Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2006
Pagine: 376 p., Rilegato
  • EAN: 9788806179908
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Recensioni dei clienti

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    Euge

    05/07/2011 12:04:19

    Scritto bene, ti fa vivere bene l'atmosfera della storia del paese. Ma non si capisce in cosa poggiano il suo antifascismo e comunismo, se non a livello vago e banale, infatti ammette di aver avuto una educazione politica rozza e confusa. Da un intellettuale e fervido politico come lui ci si aspetta di più. Di oppressione non c'è traccia. A scuola e per strada poteva tranquillamente criticare il regime coi suoi professori e gli amici. Ha avuto una giovinezza spensierata, coi suoi amori e i suoi hobby preferiti, tra letture e film anche non allineati al regime. Dice semplicemente che voleva un mondo nuovo, ma è troppo, troppo poco. Cresciuto in una famiglia borghese, si vede che la sua è più una ribellione intellettuale, non essendo né lui né i suoi parenti oppressi da alcunché. Ingrao usa il metodo "due pesi due misure": il fascismo lo ricorda solo per la dittatura e la violenza. Però, quando si comincia a sapere dei crimini di Stalin, si lamenta proprio di questo: che del comunismo si pensi solo alla dittatura e alla violenza, ma non anche alla liberazione della classe lavoratrice. La sua critica nei confronti del regime sovietico è minimizzata e confusa, così le stragi politiche sembrano sempre quasi solo un errore di percorso. Il comunismo resta sempre un'astratta ideologia di libertà, di cui gli operai sono la classe eletta; ma questi giornalisti e politici non hanno lavorato un giorno solo in vita loro in una fabbrica, non hanno mai provato l'alienazione. Anzi, ha mantenuto una figlia a Londra a "studiare" e fare la contestazione, nel '68. Inoltre, ammette che c'è stata più oppressione, censura e repressione violenta dopo la destituzione di Mussolini, da parte del governo democristiano, della Chiesa e degli Stati Uniti maccartisti. Infine, il PC cinese riesce ad affermare la propria identità autonoma, rispetto all'URSS; il PCI, invece, cincischia timidamente tra volontà di obbedienza e paura ad affermare le proprie linee di pensiero.

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    Riccardo

    16/04/2008 18:05:25

    un bel libro che ripercorre le storia del Novecento da prima della guerra all'assasinio di Moro. l'unico inconveniente, oltre a farsi leggere subito, è che avrei voluto che si parlasse di più di certe questioni come il Che, poco spazio, così come la rivoluzione giovanile del 68 e assolutamente degli anni di piombo, in particolare di quella rivoluzione accaduta nel 77. nonostante ciò voto 5 perchè le pagine del libro per me si sono trasformate in ali, ho viaggiato nel tempo vivendo l'ansia di Pietro a scappare dalla truppe fasciste, la paura, tutte le emozioni di questo grandissimo personaggio nel panorama politico. inoltre ho conosciuto vari personaggi e vari libri a me ignoti.

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    Ste71

    27/12/2007 19:54:30

    L'ho comprato con grande curiosità, ma alla fine del libro sentivo una certa delusione. Troppi silenzi e troppa autoindulgenza a volte, credo. E poi l'autobiografia s'interrompe con le elezioni del '79, quasi trent'anni fa. Sarebbe stato interessante sentire Ingrao sulle vicende degli ultimi anni.

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    Fabio marchioni

    09/05/2007 17:19:57

    un libro da leggere per farsi un 'idea sul novecento e sulla storia della nostra repubblica. Il punto di vista è assolutamente di parte ma,come diceva Gramsci, la categoria più pericolosa è quella dell'indifferenza. La passione,la fede negli ideali di liberazione e la grande tenacia nelle parole di Pietro Ingrao si afferrano quasi fisicamente per portarci in viaggio lungo gli eventi di quasi un secolo di storia. Si parla tanto di pantheon della sinistra e credo proprio che un piccolo posto spetti anche al grande Pietro. Una bella lezione di politica.

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    stefano

    30/03/2007 14:59:37

    Una lettura davvero appasionante, un libro che ho letto in due giorni. Peccato qualche momento retorico, ma la partecipazione politica è straordinaria; cose che forse non si vedono più. Consigliato anche a chi non è strettamenet di sinistra perchè ritengo sia oggettivamente "bello" riconoscere l'onesta politica di questo uomo e la sua partecipazione agli eventi politici più importanti del Novecento. Tra l'altro è scritto molto bene.

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    fabrizio

    17/02/2007 10:08:08

    Ciò che mi è dispiaciuto di più in questo libro è l’atteggiamento ponziopilatesco nei confronti del conflitto arabo-israeliano. Infatti l’autore dice solo, a pag. 257, che questo è un “amaro infinito conflitto”. Troppo poco, anzi niente, per un intellettuale del calibro di Ingrao, che afferma di voler “frugare” la vita, “sperimentare” tutto l’esistente e che nel libro passa di stupore in stupore, da una passione all’altra, pieno di collera, di curiosità, di emozioni e di dubbi. Non mi dilungo su altre omissioni, ma devo osservare che lo stile non è adeguato a un travaglio morale e politico che presenta se stesso come un processo di così grande intensità e fervore. C’è uno scialo di aggettivi troppo sonori che alla fine non dicono più niente (brucianti, ardenti, lancinanti, rabbiosi, ecc. ecc.). Peccato, infine, che Ingrao non abbia saputo caratterizzare, se non in modo troppo breve e generico, i tanti personaggi conosciuti.

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    mimmo

    01/12/2006 11:19:00

    Un Bel leggere. Molto interessante. Per certi versi libro storico, racconto passionale delle vita politica del 900. Lo raccomando a tutti. Unico neo il costo che dopo la lettura diventa un piccolo dettaglio che non ritorna nella mente.

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    Martina

    03/11/2006 18:17:39

    Che meraviglia!!! pieno di passione, di sentimento. Comunque uno la pensi, bisogna assolutamente leggerlo.

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    donatella lissia

    29/10/2006 17:42:34

    Per una persona della mia generazione, classe '48, leggere questo libro ha significato ripercorrere gli antefatti della storia precedente ai 58 anni da me vissuti e comprenderne il significato come nessun libro di storia da me letto ha mai saputo infondermi. Pietro Ingrao infatti espone i fatti come un racconto davanti al fuoco, spiegandone soprattutto le ragioni umane e - solo dopo - politiche, senza cercare facili giustificazioni alle sue scelte o agli ammessi errori. Gli avvenimenti della sua vita privata, pudicamente intrecciati agli episodi delle scelte politiche, si caricano di un vissuto commovente senza retorica e in gran parte spiegano e aggiungono senso alla laboriosa salita verso una ricerca di verità, che forse è il movente più intrinseco di questo libro. Quando si giunge ai fatti contemporanei alla mia giovinezza, le rivolte del '68, su cui tanto si è scritto e detto, c'è come il pudore dell'uomo che non appartiene più a quella generazione di studenti in rivolta e si limita a fare da spettatore, il più obiettivo possibile, cedendo il testimone alle figlie e al coraggio della moglie, che seppe calarsi, seppure già "in età", in quelle rivoluzioni. Non ho mai trovato un uomo politico, sebbene conosca la poeticità di questo grande uomo, che sapesse descrivere fatti storici di tale intensità e pregnanza storica, con un linguaggio non certo "politichese" (pare, anzi, che se ne vergogni quando deve servirsi di parole tecniche). Non a caso, le descrizioni del paesaggio e della natura, di tramonti, di odori della sua terra, di strade e di sudore, corrono parallele al fumo delle riunioni d'assemblea e dei comizi. E' una lettura che, comunque la si pensi, mette in mostra l'autenticità di un uomo che ha lottato per una politica che dista anni luce da quella odierna, in cui ogni scelta era pagata e sofferta, ma anche - quasi sensualmente - vissuta a pieno e in modo autentico. Una lezione di vita: di come si è capaci di vivere e di come si dovrebbe vivere.

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Chi volesse cercare in queste memorie una storia interna del gruppo dirigente del Pci, con nuove o inedite versioni di episodi controversi, rimarrebbe deluso. Il lettore non si troverà di fronte nemmeno a una classica autobiografia. Certo, l'ambito individuale, la sfera intima delle sensazioni e degli affetti, la cerchia delle relazioni amicali e familiari occupano qui uno spazio che non solo non è soffocato dalla dimensione politica, ma che ne scopre un versante troppo spesso nascosto dall'ufficialità. Tuttavia, ciò che l'autore sembra voler proporre è piuttosto la trama di un percorso di ricerca in cui si determina una "doppiezza" tra due piani diversi: esso, infatti, mette in relazione il fluire della memoria, che ripercorre le stagioni di una vita scandita per intero dal "secolo breve", e quello della riflessione retrospettiva sulla grande storia, a cui Ingrao ha partecipato da protagonista, come parte di un soggetto collettivo sorto con il proposito di trasformare il mondo, di costruire nuove e più libere relazioni tra gli individui. In questo senso il libro non solo rivisita la storia di una straordinaria esperienza politica e umana, che attraverso eventi drammatici, speranze e tensioni ideali, non meno che amare disillusioni, ha coinvolto le scelte di vita di milioni di persone e che tanto profondamente ha inciso sulla realtà dell'Italia e più in generale del mondo contemporaneo, ma è anche una riconsiderazione delle ragioni di una sconfitta epocale, senza che ciò significhi la rinuncia a guardare verso il futuro.
L'arco temporale del libro, in assonanza con La ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda, è tuttavia racchiuso nel cinquantennio compreso tra la prima guerra mondiale e gli anni sessanta, con un excursus all'indietro nelle radici familiari, repubblicane e garibaldine del nonno paterno, e sul suo trasferimento a Lenola, paese di contadini poveri e di una borghesia agraria morente, sospeso tra le montagne e il mare nell'entroterra di Fondi, nonché con un'appendice finale sul Pci negli anni della solidarietà nazionale. La narrazione si dipana così dai ricordi dell'infanzia alla prima formazione giovanile, emblematica dell'itinerario di un'intera generazione che, passando per il "lungo viaggio", sarebbe approdata, tra la metà degli anni trenta e la catastrofe della guerra, all'antifascismo e alla "scelta di vita" comunista: con il privilegio per l'autore di aver acquisito precocemente, grazie all'incontro al liceo ginnasio di Formia con due insegnanti di eccezione come Gioacchino Gesmundo e Pilo Albertelli, un'attitudine critica e un'apertura culturale verso l'Europa, e segnatamente verso quei poeti e scrittori di avanguardia, da Ungaretti a Montale, da Joyce a Kafka, che avevano anticipato nelle problematiche e nel linguaggio la crisi del Novecento. Tale sensibilità si sarebbe in seguito allargata alle forme espressive del cinema, nella frequentazione del Centro sperimentale di cinematografia e di personalità di grande spessore culturale e umano come l'esule ebreo tedesco Rudolf Arnheim, che costituì un tramite diretto con la più vitale cultura weimariana e con la grande cinematografia tedesca e sovietica degli anni venti. Tutto ciò non era all'inizio percepito come incompatibile con la partecipazione "ai riti e agli obblighi" del regime e alle forme di socializzazione giovanile che esso promuoveva. Comportava, piuttosto, una consonanza con le correnti più spregiudicate nei Guf e la partecipazione attiva ai Littoriali come occasione di un confronto più libero, dapprima nell'illusione di una "autoriforma interna" del regime e in seguito nell'intento di costruire una rete di relazioni che già prefiguravano un futuro impegno antifascista.
La scoperta del comunismo fu tutt'uno con la guerra di Spagna, che agì come segnale di riscossa dell'antifascismo per l'intera Europa, ma anche come il primo fattore di rimozione della realtà dell'Urss e dello stalinismo (il secondo, così difficile da cancellare per quella generazione, sarebbe stata in seguito l'epopea di Stalingrado). L'adesione al Pci avvenne attraverso i rapporti stabiliti con il gruppo comunista romano, che misero Ingrao in contatto con la famiglia Lombardo-Radice e quindi con Laura, che vediamo sin dal suo primo apparire in "quell'intreccio di ragione e di dolcezza", di determinazione nella lotta, di "curiosità attenta verso gli altri" e di "gusto della comunicazione umana", che l'accompagnerà per l'intera sua vita. Seguirà la piena assunzione di responsabilità nel gruppo che si formò dopo l'ondata di arresti del 1939 e che si aprì ad antifascisti di varie tendenze e all'incontro con nuclei del mondo operaio romano. E poi, nell'inverno 1942-43, l'ingresso in una clandestinità un po' surreale tra Milano, l'Olterepò pavese e la Calabria, per ritrovarsi il 26 luglio a Porta Venezia a parlare alla folla scesa in strada, di fronte a una colonna minacciosa di carri armati. Della Resistenza queste pagine ci trasmettono non tanto episodi vissuti, quanto il senso più profondo così come fu percepito allora e come appartiene alla storia non travisata da un becero "revisionismo": la classe operaia che tornava sulla scena pubblica per rimanervi "dopo le sconfitte terribili dei primi anni venti", il nuovo protagonismo dei giovani e tra loro di tante figure femminili "che invasero allora in Italia la politica", il rapporto umano prima ancora che politico che si andava costruendo "per cui persone sconosciute fra di loro si ritrovavano a lottare insieme su questioni assolutamente generali, secondo vincoli e fedi che riguardavano addirittura il corso del mondo", e infine l'eredità più importante consegnata all'Italia di ieri e di oggi: una Carta costituzionale fra le più avanzate in Europa "per il posto riconosciuto al mondo del lavoro", per il ripudio della guerra e per una nuova relazione tra stato e popolo "fino ad allora sconosciuta in Italia (ma anche in molti altri paesi)".
La costruzione del "partito nuovo" nel secondo dopoguerra è vista nel suo valore fondante per la nascita della democrazia repubblicana, ma anche nelle sue ambivalenze: l'azione proiettata sui "tempi lunghi" per un radicamento democratico e nazionale nella società italiana e la sua coesistenza con la struttura gerarchica e centralizzata del Pci, l'appartenenza al movimento comunista guidato dall'Urss e il rifiuto di fare criticamente i conti con lo stalinismo. Ingrao sente di essere stato parte integrante di questa contraddizione, sottolinea i ritardi e gli errori del gruppo dirigente del Pci di fronte alle crisi del 1956 e il suo personale allineamento "da una parte della barricata". Rileva, tuttavia, la sempre maggiore difficoltà a conciliare le antinomie della politica comunista, in riferimento a due temi cruciali: da una parte, il nuovo scenario dell'Italia, in cui prorompevano "l'ampiezza e l'articolazione raggiunta dai luoghi e dai soggetti della politica", ciascuno con la propria autonomia, l'espandersi della vita democratica nella "varietà delle storie" a livello regionale e locale, la nuova soggettività operaia e i giovani con le "magliette a strisce", i processi di rinnovamento e di apertura nel mondo cattolico; dall'altra, il "dilatarsi straordinario del campo della lotta" sul piano internazionale, l'emergere di "nuovi potenti attori" nei movimenti di liberazione dei popoli del Terzo mondo, con il dissolversi dei vecchi imperi coloniali, ma anche con l'aprirsi di tensioni nei confronti del ruolo guida dell'Urss e all'interno stesso del campo comunista. Anche da questo punto di vista, la soluzione togliattiana di valorizzare l'ambito nazionale e "contemporaneamente di proiettarsi nel mondo mediante il vincolo antico e forte con l'Unione Sovietica" mostrava basi sempre più fragili. La sfida lanciata da Ingrao all'XI congresso (1966) al centralismo democratico fu il tentativo più ricco e lungimirante di rinnovare la cultura e la tradizione del Pci e di adeguarle al mutamento delle forme della politica che sarebbe stato segnato dai movimenti del Sessantotto e dalle sfide epocali del decennio successivo.
Qui non sembra del tutto convincente l'immagine restrittiva che Ingrao dà di se stesso come di un "isolato" e uno "sconfitto". Si potrebbe piuttosto parlare di una sfiducia nella possibilità di condurre un'aperta "battaglia delle idee" all'interno del partito, che lo avrebbe portato a contraddire (emblematico il caso della radiazione del gruppo del "manifesto") le sue stesse convinzioni sulla libertà di discussione e sul diritto al dissenso nel Pci. Si può ipotizzare che il senso di appartenenza al partito e della continuità della sua storia sia stato in lui anche più forte del timore di cadere nelle logiche minoritarie dei gruppi alla sinistra del Pci. Sta di fatto che la stessa presa di distanza dal "compromesso storico" non comporterà un progetto alternativo, cosicché, dopo l'esperienza della presidenza della Camera, subentrerà la scelta prioritaria di riflettere sulle ragioni più profonde della sconfitta e sui nuovi scenari che si aprivano in un mondo in radicale trasformazione, i cui risultati sono stati consegnati alla "nuova generazione in campo" all'inizio del nuovo secolo.
  Claudio Natoli