Una via per incominciare. Il dissenso in Urss dal 1917 al 1990

Marta Dell'Asta

Collana: Testimonianze
Anno edizione: 2003
In commercio dal: 1 ottobre 2003
Pagine: 240 p., ill.
  • EAN: 9788887240474
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    Ida Soldini

    08/07/2010 11:19:56

    Ho confrontato lo straordinario libro di Marta dall'Asta a Cecità spinta a ciò dalla morte del suo autore, José Saramago. Il romanzo racconta dell'epidemia immaginaria di una malattia che colpisce all'improvviso, rendendo ciechi. Non si sa né come si trasmetta né come curarla: sarà lo Stato a prendersi "cura" dei ciechi, mettendoli in quarantena in un bel campo di concentramento (per scaramanzia, non perché si pensa che serva a qualcosa). Nello spazio angusto del ex ospedale si sviluppano le note dinamiche umane caratteristiche nella loro bestialità. Dopo un certo lasso di tempo che serve al Nostro autore per sondare tali interessanti dinamiche (che dopo il XX secolo sono parte della storia e non necessiterebbero affatto uno sforzo d'immaginazione per essere considerate), si guarisce dalla malattia e TUTTO TORNA ESATTAMENTE COME PRIMA. L'unica cecità reale nel libro di Saramago è la sua impossibilità a vedere che la libertà è la caratterisctica propria degli uomini. Saramago non VEDE la libertà, non SA che c'è. Saramago dunque è certamente un grande scrittore, ma lo è solo perché incarna efficacemente nella sua narrazione l'homo ideologicus del XX secolo, reso strutturalmente cieco alla realtà dell'umano. È questa cecità che ha permesso la caduta del regime sovietico: il potere non si è accorto di quel che stava succedendo, non l'ha visto e perciò non l'ha ostacolato. Occorre leggere Una via per incominciare. Il dissenso in URSS dal 1917 al 1990 di Marta dall'Asta che raccoglie i documenti resi accessibili dall'apertura degli archivi del KGB durante l'epoca Eltsin per seguire la fenomenologia della libertà in quanto IGNOTA al potere.

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    Fabrizio

    15/03/2007 15:38:59

    Molti si sono chiesti, dopo la fine dell'Unione Sovietica, come fosse stata possibile una trasformazione così pacifica di un regime che per settant'anni si era retto sulla violenza. La storia del dissenso offre una delle possibili risposte a questo paradosso: i dissidenti non hanno proposto una nuova ideologia, ma hanno semplicemente richiamato in vita il reale. All'inizio è stata un'opera silenziosa, ma anche quando, dagli anni Sessanta , il dissenso ha potuto uscire allo scoperto, non ha mai conquistato le masse, eppure ha trasformato la mentalità di un paese. Anche quando sembrava che il movimento fosse sconfitto, dopo le Olimpiadi del 1980, si è scoperto che persino le parole d'ordine del rinnovamento di Gorbacëv, come la glasnost', erano in realtà mutuate dal dissenso: sconfitto in apparenza, aveva ormai cambiato il paese in profondità. Un libro unico nel suo genere, che presenta dati inediti e fa incontrare al lettore le personalità più interessanti di quegli anni.

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    Pietro Piccinini

    14/11/2003 13:30:32

    "Siamo uomini, siamo vivi" «Noi non siamo un partito politico che si propone di andare al potere… La gente ha cominciato a scrivere, a pensare, a compiere il bene, tutto questo ha un valore in sé, indipendentemente dal risultato», scriveva trent’anni fa Andrej Siniavskij per spiegare cos’erano i dissidenti sovietici. La loro inimmaginabile vittoria sulla macchina sovietica è la dimostrazione che la prima politica è vivere. Senza menzogna. Quella che riempiva le isole dell’Arcipelago Gulag. Due libri per capire Come è possibile che il regime comunista sovietico, il più longevo, il più sanguinario e repressivo, il più ideologicamente compiuto tra i sistemi totalitari che hanno sconvolto l’Europa nel XX secolo, abbia subìto, prima del suo collasso definitivo, una trasformazione tanto rapida quanto paradossalmente pacifica? L’ipotesi che Marta Dell’Asta, ricercatrice di storia sovietica presso la Fondazione Russia Cristiana, avanza in risposta a questo interrogativo sulla storia recente nel suo Una via per incominciare (ed. La casa di Matriona) ci riconduce alla storia di un movimento d’opposizione unico nel suo genere: il dissenso sovietico, un fenomeno di cui pochi ancora conservano memoria, cui molto però ancora oggi deve una buona parte del mondo.Il dissenso significò per la nazione sovietica, per settant’anni violentata fino all’annullamento fisico e psicologico dalle purghe, dalle deportazioni e dalla propaganda bolscevica, molto più di un semplice evento politico fragoroso. Il dissenso non tentò mai di rovesciare il regime in forza di un’ideologia alternativa e più perfetta, né si propose appena di rappresentare l’antagonista politico del Partito dei Soviet. Esso fu innanzitutto l’affermazione di una vita che tornava a rivendicare le sue ragioni. All’idea astratta del “bene della causa”, con cui l’ideologia comunista era arrivata a costituire la categoria del “nemico del popolo” e ad istituire

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