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Tommaso Padoa Schioppa, Beda Romano

Editore: Il Mulino
Collana: Contemporanea
Anno edizione: 2009
Pagine: 188 p. , Brossura
  • EAN: 9788815130976
Usato su Libraccio.it € 7,56

Dopo quasi tre anni dall'inizio della crisi non solo è possibile, ma è anche assai opportuno cominciare a ragionare più serenamente e più a fondo sugli elementi che l'hanno prodotta. Questo libretto di Tommaso Padoa-Schioppa (La veduta corta. Conversazione con Beda Romano sul Grande Crollo della finanza, pp. 188, € 14, il Mulino, Bologna 2009), che ha la forma di un dialogo con la corrispondente a Francoforte per "Il Sole 24 Ore", si rivolge in modo piano al lettore non economista, ma può essere letto molto utilmente anche dall'esperto macroeconomista. E si presta ottimamente allo scopo di approfondire i problemi oltre la visione convenzionale. Ha infatti il pregio notevolissimo di svolgere un ragionamento che va decisamente controcorrente rispetto all'impressione generale che si ricava dagli interventi di gran parte degli economisti sulle terze pagine dei giornali. L'idea, cioè, che il peggio sia passato, che l'inversione di tendenza sia iniziata, che i sistemi finanziari e le banche siano stati rimessi in ordine, anche se siamo ancora in attesa di una regolamentazione della finanza a livello internazionale. Certo, i salvataggi sono avvenuti al prezzo di massicci interventi pubblici che lasciano sul terreno enormi disavanzi di bilancio e un debito pubblico crescente con cui, prima o poi, si dovrà cominciare a fare i conti. Disavanzi e debiti crescenti, naturalmente, significano (equivalgono a) altra finanza. Ma che, insomma, il pericolo di una ripetizione dell'esperienza disastrosa degli anni trenta del secolo scorso sia stato evitato.
E dunque, anche se con qualche inquietudine e cattiva sensazione, l'idea dominante è che possiamo tutti tornare alle nostre abituali incombenze: le persone pratiche ai propri affari (business as usual), i macroeconomisti alle loro previsioni e stime quantitative sui tempi e sull'intensità della ripresa (econometrics as usual). Questo atteggiamento, in ultima analisi, riflette secondo l'autore – e chi scrive si trova pienamente d'accordo – una credenza errata: che la crisi sia stata solo il frutto delle sregolatezze e dell'imprudenza del mondo della finanza, con la condiscendenza di politiche monetarie, soprattutto negli Stati Uniti, troppo generose, cioè troppo espansive. E che la cosiddetta "economia reale" (un termine con cui gli economisti indicano tutte le attività economiche che non sono credito e finanza) sia stata solo vittima e non complice o addirittura fondamento e premessa della crisi. Basta con gli eccessi della finanza, si è sentito dire in importanti convegni da esponenti del mondo industriale, torniamo all'economia reale! Giusto nel momento in cui altra finanza viene chiamata in campo come conseguenza degli interventi anti-crisi.
Dal punto di vista del contenuto, il pregio di Padoa-Schioppa sta nel fatto che esprime con forza la convinzione che al fondo della crisi finanziaria ci siano in effetti degli squilibri "reali" insostenibili, cioè un tipo di crescita economica (quello che ha operato negli Stati Uniti) basato sull'aumento dei consumi finanziati a debito. Un meccanismo insostenibile nel lungo periodo, ma che ciononostante è stato lasciato operare indisturbato. Un meccanismo che deve necessariamente essere corretto. Senza dunque togliere nulla agli eccessi della finanza, all'oscurità e pericolosità di alcuni dei suoi prodotti "innovativi": "La lettura che ci permette di comprendere a fondo la crisi deve essere più generale. La crisi è economica prima che finanziaria, è la crisi di un modello di crescita, la bolla dei consumi a credito." La crisi dei mutui subprime è un epifenomeno, il redde rationem di un andamento insostenibile, la manifestazione di squilibri di natura più economica che finanziaria. La responsabilità fondamentale della crisi, perciò, sta negli squilibri dell'"economia reale", interni agli Stati Uniti e internazionali, che la politica economica non ha saputo o voluto correggere. "La politica economica sapeva, doveva sapere, che un mercato senza regole non è naturalmente stabile. (…) la crisi – in definitiva – è figlia dello sguardo corto, del venir meno di un orizzonte temporale lungo" nelle decisioni economiche: sia da parte degli operatori economici privati (famiglie e imprese) sia, soprattutto, da parte dei responsabili della politica economica nazionali (in particolare negli Stati Uniti) e internazionali.
Riguardo a questi ultimi l'autore ricorda come ancora nell'aprile del 2008, con la crisi già in pieno svolgimento, i comunicati del gruppo dei sette paesi più industrializzati del mondo (G-7) "ripetevano una specie di ritornello rimasto invariato per alcuni anni, senza avvertire preoccupazione per il fatto che una situazione da tempo dichiarata insostenibile (ndr: quella relativa al deficit con l'estero della bilancia commerciale americana) non accennasse a correggersi". Molti esponenti dell'establishment politico e intellettuale vicino al presidente americano (si trattava di W. G. Bush) hanno addirittura teorizzato che gli squilibri globali (il cosiddetto "doppio deficit" statunitense, nei conti con l'estero e nei conti pubblici) non erano pericolosi, che erano sostenibili proprio grazie alla globalizzazione e all'aumento degli scambi commerciali. "Lei mi chiede – dice l'autore rivolgendosi all'interlocutrice – perché nessuno abbia contraddetto i rappresentanti americani nei vertici internazionali. Rispondo: perché la crescita senza risparmio degli Stati Uniti ha fatto comodo a tutti. Essa trainava l'intera economia mondiale e tutti si guardavano bene dal sollecitare che il festino terminasse. Poco valevano le frasi di rito con cui nei comunicati del G-7 o del Fondo monetario internazionale si auspicava una correzione. Ricordo bene il Leitmotiv con cui l'esponente americano rispondeva a chi sollevava qualche obiezione: di che cosa vi lamentate, visto che tutti registriamo una forte crescita economica?". E ancora: "È curioso che in questi anni nessuno negasse, a parole, l'insostenibilità della crescita senza risparmio; che quasi nessuno giudicasse prolungabile ad infinitum l'indebitamento e il disavanzo esterno degli Stati Uniti. Tutti o quasi prevedevano una correzione degli squilibri globali e auspicavano che fosse ordinata (orderly si leggeva nei comunicati in inglese del Gruppo dei Sette). Il fatto è che questa idea condivisa non si traduceva in azioni concrete, né da parte dei soggetti privati né da parte dei governi, per evitare che il mondo finanziario sfuggisse di mano".
La correzione, ahimè, come abbiamo visto non è stata "ordinata". Va notato che molti politici (a cominciare dal nostro attuale ministro del Tesoro) hanno messo sotto accusa gli economisti "per non aver previsto la crisi". Ma se è fondato il discorso di Padoa-Schioppa sulle origini "reali", e non solo finanziarie, della crisi, e veritiero il suo resoconto delle discussioni che avvenivano nei vertici degli organismi economici internazionali, allora ne segue che il giudizio è insensato, e va semmai capovolto: non sono gli economisti a non aver messo sull'avviso i politici, ma al contrario i politici in carica – negli Stati Uniti e altrove, inclusi ovviamente i loro imitatori nostrani – ad aver tollerato troppo a lungo un modello insostenibile di sviluppo basato sul debito, e a non aver dato corso per tempo agli interventi correttivi. Gli economisti – non tutti, occorre dire – si sono se mai troppo cullati nella speranza che la correzione potesse essere rinviata nel tempo e potesse avere carattere graduale.
Un altro aspetto importante del libretto riguarda il ruolo svolto dal "fondamentalismo di mercato". Secondo Padoa-Schioppa non c'è solo un "fondamentalismo antimercato", c'è anche, e ha pesato fortemente dagli anni ottanta in poi, un "fondamentalismo di mercato", un'ideologia che è stata alla base e ha giustificato il non intervento macroeconomico a correzione degli squilibri, e che ha promosso un eccesso di deregolamentazione in campo monetario e finanziario. L'imputato, in questo caso, è il neoliberismo della scuola di Chicago. Non tanto il monetarismo nei suoi aspetti tecnici di gestione della politica monetaria, che di fatto è da tempo "un cane morto": la gestione della politica monetaria in particolare – nonostante Friedman – è sempre stata basata sulla variazione dei tassi di interesse, e non sulla gestione "automatica " della quantità di moneta, come vorrebbe invece il canone monetarista. Ma il monetarismo ha influito in quanto ha giustificato l'idea generica e cieca che i mercati siano sempre in grado di auto equilibrarsi.
Perché negli Stati Uniti il risparmio si è sempre ridotto fino ad annullarsi, ponendo le premesse per il sorgere del fenomeno dei "consumi a debito"? A questa domanda Padoa-Schioppa non risponde. Forse la risposta va cercata nell'impoverimento delle classi popolari, che hanno cercato di difendere il loro status ricorrendo al debito garantito (i famosi mutui subprime) dal valore della casa in proprietà, che si supponeva destinato a una crescita continua.
In prospettiva l'autore ritiene che i paesi ricchi (Stati Uniti, Europa, Giappone) sono destinati a una crescita economica più lenta, o addirittura a una crescita nulla. Solo nel resto del mondo, caratterizzato dalla povertà e dalla fame, la crescita dovrebbe continuare là dove già avviene (vedansi i casi della Cina, dell'India e del Brasile) e diffondersi e accelerarsi altrove. È il modello che Padoa-Schioppa chiama di "crescita differenziata", anche se ammette che "non sappiamo né come né se quel modello possa funzionare". Una bella sfida, indubbiamente.
Gian Luigi Vaccarino