La via del ritorno

Erich Maria Remarque

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Traduttore: Chiara Ujka
Editore: Neri Pozza
Collana: Biblioteca
Anno edizione: 2014
In commercio dal: 17 luglio 2014
Pagine: 287 p., Brossura
  • EAN: 9788854507043
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La via del ritorno

Erich Maria Remarque

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Gaia la libraia

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Quattro anni trascorsi in trincea, in un inferno di orrori, in un lembo di terra tutta buchi e distruzione, tra brandelli di divise, lampi d'artiglieria e missili che solcano il cielo come fiori colorati e argentei... e poi in un giorno del 1918 ecco, improvvisa, la pace. Niente più mitragliatrici, niente più spari, nessun sibilo di granate. Comincia la ritirata e il ritorno in Germania per Ernst e la sua compagnia. Trentadue uomini, su più di cinquecento fanti partiti all'inizio della Grande guerra. Attraversano la Francia camminando lentamente, con le loro divise stinte e sudicie, i volti irsuti sotto gli elmetti d'acciaio. Magri e scavati dalla fame, dalla miseria, dagli stenti. Anziani con la barba e compagni smilzi non ancora ventenni, coi lineamenti che segnano l'orrore, il coraggio e la fine, con occhi che ancora non riescono a capire: sfuggiti al regno della morte, ritornano davvero alla vita? Lungo la strada incontrano i nemici, gli americani. Indossano divise e mantelli nuovi, scarpe impermeabili e della misura giusta. Hanno armi nuove e tasche piene di munizioni. Sono tutti in ordine. Al loro confronto Ernst e i suoi hanno l'aspetto di una vera banda di predoni. Eppure, una sola parola sgarbata e si lancerebbero all'assalto, selvaggi e sfiatati, pazzi e perduti. Arrivano in Germania di sera, in un grosso villaggio. Qualche festone appassito pende sopra la strada.
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    EP

    30/06/2019 13:20:14

    Dopo essermi appassionata con Nulla di nuovo sul fronte occidentale, questo libro mi tenuta ancora più incollata alle sue pagine per conoscere la sorte del gruppo di camerati. Ancora più qui emerge l'inutilità della guerra.

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    Clelia

    19/09/2018 21:03:00

    Il libro si rivela essere ancora una volta un forte avvertimento contro la guerra – oltre che un’importante testimonianza – e un grido disperato in un paese che non sembra voler imparare da ciò è stato, né tanto meno dare il giusto valore a tutto ciò che si è perso. Oggi come ieri “La via del ritorno” è ancora un importante manifesto antimilitarista. Lo stile di Remarque è malinconico e allo stesso tempo incisivo, riesce a descrivere con straordinaria nitidezza la situazione in Germania dopo la prima guerra mondiale, ma soprattutto il vagabondaggio delle poche anime sopravvissute che non poteva essere capite da chi la guerra l’aveva vissuta sotto un tetto.

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    Emanuela

    17/09/2018 22:08:23

    Ne “La via del ritorno” chi è sopravvissuto alla guerra, non sopravvivrà alla vita: così come in “Niente di nuovo sul fronte occidentale” i soldati si fanno travolgere dal fuoco nemico, qui si faranno travolgere dal tentativo di aggrapparsi a corde ormai spezzate, loro che non trovano più senso a ciò che fanno perché la guerra gli ha bruciato la gioventù e gli anni in trincea sono diventati presente, passato e futuro. Ognuno di loro si lascerà annientare da una quotidianità troppo futile e stretta per essere vera, ogni tentativo di lasciarsi alle spalle la guerra sarà vano, perché quest’ultima è penetrata ormai nelle loro ossa. Ciò che la storia non ci insegna, ce lo racconta Remarque nel ritorno in patria di questi soldati snobbati dalla società per cui hanno versato sangue e lacrime, per cui hanno patito gli stenti e hanno distrutto le loro anime, al tempo troppo giovani e innocenti, ora troppo vecchie. Lo stile di Remarque è malinconico e allo stesso tempo incisivo, riesce a descrivere con straordinaria nitidezza la situazione in Germania dopo la prima guerra mondiale, ma soprattutto il vagabondaggio delle poche anime sopravvissute che non poteva essere capito da chi la guerra l’aveva vissuta sotto un tetto.

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    Renzo Montagnoli

    02/08/2018 06:57:13

    Nel 1931, due anni dopo la pubblicazione di Niente di nuovo sul fronte occidentale, appare in libreria La via del ritorno, il secondo romanzo della trilogia sulla Grande Guerra con cui Erich Maria Remarque si propose di evidenziare l’insensatezza della guerra. Se nel primo, che resta giustamente il più famoso, il teatro sono le trincee sconvolte e insanguinate del fronte occidentale, in questo, dopo un primo piccolo capitolo dedicato agli ultimi giorni del conflitto, si parla invece del dopo, cioè di quanto avviene a ciò che resta di una compagnia (trentadue uomini su un totale originario di cinquecento) nei giorni successivi a quello dell’armistizio, al periodo di pace che li attende. Ma sarà vera pace? Sarà possibile praticare subito una netta cesura fra le ore di tormento del fronte e quelle anonime del proprio paese? Purtroppo questi giovani sono segnati indelebilmente dall’atroce esperienza che ha sconvolto la loro gioventù e avrebbero bisogno di trovare persone comprensive, riconoscenti per quanto da loro fatto, disposte ad aiutarli, e invece percorrono le strade di un paese distrutto, affamato, in preda a un’anarchia perniciosa, con la gente che nel migliore dei casi si palesa indifferente, quando invece per lo più è tesa a incolpare questi soldatini per tutte le nefaste conseguenze della sconfitta. E la loro verde età non è motivo per una possibile rinascita, perché le tragiche esperienze li hanno invecchiati, la guerra è entrata in loro come un male subdolo dal quale è assai difficile liberarsi e inevitabilmente, abituati ad anni di cameratismo di trincea, finiscono con l’essere incapaci di ritornare alla situazione ante guerra, rifugiandosi nel conforto - cercato, ma impossibile da trovare - dell’uno con l’altro. La vita così sembrerà sempre di più senza senso, brancoleranno nel buio incapaci di abituarsi a una realtà che li respinge, così che chi è sopravvissuto alla guerra non sopravviverà alla pace. La via del ritorno è semplicemente un capolavoro.

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    fabio1974

    07/06/2017 09:17:00

    Bellissimo!

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    zombie49

    04/11/2015 21:24:13

    Un gruppo di soldati tedeschi, sopravvissuti all'inferno della Prima Guerra Mondiale, torna a casa dopo l'armistizio. Ad attenderli non ci sono onorificenze né squilli di fanfare, ma l'indifferenza di chi ha vissuto la guerra solo da lontano e l'ostilità di chi ritiene i militari responsabili delle ristrettezze economiche in cui viene a trovarsi la Germania dopo la sconfitta. Reintegrarsi nella vita borghese è difficile: nulla è cambiato in apparenza nella vita dei civili, tutto è mutato per i soldati, che x anni, nelle trincee, hanno conosciuto solo il terrore e la morte, quella dei compagni caduti e dei nemici uccisi. Hanno poco più di vent'anni i reduci, ma sono interiormente più vecchi e cinici dei loro genitori e degli antichi maestri, i vecchi valori non hanno più senso e non riescono a trovarne di nuovi, solo con gli ex commilitoni si trovano a loro agio. Il libro è il seguito ideale di "Niente di nuovo sul fronte occidentale", di cui ritroviamo anche alcuni protagonisti, ed è la storia degli anni tragici, confusi e tumultuosi della grande crisi economica degli anni '20, che portò al nazismo in Germania e al fascismo in Italia. Benché sia scritto con un linguaggio piuttosto superato, il libro è ancora attuale nella descrizione della difficoltà dei reduci di tutte le guerre a reintegrarsi nel mondo civile e borghese, ad adeguarsi a regolamenti e rispettare leggi che appaiono insensati, se uccidere in guerra sconosciuti x cui non si porta rancore, è meritorio e doveroso, uccidere in tempo di pace chi ha recato una grave offesa è delitto. E sempre ritornano le ombre dei compagni morti, gli incubi delle ore di terrore. Forse il romanzo è un po' lento e ripetitivo nella narrazione di questo inafferrabile disagio, della dicotomia tra il passato e il presente, ma solo Rigoni Stern riesce a illustrare con la stessa efficacia il drammatico periodo fra le due guerre, quasi dimenticato perché preludio a una tragedia più grande.

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    claudio

    19/05/2015 21:03:14

    Alla fine del libro si capisce perché i nazisti bruciarono i libri di Remarque. Grande romanzo contro la guerra, scritto a puntate nel 1931, poco prima dell'avvento del nazismo. Conferma l'assurdità della guerra e in particolare le difficoltà del dopoguerra di un gruppo di giovani amici, tutti della stessa classe, inviati a diventare carne da macello nelle Fiandre. Al ritorno gli amici non riescono più, salvo qualche eccezione, a rientrare nella vita normale. E, sena citarlo, sta avanzando il nazismo.

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    enrico

    02/02/2015 19:25:55

    Bello, bello, bello! Non riesco a trovare un altro aggettivo per giudicare questo meraviglioso libro, il primo che leggo di Remarque. L'autore ha uno stile essenziale, asciutto, in poche righe ti fa entrare nel suo mondo e ti tiene avvinghiato per tutto il libro. Indimenticabile la sua capacità di descrivere la difficoltà, per i ragazzi mandati a combattere una guerra inutile, di ritornare ad una vita normale, di farsi capire da chi non era il fronte, e soprattutto di riprendersi una giovinezza che dopo il dramma bellico è ormai perduta per sempre. Fossi un insegnante obbligherei i ragazzi a leggerlo assolutamente!

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    Nicola59

    08/09/2014 14:41:36

    Bellissimo e commovente. Ho sempre pensato al dramma dei reduci di ogni guerra e questo libro me lo ha fatto sentire ancora più vicino. La guerra, anche se finita, rimane dentro loro mentre la pace per molti di loro resta fuori. In fin dei conti il protagonista, in un colloquio con il padre che gli rimprovera di non darsi da fare per diventare qualcuno di affermato, chiede 'soltanto' di poter vivere. C'è un brano a metà del libro che mi ha colpito profondamente e riguarda i pensieri di alcuni reduci riguardo la freddezza di altri di loro "Sono ancora i nostri camerati e tuttavia non lo sono già più: ecco la tristezza. In guerra tutto il resto è andato in malora, ma credevamo nel cameratismo. Ora invece assistiasmo a questa realtà, quel che non ha potuto fare la morte, riesce alla vita: separarci.". E' questa la cosiddetta 'vita' per cui hanno combattuto ?

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    Luca

    05/09/2014 09:06:26

    Dopo tanti anni torna ad essere ristampato "La via del ritorno", ideale seguito del celeberrimo "Niente di nuovo sul fronte occidentale". Se gli orrori della guerra descritti da Remarque e, aggiungerei anche da Henri Barbusse ne "Il Fuoco", entrano giustamente nell'empireo della letteratura grazie alla loro drammaticità e forza narrativa, in medias res per usare un termine gergale, paradossalmente questo romanzo ha vissuto sempre una sorta di oblio. Eppure le caratteristiche che hanno fatto grande "Niente di nuovo sul fronte occidentale" appaiono qui intatte. Non si spara più, non c'è più il fango, ma fame e miseria rimangono ed impattano con tutta la loro forza drammatica. Stavolta a farla da protagonisti sono il disorientamento, i ricordi sotto forma di incubi, l'incapacità di tornare quelli di prima perché la guerra ha inevitabilmente segnato tutta quella generazione ("distrutta" è il termine che usa Remarque), a volte persino l'impossibilità di tornare a vivere da civili come accade ad uno del gruppo che torna ad arruolarsi. Ma soprattutto a colpire è l'acredine della popolazione che imputa ai soldati semplici, a chi nelle trincee ha sopportato davvero di tutto, e non a politicanti e alti gradi militari, la sconfitta e le sue conseguenze come la devastante crisi economica del periodo della Repubblica di Weimar che ha fatto da humus per l'avvento del nazismo. Insomma un libro da leggere, attualissimo, che parla di ciò che la guerra ha portato via, sia materialmente che spiritualmente spazzando via un'intera generazione, ha distrutto una società prospera e ha preparato le condizioni per una carneficina ancora maggiore. Per far comprendere che la guerra non finisce con il trattato di pace ma perdura a lungo, in questo molto simile al messaggio di Eduardo De Filippo che nella sua "Napoli milionaria" viste le difficoltà dei primi momenti di pace tristemente afferma che "A guerra nun è fernuta? E nun è fernuto niente".

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  • Erich Maria Remarque Cover

    Scrittore tedesco. Combattente nella prima guerra mondiale, fu più volte ferito. Giornalista a Berlino, lasciò la Germania all’avvento del nazismo e nel 1939 si stabilì a New York, dove prese la cittadinanza americana. Raggiunse un vasto successo con il romanzo Niente di nuovo sul fronte occidentale (Im Westen nichts Neues, 1929), radicale condanna della guerra e amara analisi delle sue spaventose distruzioni materiali e spirituali. Seguirono, sempre ispirati a ideali pacifisti e di solidarietà umana, Tre camerati (Drei Kameraden, 1938), Ama il prossimo tuo (Liebe deinen Nächsten, 1941), Arco di trionfo (Arc de Triomphe, 1947), Tempo di vivere, tempo di morire (Zeit zu leben und Zeit zu sterben, 1954), La notte di Lisbona (Die Nacht von Lissabon, 1963)... Approfondisci
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