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Per molti è un capolavoro filosofico; per me, invece, un libro sopravvalutato. Kundera inserisce continuamente riflessioni su amore, destino, corpo e politica, ma spesso interrompono la storia invece di arricchirla. I personaggi finiscono per sembrare più idee che persone: parlano per concetti, non per vita vissuta. La narrazione procede a scatti, tra teoria e racconto, e alla lunga diventa pesante proprio mentre dovrebbe parlare di “leggerezza”. Alcune pagine sono interessanti, ma l’insieme risulta dispersivo e interminabile: più che coinvolgere emotivamente, chiede continuamente al lettore di fermarsi a ragionare. È un romanzo che si ammira più di quanto si viva. Si percepisce l’ambizione filosofica, ma la storia perde forza e ritmo — e alla fine resta la sensazione di aver letto molto… senza aver provato molto.
Lento e pesante. Storia poco coinvolgente
"L'insostenibile leggerezza dell'essere" del titolo indica la condizione umana, in bilico tra leggerezza e pesantezza; dove per leggerezza si intende libertà e assenza di responsabilità e, all'opposto, la pesantezza è proprio l'impegno e la responsabilità. Kundera sostiene che il dramma dell'uomo si può esprimere con la metafora della pesantezza. Gli uomini, infatti, aspirerebbero alla leggerezza, all'assenza di responsabilità ma solo l'impegno e le responsabilità danno un senso alla vita. E, pertanto, la leggerezza è un fardello insostenibile. Il libro è quasi un trattato filosofico che attraverso le vicende personali dei quattro protagonisti e il racconto di un momento storico importantissimo nella storia del paese (la Primavera di Praga e l'invasione sovietica del 1969) offre una riflessione sul senso della vita e sui rapporti umani. Un libro che appassiona e fa riflettere grazie ad una scrittura profonda che offre spunti e riflessioni. Ne consiglio la lettura
Viene osannato come capolavoro, ma sinceramente io non l'ho trovato nemmeno vicino ad un capolavoro. Libro ottimo, nulla da dire. Scritto bene e piuttosto coinvolgente, ma rimane molto sopravvalutato.