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recensione di Girardi, A., L'Indice 1991, n. 7

Crescendo gli anni, cresce e si affina la capacità di guardare il nostro passato e persino il presente come se fossero cosa d'altri: sdoppiandoci insomma. O almeno così riesce sempre meglio a Franco Fortini: se ne veda, nell'"Autodizionario di Piemontese", il succinto, succoso profilo che si finge concepito, nel 2029, per una "piccola enciclopedia della letteratura italiana". Il salto in avanti nel tempo simula la giusta distanza di cui ha bisogno lo storico e gli permette di correggere, con qualche ironia, o addirittura rovesciare i giudizi più correnti fra critici e lettori. "Vivente l'autore" - recita la "voce" - "la critica sopravvalutò i termini biografici e le posture ideologiche di F., che oggi appaiono poco diversi da quelli di chi ebbe a vivere gli sconvolgimenti internazionali della seconda guerra mondiale e dei tre decenni che la seguirono". Importano piuttosto la vitalità e la durata dell'opera poetica, come asserisce la stretta finale: "Spenta la controversia e lontana dall'applauso come dalla denigrazione, spogliata dalle interpretazioni psicologistiche, dell'opera di F. il nostro tempo considera soprattutto il significato degli scritti poetici". Un significato per cui, altro rilievo spiazzante, il suo stesso comunismo non sarebbe che "poesia dell'esistenza in lotta con la storia e quindi con la propria medesima alienazione".
Di regola, si sa, occorre diffidare delle dichiarazioni autocritiche dei poeti, e molto quando toccano questioni di fondo. Ma nel caso tenderei a sottoscriverle dopo aver letto, di Fortini, l'imponente antologia "Versi scelti 1939-1989". Prendiamo le liriche giovanili, apparse in "Foglio di via" del 1946. Già ora, senza attendere il 2029, dobbiamo leggerle come frutti di un tempo irrimediabilmente diverso dall'attuale. Quei futuri come tamburi propizianti il rapido avverarsi dell'aspettativa, più che altro documentano l'impegno diretto e attivo di allora: "Ma noi s'è letta negli occhi dei morti / E sulla terra faremo libertà / Ma l'hanno stretta i pugni dei morti / La giustizia che si farà" ("Canto degli ultimi partigiani"). Oggi come allora rimane pero viva, almeno per chi non crede di abitare nel migliore dei mondi possibili, la speranza di cambiamenti radicali, la speranza utopica della "Gioia avvenire": "Potrebbe essere un fiume grandissimo / Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore / Una rabbia strappata uno stelo sbranato / Un urlo altissimo. // Ma anche una minuscola erba per i ritorni / Il crollo d'una pigna nella fiamma..." Tutto, sul piano proprio delle idee, si poteva e si può discutere: se la strada giusta per tentare di arrivarci fosse il comunismo, altre forme di socialismo o altro ancora. Al di là di ogni contingente opinione o determinazione ideologica, resiste la verità più fonda di questi versi: il loro invocare una Città nuova meno inumana.
Fortini, dunque, poeta dell'utopia, ma di un'utopia radicata e, si direbbe, necessitata dalle ragioni dell'esistenza, per niente incline alle astrazioni autosufficienti, ovvero alla finzione di altri mondi in cui si è risolta esteticamente la tensione utopica di troppa cultura, non solo letteraria, dei tempi moderni. Dopo il fatidico 1956, anzi (cito di nuovo la "piccola enciclopedia'', che dice benissimo), Fortini delinea "forme ora di violenza espressivistica ora di atterrita registrazione di come i rapporti tra gli uomini si venissero facendo simili a rapporti fra merci". Pervenendo, in anni più recenti, alla "creazione di allegorie della condizione umana in versi di uno spettrale manierismo": dove, in traduzione letterale, si intravede la medesima condizione sulla quale rifletteva Montaigne.
Ma poeta vero Fortini lo è anche per lo straordinario impegno profuso sul piano formale, che poi è il piano su cui si gioca decisivamente la sorte di ogni poesia, compresa la più colma di ragioni intellettuali. L'antologia meglio delle raccolte singole, col suo procedere di necessità 'per exempla', lascia cogliere sinotticamente la grande varietà di forme esperite. Per fare un solo esempio, sette pagine soltanto separano "Le domeniche" di "Poesia ed errore", fondate su iterazioni facilissime, quasi da filastrocca ("Lo spino portava la rosa / la rosa portava l'amore / l'amore portava la pace") sette pagine la separano dall'ardua "Sestina a Firenze", una sestina sul serio, che solo nella stanza finale elude la rigorosa retrogradazione a croce delle parole-rima. Nell'insieme, si assiste al reimpiego di pressoché tutti i metri e i linguaggi della lirica moderna, ivi comprese la scrittura automatica di origine surrealista e le riesumazioni arcaizzanti. Tali "parodie" di Fortini, che con quelle di Brecht non hanno poi molto a che fare, richiederebbero finalmente investigazioni organiche. In vista tra l'altro di una valutazione più equa, ovvero più alta, di questa lunga, lunghissima - mezzo secolo esatto! - parabola creativa.
Qui invece è tempo di riferire quello che, per dovere informativo, andava detto subito. L'antologia richiama a partire dal titolo le "Poesie scelte" stampate nel 1974 a cura e con l'ottima introduzione di Pier Vincenzo Mengaldo. Inutile dire che da tempo il volume era diventato introvabile nelle librerie. Poco male. I "Versi scelti" comprendono quasi tutte le vecchie "Poesie scelte", aumentate di altre tratte dagli stessi volumi originari, più quelle tolte da "Paesaggio con serpente" dell'84 e le inedite "Penultime", dove si fa più frequente l'uso delle forme brevi, epigrammatiche e simili, in cui Fortini è maestro. Così, buona parte dei testi che rappresentano, da "Paesaggio con serpente", la sezione "Il vero che è passato" (si comincia, splendidamente, con "I lampi della magnolia": "Vorrei che i vostri occhi potessero vedere / questo cielo sereno che si è aperto..."), buona parte di tali liriche potrebbero trasmigrare dall'antologia personale a un'antologia del "Novecento poetico".