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recensione di Cozzi, G., L'Indice 1986, n. 5

Il nostro tentativo, scrive Manfredo Tafuri, tracciando nella premessa al suo volume le linee programmatiche, 1/2è volto a eliminare - per quanto possibile - pregiudizi, a liberare la storia dell'architettura e della città dal soffocante e provinciale ghetto in cui alcuni dei suoi cultori tendono a confinarlaÈ. Bisogna pertanto "calare la storia dell'ambiente costruito all'interno della storia istituzionale, di quella religiosa di quella della mentalità". "Le forme visibili" ci avverte ancora T., "nascondono accuratamente la storia della loro genesi e ancor più nascondono le scelte perdenti: dagli archivi e dalle testimonianze dei contemporanei emergono a getto continuo progetti che nel loro insieme disegnano città 'altre', non realizzate, da far divenire oggetto di interrogazione storica". E un tentativo perfettamente riuscito. M.T. ha interrogato progetti approvati e progetti falliti, ha chiesto, per riprendere le sue parole, il perché "della loro sconfitta" ai progetti irrealizzati, e il perché del loro successo a quelli realizzati. La risposta l'ha avuta dalla società veneziana, o da quei settori di essa che si erano fatti portavoce dei progetti, e più avevano risentito di successi o insuccessi, ma insieme anche dagli altri, partecipi attivamente o passivamente della vicenda politica che si snodava nella loro città.
Protagonista è dunque la società veneziana del Rinascimento. È un Rinascimento che vede integrarsi l'apertura culturale verso l'umanesimo con lo schiudersi alle voci più insistenti, più penetranti, di un sentire religioso fatto di ricupero della parola evangelica, di una interiorizzazione della fede, di una esaltazione del Cristo e del suo sacrificio salvifico per coloro che fidassero in lui: era la 'Devotio moderna', era il pensiero e l'opera di Erasmo da Rotterdam: poteva aggiungersi, per taluno, anche l'incitamento conturbante del pensiero e dell'opera di Lutero.
A Venezia, dopo che la Repubblica era stata bloccata da disastri militari per terra e per mare nel momento in cui più era proiettata in avanti, molti erano convinti che erano intervenuti nel mondo mutamenti profondi, irreversibili, di cui era impossibile non tener conto, e ci si domandava secondo quali linee politiche ci si dovesse ora muovere; e questo intrecciarsi di motivi spirituali e culturali, questo tormentarsi nelle scelte politiche, alimentava uno dei momenti più intensi e più incerti della sua storia. Un Rinascimento che si conclude poco meno di un secolo dopo, ossia all'indomani della famosa questione dell'Interdetto, nella quale una Repubblica rinfrancata, fiduciosa nelle sue possibilità politiche e nelle sue risorse religiose, aveva osato sfidare la Sede Apostolica, contrapponendo alle sue pretese la propria condizione di principe capace di difendere appieno la propria sovranità.
Si profila, lungo tutto questo arco di tempo, un problema unitario: che cosa significa per la città, che cosa comporta per il suo equilibrio politico, non solo la riforma di qualche sua struttura costituzionale, ma l'accoglimento di voci di una cultura diversa dalla propria, o per lo meno nata altrove, su ceppo di altre esperienze e di altre tradizioni; più particolarmente, se è accettabile in questa città, così qualificata dall'ambiente naturale in cui è sorta, così caratterizzata dalla sua storia, così incline a ripiegarsi gelosamente sulla sua identità, il modificare il suo volto edilizio ed urbanistico, le sue chiese e i suoi palazzi e i suoi monumenti così come la prospettiva di celebri luoghi come la piazza San Marco o l'ampiezza e l'ordine dei suoi sestieri. Un problema che vede di fronte da una parte degli uomini con idee politiche e sentire religioso, spesso intrecciati strettamente, e con una visione del presente e del passato della città anch'essi strettamente congiunti: dall'altra parte, i piani per gli edifici e per l'urbanistica, quali documenti di quelle idee e di quel sentire, o addirittura strumenti per la loro affermazione.
Va subito detto che M.T. tiene fede alle sue premesse programmatiche. Egli è riuscito a scrivere, muovendosi tra idee politiche e religiose e progetti architettonici e urbanistici, uno dei libri più belli che la storiografia veneziana possa vantare. Un libro dei più nuovi, dei più suggestivi, dei più stimolanti che sia dato di leggere. Un libro che introduce pienamente l'architettura e l'urbanistica quale elemento indispensabile per capire una società, e che dimostra come l'architettura e l'urbanistica, allo stesso modo che il diritto e l'economia e la religione e la politica, non possono essere comprese che nel contesto di quella società che le ha volute e le ha realizzate, che vi ha voluto cioè tradurre certi moduli ideali o più, semplicemente e intimamente le proprie mutevoli esigenze di vita.
Tafuri si avvale di una raffinatissima capacità di lettura architettonica dei vari progetti, che gli consente di farne emergere gli elementi più minuti e più nascosti, di additare affinità culturali, di coglierne l'affiorare del nuovo o il richiamo dell'antico. Ma M.T. ha sottomano la bibliografia più completa anche per quanto concerne gli aspetti politici, religiosi, culturali: riprende spunti o risultati di ricerche di altri studiosi, motivandoli o portandoli a compimento come ai loro autori non era riuscito. La ricerca d'archivio gli ha messo a disposizione fonti fin qui inutilizzate, rivelandogli documenti di primaria importanza. C'è inoltre una conoscenza articolatissima della società e dei suoi personaggi (per quasi tutti i protagonisti, una essenziale biografia ne spiega orientamenti di fondo, le simpatie e le ostilità per altri gruppi, la valenza delle loro scelte). Egli può pertanto procedere secondo un metodo di analisi sottili, di rilevamenti e di accostamenti di indizi, o di "spie", di assunzione di testi di osservazione dei "rivoli" in cui un movimento o un ambiente si scompongono e si ricompongono. È un metodo di micro-storia, a cui verrebbe da rimproverare a volte una superinterpretazione di situazioni e documenti e a volte l'eccessiva insistenza nell'accostarti; ma bisogna riconoscere che esso riesce, malgrado possa ingenerare qualche perplessità, a proporre in modo convincente il tessuto storico cui si applica.
Difficile scegliere, fra i sette capitoli in cui il libro si dipana. Forse, quello che non ha, almeno per me, e dati i miei interessi, la stessa tensione degli altri, è il sesto, che tratta di un progetto di Alvise Cornaro per il bacino marciano. Ci sono bensì nel capitolo pagine di grande rilievo sul dibattito accesosi tra il Cornaro e il proto alle acque della Serenissima Cristoforo Sabbadino riguardo i lavori da fare per la laguna e quelli di bonifica in atto nei territori contigui; ma per quanto ben esposto, e finemente interpretato, il progetto di Alvise Cornaro di creare un'isoletta in bacino con tanto di teatro e altro ha un sapore di eccentrico, inutile esibizionismo. Ma si prendano il secondo e il terzo capitolo, l'uno intitolato "Pietas repubblicana, neo-bizantinismo e umanesimo: San Salvador, un tempio in visceribus urbis", l'altro "Vos estis templum Dei. Inquietudini religiose e architettura fra Venezia e la corte di Margherita di Navarra". Oggetto del secondo capitolo è la decisione, presa nel 1506-1507, ossia nel periodo in cui Giulio II coalizzava contro la Repubblica la lega di Cambrai, di ricostruire o rifondare la chiesa di San Salvador, sita nel cuore della città, secondo un progetto che si rifaceva idealmente a San Marco, onde attestare fisicamente in quel momento drammatico la 'pietas' repubblicana di Venezia.
A questa storia politico-religiosa della chiesa di San Salvador si accompagna quella del contributo dei due architetti, Giorgio Spavento e Tullio Lombardo, chiamati a realizzarla: M.T. ci fa anche intravedere il riflesso del momento culturale che Venezia stava vivendo nel sistema spaziale di questa chiesa, che esprime, a suo vedere, il rigore matematico-proporzionale di cui era allora propugnatore a Venezia Luca Pacioli. Il capitolo terzo vede invece sul proscenio due grandi architetti, Iacopo Sansovino e Sebastiano Serlio, accomunati, pur nella varietà delle loro posizioni personali, dalla adesione alle istanze di rinnovamento religioso che stavano percorrendo l'Europa. Iacopo Sansovino più raccolto in un evangelismo erasmiano: Sebastiano Serlio forse non indifferente anche a qualche suggestione più radicale. Intorno a loro, un brulicare di gente, patrizi e intellettuali e uomini di chiesa. Non nascondo che, a differenza dal T., mi suscita qualche dubbio lo spessore effettivo dell'evangelismo di cardinali come Domenico e Marino Grimani: ancor più dell'"antipapismo" loro e di un Sansovino o di un Serlio. Ma in ogni caso, anche se il fenomeno è più effimero di quanto non possa far credere la vastità dei consensi, sta il fatto che per un Sansovino o un Serlio i convincimenti religiosi non si concludevano nell'ambito della loro vita interiore, ma ispiravano le loro concezioni architettoniche.
M.T. ci propone con particolare efficacia il caso di Iacopo Sansovino. Questo architetto, che pur aveva suscitato a Venezia l'interesse per l'architettura romana, rifacendosi ad essa nel progettare le opere affidategli in piazza San Marco, aveva invece usato una 1/2lingua popolare appena sussurrataÈ nel progettare il rifacimento di una chiesa parrocchiale veneziana, quella di San Martino, all'Arsenale. Evitare ogni fasto inutile: intonare la chiesa a un ideale di semplicità e di povertà (lo si realizzerà a Venezia in altre chiese parrocchiali, aderenti al tessuto sociale più modesto e promiscuo della città, mentre sarà estraneo a quello di ordini secolari, cui si indirizzava la pietà dei ceti più alti). Coerente è anche la posizione di Sebastiano Serlio che, in un passo del quinto libro delle sue "Regole generali d'architettura", ammonisce che anche se 1/2i tempij materialiÈ sono 1/2necessari al culto divinoÈ, "i veri tempij sono gli cuori dei pietosi Christiani, dentro de' quali habita per fede Giesù Christo Salvator nostro": e il quinto libro è dedicato a Margherita di Navarra, la principessa dal trepido evangelismo, figura primaria della pre-riforma francese.
Nelle Scuole grandi, le celebri istituzioni devozionali e assistenziali, rette prevalentemente da membri del ceto 1/2cittadinoÈ, o borghese, sulle quali M.T. si sofferma nel capitolo quarto, trionfava invece il fasto. Tipico il caso della Scuola di San Rocco, la cui costruzione, dopo esperienze fallite con altri architetti era stata affidata allo Scarpagnino. Si era levata una voce assai dura, contro l'ostentazione di ricchezza e di magniloquenza di cui facevano sfoggio le Scuole, quella di Alessandro Caravia, che aveva ripreso, in un suo poemetto che pur aveva avuto l'approvazione per le stampe dal Consiglio dei Dieci, temi polemici dell'evangelismo erasmiano e perfino del luteranesimo. Ma, fa notare M.T., le Scuole grandi avevano un ruolo particolare, nella vita veneziana. Erano integrate nella politica dello stato, rispondevano all'esigenza, che era fortemente sentita, di coagulare e coordinare intorno a sé il consenso dei ceti subalterni.
La politica è entrata così da dominatrice nella seconda parte del volume di M.T., e in particolare nel quinto capitolo "Scienza, politica e architettura: anticipi e resistenze nella Venezia del Cinquecento" e nel VII "Rinnovamento e crisi". Il primo dei due, che propone in primo piano, con Andrea Palladio, Andrea Gritti, Marc'Antonio e Daniele Barbaro, Iacopo Contarini, ossia esponenti di quella parte di patriziato più incline ad aprire Venezia a una nuova cultura architettonica, riprende, seppure in un'ottica differenziata e con l'apporto di diversi elementi interpretativi, la questione del rapporto tra innovazione culturale e innovazione politica, già affrontata dal T. in altri suoi studi. 1/2AuctoritasÈ e 1/2architecturaÈ sono i termini essenziali. L'1/2architecturaÈ quale strumento dell'1/2aucroritasÈ; modo per affermarla e legittimarla, per esprimerla e per qualificarla. Il capitolo settimo è invece, per quel che mi risulta, assolutamente nuovo: e contiene gli spunti più complessi e avvincenti più carichi di implicazioni, più ricchi di prospettive. Protagonista qui è la città. La città sul finire del '500, come la vedono gli uomini della parte cosiddetta dei "giovani" - quella del repubblicanesimo e del venezianesimo più accesi -, la parte cioè di Leonardo Don…, che ne era il capo carismatico, e gli uomini, della parte dei 1/2vecchiÈ - più inclini all'oligarchia, più convinti dell'esigenza di aprire verso la terraferma veneta e verso l'Italia - , come un Marc'Antonio Barbaro e un Iacopo Foscarini. Questi, impegnati in un rinnovo urbanistico e monumentale che rendesse Venezia adeguata al 1/2mitoÈ di splendore e di saggezza in cui doveva raccogliersi; quelli, ambiziosi di ricuperare per Venezia una grandezza fattiva, rilanciando i commerci, accogliendo chi li potesse far prosperare (ebrei levantini e ponentini, inglesi, olandesi), mirando cioè a rendere la città più popolosa e operosa. I punti su cui si confrontano sono se modificare la piazza, conforme a un progetto dello Scamozzi, o lasciarla nel suo volto tradizionale; se fare o no interventi urbanistici, in particolare bonificando e rendendo edificabile un orlo della città, le attuali Fondamenta nuove; cosa fare per l'Arsenale. Inutile soffermarsi qui su questi, e vari altri temi connessi, di cui solo la lettura può far cogliere tutta la pregnanza, così come la capacità dimostrata da M.T. nell'analizzarli.
Eppure è proprio in questo capitolo, e a proposito di Leonardo Don… e dei suoi amici, della loro visione politico-religiosa, e del legame che M.T. intravede tra essi e le aspirazioni evangelico-erasmiane che si manifestano nella prima metà del Cinquecento - quelle che nel patriziato hanno il portavoce emblematico in Gasparo Contarini - , che si evidenzia il mio unico dissenso nei confronti di questo splendido volume. Mi sembra cioè che M.T. non abbia sottolineato abbastanza la presenza pressante nella società veneziana del Rinascimento dell'idea politico-religiosa che aveva connotato in passato, che inciderà anche in futuro (almeno sino all'inizio del '700) sull'azione della Repubblica. Idea di grandezza, che traeva la sua spinta dalla consapevolezza dei valori religiosi che lo stato veneziano racchiudeva in sé: era stato in virtù di quell'idea che Venezia aveva preteso di svolgere una parte attiva nella riforma della Chiesa nell'età conciliare e che aveva sperato in una sua egemonia sull'Italia, premessa indispensabile per l'egemonia nel Mediterraneo, nella convinzione che questo non avrebbe dovuto costituire un'ombra per una chiesa che aveva la sua fondamentale ragione d'essere nel proprio potere spirituale, e che da questo doveva trarre la sua autorità. Contro tale idea si eran levati, a fianco della Chiesa, quei settori del patriziato veneziano (i "papalisti") convinti che i doveri verso lo stato veneziano non dovevano essere anteposti a quelli verso la Chiesa.
Nel '500 sarà contro il rigurgito inesausto di questa idea di grandezza che scriverà Nicolò Zen, il patrizio dalle aspirazioni ireniche ricordato all'inizio del libro da M.T. È questa tendenza a ritentare una politica ambiziosa che il doge Andrea Gritti cercherà di placare, che il Consiglio dei Dieci e la Zonta mireranno a contenere. Una tendenza che aveva alla sua base un sentimento esasperato della 1/2venezianitàÈ, la quale si esaltava nel rispecchiarsi in se stessa, e non voleva inquinarsi o attenuarsi mutuando cultura o forme edilizie estranee, o indebolirsi volgendo le risorse finanziarie e politiche ad altri fitti che non fossero quelli del potenziamento commerciale, del rafforzamento militare, della tutela indefettibile della sovranità della Repubblica. L'irenismo evangelico di un Gasparo Contarini si era tradotto, sul piano politico, in un'azione che aveva indotto la Repubblica ad accettare nel 1530 la pace di Bologna, che sanciva la primazia in Italia del papato e dell'Impero, e a non rimettere in discussione il trattato con cui Giulio II, oltre a limitare il dominio veneziano sull'Adriatico, aveva privato la Repubblica del diritto a nominare i vescovi delle proprie diocesi.
Secondo quanto esporrà nelle sue "Istorie veneziane" Nicolò Contarini, Leonardo Don… aveva sostenuto che i cedimenti al quegli anni erano stati una 1/2grave iattura, della quale niuna maggiore fece mai la RepublicaÈ. Tra un Leonardo Don…, o un Nicolò Contarini, e Gasparo Contarini c'erano certo in comune, come osserva M.T., una religiosità fatta di 1/2rigorismo antiretoricoÈ e di "semplicità tradizionalista". Ma per Don… e Nicolò Contarini questi sentimenti dovevano integrarsi con un'idea politico-religiosa dei rapporti tra la chiesa e lo stato, secondo la quale la Repubblica aveva diritto ad intervenire in determinate materie ecclesiastiche e ad esercitarvi prerogative sovrane. Le stesse che si erano riservati i grandi monarchi, con i quali - non con i modesti principi italiani - la Repubblica di Venezia doveva confrontarsi.