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recensione di Concilio, C., L'Indice 1998, n. 2

La pagina come campo da traversare, il verso come il solco lasciato dall'aratro, la penna come vanga: sono le metafore evocate da Heaney, a definire il poetare come un fare contadino. Sono metafore "terrigne" che sanno di bruna torba fumante e d'Irlanda: "E mi torna in mente l'odore freddo della terra / Delle patate, lo scalpiccio sulla torba fradicia, / I colpi risoluti della vanga tra le radici vive. / Ma io non ho la vanga per seguire uomini così. // Tra l'indice e il pollice / Ho la penna. / Scaverò con quella". Così recitano i versi della più nota tra le poesie di Heaney, "Digging", nella traduzione di Franco Buffoni ("Scavando", Fondazione Piazzolla, 1991). Mai così vicina è parsa la parola del poeta di "Il forcone" e "La cesta di castagne" a quella del pittore-contadino Van Gogh. Ma va da sé che come Van Gogh, pittore di interni, urbano, ritrattista e paesaggista, Heaney, pure, è raffinatissimo poeta di cose variegate.
Di terra, sì, e di mare, per cominciare, perché è tutto un viaggiare attraverso liquidità d'acqua e di luce in questa raccolta, successiva a "Station Island" (Mondadori, 1992) e "Poesie scelte" (Marcos y Marcos, 1996), dove il contadino lascia il posto al pescatore e dove, complice la traduzione, pare di riascoltare la nostalgia delle assonanze di Montale: "Quiete di porto deserto" - quasi un meriggiare pallido e assorto - "Ogni pietra chiarificata e assopita sott'acqua, / il molo una muratura di silenzio" - presso un rovente muro d'oro. "Pienezza. Lucore. Atlantico alto gravato / in cui gli ormeggi stavan quasi immoti, esiguo / chiocciare delle onde sul fasciame" - e qui l'attacco tripartito rievoca un altro finale montaliano: nel meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato. La scelta del lessico montaliano non è casuale, ma risponde invece all'esigenza di tradurre in endecasillabi il pentametro del verso inglese.
Di terra e di acqua, si diceva, è fatta la materia delle poesie di Heaney, e la raccolta si apre con una traduzione del canto sesto dell'"Eneide", quando Enea chiede alla Sibilla di indicargli la via per giungere agli inferi; mentre l'ultima poesia traduce il canto terzo dell'I"nferno" di Dante, il viaggio delle anime forzate da Caronte oltre lo Stige. A qualcuno, però, la Musa concede di tornare, magari su un autobus che riporta a casa, "nel cuore del normale", un uomo "che aveva visto la poesia": a Philip Larkin è dedicato il "Viaggio di ritorno"; mentre a Ted Hughes è dedicata la terza delle poesie sulla pesca, "Lanciare e tirar su", i cui versi finali sono una dichiarazione di fede negli opposti, in quei "backwards and forwards", "casting and gathering", in quell'aerea leggerezza del volo della lenza cui risponde il controcanto del radicamento: "Eri felice / quando tirando su ti ritrovavi / legato, dalla pianta dei piedi / alla punta della canna, alla salda, / vibrante, sonora presa del fiume".
Ma nell'apprestarsi al gioco delle biglie, così come nella pesca, cristallizzata nell'istante di massima tensione della canna e che mai si compiace del suo frutto, è lì che nuovamente s'insedia la metafora del fare poetico. In una tensione e in una ricerca che, pur calibrandone con cura la geometria architettonica in terzine, quartine e sonetti dalla forma compiuta, le linee d'intersezione sonora in assonanze, allitterazioni e rime interne, la chirurgica angolazione del tiro nella scelta lessicale che Montale, ancora una volta, definirebbe "da poeta laureato", ancora non si gode il pur certo risultato: ""Squarings"? Nel gioco delle bilie / era tutto quel flettersi, mirare, / fintare, strizzare gli occhi, // cui si ha diritto prima di tirare, / quell'assieme di accosciamenti, tensioni, / pressioni di pollice, saggi, ritirate, // ri-raffigurazioni, tutti i modi / in cui il braccio continuava a sperare / nella vittoria di certezze cieche // oltre il momento unico del lancio. / Tra lo sporgersi dei muscoli e lo spazio / segnato da tre buche ed una retta / passavano miliardi di accuratezze. / Era uno strizzar gli occhi per guardare / fuori da un lucernario del mondo".
Strizzare gli occhi per vedere cose oltre il possibile dell'ordinario, come nella poesia che dà il titolo alla raccolta, in cui il poeta vede se stesso salpare sull'incerta barca della vita.