Editore: Einaudi
Anno edizione: 1998
  • EAN: 9788806145576
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    clara

    10/06/2005 19:54:49

    in una sola parola direi: preciso e simmetrico come un'operazione matematica.

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recensioni di Bertinetti, P. L'Indice del 1999, n. 03

Nell’ottobre del 1942 Samuel Beckett giunse insieme alla sua compagna Suzanne a Roussillon, un paese a cinquanta chilometri da Avignone, in una zona della Francia relativamente libera dall’occupazione tedesca. Erano fuggiti da Parigi alcune settimane prima, dopo che la Gestapo aveva arrestato alcuni membri della cellula della Resistenza di cui Beckett faceva parte, Gloria SMH, e, in particolare, l’amico Alfred Péron, che Beckett conosceva dai tempi dell’università. Fu la moglie di Péron ad avvertirli: la Gestapo piombò a casa loro poche ore dopo che avevano lasciato l’appartamento.

Nel febbraio del 1941 Beckett aveva incominciato a lavorare sul suo terzo romanzo – dopo il Dream of Fair to Middling Women, pubblicato postumo, e Murphy (1938; Einaudi, 1980) –, quell’impervio Watt che Einaudi ha da poco dato alle stampe per la cura e traduzione di Gabriele Frasca. Durante la fuga da Parigi a Roussillon, Beckett aveva proseguito nella stesura del romanzo, scrivendone un nuovo capitoletto; e si era rimesso al lavoro, ma senza successo (scrisse solo due righe), una volta giunto nella zona "libera". Fu soltanto in seguito, dopo essersi sistemato nella casa affittata nella zona di La Croix, che Beckett, afflitto da uno stato di depressione profonda, riuscì a tornare nuovamente sul romanzo: per esercizio stilistico, ma soprattutto, come disse lui stesso, "per restare sano di mente". Vi lavorò prevalentemente la sera e la notte, dopo il lavoro diurno da contadino, dal 1° marzo 1943 alla fine di dicembre del 1944, quando terminò la prima stesura del libro.

Queste circostanze, che stanno alla base della valutazione da parte di Gabriele Frasca di Watt come libro nato nella guerra (e da cui prende le mosse la sua definizione di Watt come uomo della guerra), costituiscono comunque un punto di partenza obbligato per l’interpretazione del romanzo. Per mettere ordine nella confusione della sua mente, Beckett ricorre allo scrivere e scrive dell’esperienza mentale di uno schizofrenico, ponendo al centro della narrazione le fantasie irrazionali e il disordine mentale del protagonista. E al tempo stesso, di fronte all’orrore della guerra, ci narra una vicenda in cui il protagonista cerca senza riuscirci di razionalizzare la realtà.

Nella prima parte del romanzo conosciamo Watt, una "figura solitaria" dal buffo aspetto, che va a servire nella casa di un certo signor Knott. Nella seconda parte viene descritta l’attività di Watt al pianterreno della casa e nella terza parte quella al primo piano. Nella quarta assistiamo infine alla sua partenza dalla casa di Knott. All’interno di ciascuna delle tre parti viene inserito un lungo racconto nel racconto, che interrompe il corso delle avventure (si fa per dire) del protagonista; mentre alla fine della quarta parte troviamo un’appendice contenente "prezioso e illuminante materiale" che per "stanchezza e disgusto" non è stato incorporato nel romanzo.

L’appendice sottolinea la presenza autoriale; ma di un autore che più lontano non potrebbe essere da quello tradizionale. Come dice Frasca, il lettore si trova di fronte a un’altalena pronominale fra la prima e la terza persona: "scritto in una terza persona apparentemente trasparente, il romanzo risulta essere il flusso memoriale che Watt (...) affida tra mille difficoltà all’amico, o compagno di segregazione, Sam". Infatti nelle prime due parti si ha l’impressione di trovarsi di fronte a un narratore onnisciente, che interviene apertamente con note a piè di pagina e annuncia che certi argomenti saranno trattati più oltre. Poi, all’inizio della terza parte, il narratore si scopre, e ci dice che tutto ciò che sa gli è stato raccontato da Watt: egli ha annotato scrupolosamente le sue parole, anche se alcuni fatti possono essere stati deformati o dimenticati da Watt, e si rammarica del fatto che certi particolari restino "sconosciuti". Quindi non è un narratore onnisciente, ma una specie di conradiano "primo narratore", che tuttavia riferisce anche ciò che palesemente non può essergli stato detto.

In realtà la presenza dell’autore è fortissima, anche se si nasconde dietro la finzione della fedele trascrizione del racconto di Watt: le parole o le intere righe mancanti e sostituite da un punto interrogativo, l’introduzione di righi musicali, le interruzioni giustificate dall’espressione "Ms. illeggibile" sembrano essere, ad esempio, un riflesso di autenticità, ma in realtà rimandano a un repertorio di trovate grafiche di ascendenza sterniana denunciando quindi la loro natura di espediente letterario.

Watt segna un deciso stacco stilistico rispetto alle opere precedenti. In primo luogo per il suo linguaggio "combinatorio": la mania di Watt per la combinazione di più elementi attraverso tutti i possibili incroci non si limita a essere soltanto una manifestazione di schizofrenia, ma diventa una caratteristica fondamentale della scrittura del romanzo. In secondo luogo per la frammentazione di lunghi periodi in segmenti brevissimi, separati da un astronomico numero di virgole. La prosa di Watt è caratterizzata, attraverso la frammentazione, da sospensioni, incisi, riprese, che vorrebbero eliminare ogni possibile dubbio e tenere conto di ogni alternativa allo scopo di raggiungere la massima chiarezza sul concetto, o la sensazione, o l’informazione espressi nel periodo. Con l’inevitabile conseguenza che il fitto intreccio delle tessere che formano la frase diventa motivo di confusione o di smarrimento proprio là dove si presenta come strumento di chiarezza: infatti la frammentazione, e qui il cerchio si chiude, è il corrispettivo nella prosa della logica ossessiva che domina nella mente di Watt.

Watt non è un libro facile. Per anni non trovò un editore; e quando finalmente lo trovò, nel 1953, dopo il successo di Aspettando Godot e la pubblicazione dei primi due romanzi della Trilogia, a stamparlo fu l’Olympia Press, casa editrice specializzata in libri erotici. E tuttavia Watt è un romanzo che vanta pagine di grande bellezza formale (come hanno sottolineato alcuni dei maggiori critici beckettiani) e che riserva al lettore capace di immergersi nella sua sottile e formidabile ironia momenti di finissimo godimento intellettuale.

Per approfittarne il lettore italiano aveva finora a disposizione soltanto la vecchia traduzione di Cesare Cristofolini (nell’ormai introvabile edizione SugarCo). Una traduzione assai migliore di buona parte delle vecchie traduzioni beckettiane tuttora in circolazione. Ma ha fatto benissimo la casa editrice Einaudi ad affidare a Gabriele Frasca la possibilità di ritornare su un romanzo di Beckett e di darci così una versione italiana capace di "consuonare" con l’originale.