"La Voce del Padrone" è il nome in codice di un progetto di ricerca segreto del governo statunitense. Lo scopo: decifrare il presunto messaggio in arrivo dallo spazio rilevato sulla Terra sotto forma di un'onda neutrinica. Il flusso insolito di particelle è puramente casuale, o è invece una lettera inviata da una civiltà superiore? E in questo caso, cosa ci vuole dire? È amichevole? Tra le menti incaricate di scoprirlo – e di farlo prima dei russi – c'è Hogarth, il narratore di questo romanzo: un matematico celeberrimo e geniale, spinto a indagare anche da motivazioni metafisiche e autoconoscitive. Chiuso assieme a decine di scienziati in una base nascosta nel deserto, Hogarth dovrà districarsi tra poteri politici e corse agli armamenti, ingerenze, depistaggi, narcisismi. Ma dovrà anche misurarsi con i propri limiti e fronteggiare brucianti interrogativi morali. La Voce del Padrone (1968) è un appassionante racconto di fantascienza, ma anche un feroce ritratto di scienziati, militari e politici. E soprattutto è un libro di kafkiana potenza sulle miserie, le grandezze e i dilemmi della condizione umana.
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Quale sia il mio libro preferito di Lem cambia di giornata in giornata, ma spesso è proprio questo "La voce del padrone." Su carta sembrerebbe un romanzo pessimo, lentissimo, pieno di digressioni, di filosofeggiamenti, senza vera conclusione, eppure si tratta di un lavoro immenso, che riesce a portare a termine con smisurato successo il compito di riassumere tutti gli aspetti chiave del pensiero lemiano, che un veterano dell'autore certamente apprezzerà, e che a un novellino forniranno invece un'adeguata introduzione a quel tesoro della storia culturale mondiale che è stato Stanislaw Lem.