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recensione di Rognoni, F., L'Indice 1990, n. 3

Nel febbraio del 1818, mentre ancora si riprendeva dopo le sfrenatezze del suo secondo carnevale veneziano, Byron si dichiarò disposto a pagare per non essere tradotto in italiano: in Italia era venuto per godersi il clima e stare in pace, senza nessuna intenzione di partecipare alla vita della cultura locale. Da polemico classicista qual era, nella letteratura italiana del tempo, soprattutto nella prosa, che trovava "pesantissima", non vedeva quasi niente di buono e con essa non voleva aver nulla da spartire. Ma, mentre interdiva la traduzione delle proprie opere, egli stesso volgeva in inglese il primo canto del "Morgante" del Pulci, insistendo per la pubblicazione con originale a fronte. Perché Byron non venne in Italia solo per il clima e la 'pace' (partecipò anche a un'insurrezione carbonara!), e per godersi un paese dove, a differenza che in Turchia, "la 'poligamia' è tutta per le femmine" così che si può star mesi "senza toccare una puttana", limitandosi "al più stretto adulterio"; allora non lo sapeva neppure lui, ma Byron era venuto in Italia soprattutto per abbandonare da poeta, la 'stanza spenseriana', con quel suo alessandrino finale d'inevitabile grandiloquenza, ed imparare i ritmi svelti della poesia giocosa cavalleresca e far seconda natura del distico baciato dell'ottava.
Quando, nel '16, attraversò le Alpi, Byron era ancora 'il giovane Aroldo', il solitario romantico per cui stravedevano le signore di tutti i salotti d'Europa; nel '23, quando salpò per la Grecia, era l'autore di "Don Juan*, il capolavoro che scandalizzò gli amici, fu la disperazione dell'editore, e ci mise quasi un secolo a fare 'innamorare' un'altra dama (ma questa volta davvero un'intenditrice: Virginia Woolf!). Indubbio dunque che alla vita e alla cultura italiana vada del merito per questo corso spettacolare; e non sarà un caso che proprio nella lettera in cui rivendica con più efficacia il valore e l'unicità di "Don Juan* ("avete tanti poemi 'divini', non è nulla averne composto uno 'umano'?"), Byron se ne esca anche con quella 'boutade', peregrina ma indicativa: "E poi intendo comporre la mia opera migliore in 'italiano'".
Byron non potrebbe che compiacersi che la sua prosa trovi un pubblico italiano proprio quando, sulle pagine letterarie, la parola d'ordine è 'leggerezza'. Dei suoi "Diari" s'è già detto ("L'Indice", aprile 1989); ora tocca al più ambizioso, splendido volume dell'Einaudi. Delle oltre tremila lettere pervenuteci, Masolino d'Amico ne ha scelte circa trecentocinquanta, compilando "non una semplice antologia, ma un'autoritratto", una segreta autobiografia che inizia ad Harrow, dove un Byron sedicenne, tutt'altro che facoltoso e non ancora favorito dalla musa, annuncia alla madre che "comunque il cammino verso le Ricchezze e la Grandezza mi si pari davanti, mi aprirò una strada nel mondo o perirò nel tentativo", e si chiude sotto le piogge torrenziali di Missolungi, dove il 19 aprile 1824 il poeta trovò la morte. Le pagine che D'Amico intercala per integrare l'indiretta narrazione sono scritte con quello stile 'livellato' (fatti letterari e d'alcova, privati o politici, locali, mondiali, tutti sullo stesso piano) così caratteristico di Byron: complice dell''imparziale' concisione, il lettore sorride quasi ad ogni a capo (Es.: "per un momento [Teresa] ha preso in considerazione di entrare in un monastero a Nizza, ma ci ha ripensato avendo scoperto che non le sarebbe permesso prendere i bagni in mare": potrebbe, l'ultima amante del poeta che aveva ripetuto l'impresa di Leandro, uscir di scena più amabilmente?).
'Attraverso le lettere', seguiamo Byron dall'università di Cambridge (dove, dato ch'era vietato tener cani s'era portato un orso addomesticato), ai possedimenti in rovina di Newstead; poi in viaggio fra Portogallo, Grecia e Albania, fra pascià che lo importunano e donne d'ogni età e almeno un ragazzo da cui si lascia amare. Nel '12 è a Londra, dove "Childe Harold" e i 'racconti turchi' gli danno la celebrità istantanea, alla Camera dei Pari si fa portavoce degli 'Whig' più radicali (salvo subito inimicarseli con la sua ammirazione per Napoleone). Intanto ha relazioni con l'indiavolata Caroline Lamb, la matura Lady Oxford, la sorellastra Augusta (da cui forse ha una figlia), e impalma quasi per equivoco la gelida Annabella Milbanke: "ci credereste sposati da cinquant'anni", confida, la notte delle nozze, a Lady Melbourne, la sua più grande 'amica' ("quando dico 'amica' non voglio dire amante, che è agli antipodi"). Il matrimonio, da cui nasce Ada, non dura che un anno: il 25 aprile 1816, assediato dai debitori e perseguitato da suoceri assetati di scandalo, Byron lascia l'Inghilterra per sempre. Fa un tour delle Alpi (descritto nell'intensa lettera-diario ad Augusta); conosce Percy e Mary Shelley, e riprende la relazione con Claire Clairmont (cugina e occasionalmente amante di Percy), da cui avrà una figlia. L'Italia la gira un po' tutta, risiedendo per lo più a Venezia, dove si divide fra Marianna Segati, la fornarina Margherita Cogni (di cui lascia un ritratto vivacissimo in una splendida lettera al Murray) e altre duecento donne che si contendono il Lord inglese "con gran confusione - e demolizione d'acconciature e fazzoletti". L'incontro con Teresa Guiccioli (aprile '19) segna la fine delle sue frenetiche avventure amatorie: dapprima con passione, poi quasi con rassegnazione, s'adatta al ruolo di cavalier servente. Nel '20 e nel '21 è a Ravenna, dove viene introdotto alla Carboneria dal fratello di Teresa; poi a Pisa, ancora dagli Shelley, a Livorno, in Liguria (1'8 luglio '22 Shelley annega al largo della Spezia). Infine è in Grecia, dove la guerra d'indipendenza contro la Turchia ristagna. Byron organizza un corpo di indisciplinati Sulioti e, nell'attesa dell'azione, scrive per il suo trentaseiesimo compleanno versi malinconici in cui s'augura di cadere in battaglia: morirà d'una febbre malcurata.
Con qualche eccezione (alcune lettere dalla Grecia, per esempio, o il resoconto dell'esecuzione di tre criminali, tanto più agghiacciante perché dopo l'orrore della prima decapitazione Byron s'accorge di "con quale tremenda rapidità le cose diventino indifferenti"), il libro è all'insegna della più sbrigliata e divertita ironia. Si direbbe che il vero Byron satirico nasca in prosa molto prima che in poesia: azzeccatissimi o scandalosamente mancati, certi suoi giudizi contemporanei sono indimenticabili ("Southey avrebbe dovuto fare l'addetto laico a una parrocchia, e Wordsworth la levatrice maschio"). Gli unici sentimentalismi si trovano nelle lettere alla Guiccioli, dove serve da schermo un italiano maldestro (con cui Byron, volendo, sa anche giocare: "addio mio 'tutto', ma 'non tutto' mio" scrive a una Teresa ancora maritata!). Fra le lettere alla Melbourne, segnaliamo quella in cui le racconta i progressi nel corteggiamento di Frances Webster, continuando a scrivere anche quando il tronfio marito entra per proporgli "di scommettere 'che 'lui' per una certa somma conquista qualsiasi data donna - contro qualsiasi dato 'homme' compresi 'tutti gli amici' presenti'. Come in un romanzo ben strutturato, dieci anni (300 pagine) dopo, lo sciocco Webster, ormai piantato da Frances ma fiero di un titolo di Sir, rispunta a Genova all'assedio di tal Lady Hardy: quasi memore delle millanterie d'un tempo, Byron la mette subito sul chi va là.
Ma le opere 'ben strutturate' a Byron non interessano: "Mi chiedete i miei piani su Donny Jonny ["Don Juan*] - non 'ho' piani - non 'avevo' piani - ma avevo ed ho materiale [...] sarà osceno - ma non è buon inglese? - sarà corrotto - ma non è 'vita', non è 'la cosa'? - Potrebbe averlo scritto qualcuno - che non fosse vissuto nel mondo? - e se non si fosse trastullato in una portantina? in una vettura di piazza? in una gondola? contro un muro? in una carrozza di Corte? in un vis-à-vis? - sopra un tavolo? e sotto?". "Byron descrive quello che vede, io quello che immagino, e il mio è il compito più difficile" affermò Keats con secchezza; Byron non gli avrebbe dato torto, infischiandosene della difficoltà. "Che cos'è la poesia se non il riflesso del mondo?": in queste lettere, il 'mondo' ha sempre la precedenza sulle creazioni dell'immaginazione e dell'arte. A volte Byron si sente sì come il personaggio di un dramma (e parla con le parole di Shakespeare); ma più tipico e affascinante è il suo stupore quando si scopre commosso a teatro, o quando "La Tempesta" del Giorgione (che in fondo è solo un'opera d'arte...), gli procura l'emozione delle cose reali. E la fedeltà al 'reale' è soprattutto una disponibilità alla contraddizione ("Ma se il poeta è davvero coerente / Come potrebbe mostrar l'esistente?" chiede in "Don Juan*): così, benché non sia impossibile rinvenire linee di continuità (il grande affetto per Augusta, ad esempio), l'epistolario è prezioso soprattutto per la storica accettazione della discontinuità, dell'inevitabile esilio, della separazione. Gli amici, scrive a Mary Shelley, "sono come i compagni nel valzer di questo mondo - una volta finito il ballo non li si ricorda più tanto, per quanto piacevolissimi lì per lì": anche la danza non è più immagine di compiutezza, di ritorno. È soprattutto in questa consapevolezza che la devozione alla realtà del 'momento' implica rassegnazione alla sua inconclusa irripetibilità, che Byron è veramente 'moderno', e potrebbe far sue le parole recenti, scevre di nostalgia, di un altro grande poeta ed intellettuale cosmopolita: "per me la vita è un succedersi di distacchi. Ci si separa dalle proprie mogli, dai propri pensieri, dai propri legami, ci si allontana sempre di più, ogni giorno, a cominciare da noi stessi" (dall'intervista di Benedetta Craveri a Josif Brodskij, "La Repubblica", 20 dicembre 1989).