma di codici espressivi. Il fascino della narrazione in "Una valigia di cartone", il primo racconto che dà il titolo al volume, è affidato alla vibrante voce di Norma, ormai anziana, in una insolita pausa di riflessione in ospedale, dove si trova ricoverata per un femore rotto. Seguendo cadenzate evocazioni interiori - alle quali si intersecano suggestive locuzioni in dialetto - Norma ci narra un'umanità ferita ma non rassegnata la cui schietta filosofia di vita si riassume nella sicurezza che, una volta adulti, "è possibile vivere anche con la disperazione in cuore", perché "solo quando si è molto giovani il primo duro colpo sembra la morte stessa"; mentre da adulti si impara a passare attraverso gli eventi se non proprio corazzati di cinismo, perlomeno muniti di distaccata ironia. Attraverso il filtro di una memoria lucidissima, il racconto procede per grandi frammenti associativi - sogni passati, esperienze attuali e speranze per il futuro - in cui si ricompongono secondo un disegno inedito, ma non per questo meno vero le origini contadine, il periodo duro delle guerre, il fascismo, l'esodo; e, soprattutto, sul piano personale, la miseria dell'infanzia, il lavoro di cameriera in casa di signori, il matrimonio con Berto, una "testa calda", un socialista che, morendo precocemente, la lascerà da sola a badare alla casa e alla figlioletta nata da poco.
"Ci sono ricordi d'infanzia e di gioventù indelebili come i tatuaggi sulla pelle", scandisce Norma con entusiasmo febbrile, man mano che la filigrana dei ricordi, legati ad eventi grandi e piccoli che credeva affondati nell'oblio, si ricompone in tutta la sua interezza. Ecco così materializzarsi guizzanti presenze appartenenti al passato ma ancora vive: il simpatico vociare del nonno il cui slavo rimaneva ostinatamente italiano; i discorsi senza fine del fratellino Giovanni la cui immaginazione gli faceva credere in tutto quello che sentiva o diceva; la compagna di giochi, Pinuccia, "una testa matta sotto la frangetta in tanti filini spartiti uno per uno sulla fronte col pettine bagnato nell'acqua zuccherata"; e la scoperta, più tardi, che per essere felici "occorre sentirsi esattamente ciò che si è" (un'intuizione davvero straordinaria per un'adolescente che parlando di socialismo con il fidanzato crede che la parola "insurrezione" abbia a che fare con "quando Gesù Cristo torna sulla terra").
Ma come è possibile sentirsi "ciò che si è" in una "povera patria, sotto a chi tocca: ora slavi, ora italiani"? Questo l'interrogativo che assale anche la protagonista di "Impercettibili passaggi", il secondo racconto che compone il volume. Nella confusione che si crea in una condizione di pluralità linguistica e culturale Maria una giovane maestra istriana dei nostri giorni, tenta di decifrare l'impercettibile malessere che fin dalle prime battute ha il volto dello sradicamento sociale. Ed è un disagio che non risparmia neppure i ragazzini ("Maestra, a casa mi parlo crovato, a scola talian e in strada talian e crovato. Cossa son mi, talian o crovato?"); n‚ prescinde dalle azioni quotidiane dagli oggetti usati ogni giorno ("Mi aggiro per il soggiorno, ci sono parecchie cose sublimi di pessimo gusto che non posso toccare").
Come salvarsi da questa progressiva alienazione della realtà? Come comunicare col mondo, senza rinunciare alla propria identità culturale? Impartendo giorno dopo giorno le lezioni ai suoi piccoli allievi, Maria scopre il potere delle parole, i miracoli della sintassi che "gerarchizza l'indifferenziato caotico del mondo e mette le cose al posto giusto". Le parole vanno forzate verso l'aspetto sensibile delle cose, spiega Maria nelle sue lezioni: bisogna torcere il collo alle parole, e al tempo stesso rispettarle, farne un uso corretto, mai approssimativo; solo in questo modo si possono avverare i sogni più bizzarri: "tutto si può fare e dire con le parole, anche ciò che non esiste affatto". Ma è davvero così semplice veder realizzarsi i propri desideri? Naturalmente, no: per quanto preciso possa essere l'uso della lingua, non ci sono parole al mondo capaci di esplorare le profondità dell'animo umano, di registrarne gli "impercettibili passaggi", gli sbalzi di umore, le sfasature fra pensieri e sentimenti. Come già nel primo racconto, Nelida Milani ci offre un personaggio femminile il cui sofferto diagramma esistenziale - costellato di desideri inappagati, richieste d'amore inevase - trova riscatto soltanto nel distacco fabulatorio della memoria. A indicare che se le parole per raccontare il proprio passato non preservano dal dolore, perlomeno ne consentono l'esatta decifrazione.
Così nel processo di reinvenzione della memoria, Maria scopre come la formula spicciola del "mejo dure groste de pan, ma l'cor in pase ancoi e anche doman" non le abbia impedito finora di sperare in improvvisi miracoli, in future prosperità. Dopotutto, i miracoli sono di questa terra, dice la protagonista, e il destino dell'umanità si costruisce compiendo coraggiose lacerazioni nella storia. Così come la scrittura di Nelida Milani - per mezzo di felici innesti linguistici - si ribella agli stereotipi dell'idioma ufficiale lacerando la formula chiusa del romanzo.

Con semplicità sincera - con l'intima assenza di retorica e di tesi, che nasce dal trattare delle «poche cose di una vita», la cui grandezza risalta però definitiva nel contrasto con quei grandi effetti della storia che le piccole cose disordinano, scompigliano, disperdono - questi due racconti attingono al tema dell'identità difficile di chi è minoranza nazionale e culturale. L'autrice, Nelida Milani Kruljac, è un'istriana di Iugoslavia che nel suo paese (se gli eventi attuali consentono ancora di parlarne come di un paese) ha percorso al contrario il cammino dell'integrazione: dalla comunità culturale croata, in cui s'era inserita, indietro alle montagne e ai paesini dove vivevano i suoi antenati di lingua italiana, a sostare di fronte a memorie altrimenti inesorabilmente mute. E due memorie sono questi due racconti: di una contadina istriana degli inizi del secolo che inizia a vagare bambina tra le guerre, il fascismo, la resistenza, l'esodo; di una maestra istriana dei giorni nostri che si disperde in più moderne e vaghe diaspore. La prima dichiarandosi troppo ignorante per capire, la seconda che forse crede di comprendere: ma in entrambe quell'angosciante confusione per la quale il nostro secolo non sembra aver trovato e trovare medicina.