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L' insostenibile leggerezza dell'essere

Milan Kundera

Traduttore: A. Barbato, B. Dierna
Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 28
Anno edizione: 1989
Formato: Tascabile
Pagine: 318 p.
  • EAN: 9788845906862

27° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Tabucchi, A., L'Indice 1985, n. 5

C'è un concetto elementare che portiamo dentro di noi: che la vita è irripetibile. Ogni nostro istante, ogni nostra azione, ogni nostro gesto, insomma tutto ciò che ci è dato da vivere avviene una volta sola, non avverrà mai più. Eppure viviamo come se ciò fosse un concetto trascurabile, perché se provassimo a rifletterci mentre viviamo, la vita diventerebbe una paradossale nostalgia: la nostalgia del presente. Su questo concetto, insieme elementare e insostenibile, Milan Kundera ha scritto un intero romanzo, un grande romanzo. Un romanzo non è grande se non ha in sé almeno un'interrogazione metafisica. Interrogazione che non è incompatibile col realismo, come a volte si tende a credere, perché realismo e metafisica possono andare perfettamente d'accordo; anzi, più che il fantastico, che è la negazione della metafisica, è spesso il reale che postula interrogativi metafisici, o che fa scattare quella metafisica del reale che il nostro secolo, a partire da Kafka e da Pirandello, ha visitato con i suoi autori maggiori.
Kundera è appunto un romanziere realista e metafisico; di un realismo e di una metafisica estenuati e dolenti: e per questo capaci di lampi, di penose intuizioni, di apparizioni brucianti, di guizzi e di spasimi. Di colpi di coda, mi verrebbe da dire, come di un animale morente che sra lasciando il suo vecchio corpo e sotto i nostri occhi sta producendo un altro corpo a lui consanguineo e a noi sconosciuto, un essere vivente che gli esce dalle viscere e che si sta sostituendo a lui. Il romanzo di Kundera è infatti un testo in mutazione: non è più un romanzo ed è già un altro romanzo, non è tradizionale ma non è neppure quello che con un aggettivo un po' logoro viene definito "sperimentale". Roman philosophique? Certo, ma non nell'accezione settecentesca del termine: "L'insostenibile leggerezza dell'essere" non è un romanzo moralistico e non è un romanzo sulla ragione, anche se parla di etica e di ragione (e di sentimenti) Se dovessi nominare un filosofo che presiede a questo libro farei il nome di Francis Bradley, del quale Borges ha scritto che "esclude l'awenire e che riporta l'Attuale all ' agonia del momento presente che si disintegra nel passato".
Fino dall'inizio il senso della finitudine congela le figure di questo romanzo in una luce livida, in una fissità da fotografia, nella dimensione dell'Irreversibile. "Sono già molti anni che penso a Tom s, ma soltanto alla luce di queste considerazioni l'ho visto con chiarezza. L'ho visto alla finestra del suo appartamento, gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte, che non sa che cosa deve fare''. Le considerazioni del narratore riguardano l'idea dell'eterno ritorno e dell'inesistenza del ritorno, che si traducono nell'idea della leggerezza e della pesantezza e che introducono alla storia. Ma quando la storia comincia, quando cioé il narratore sorprende il suo personaggio alla finestra dell'appartamento, la storia è anche in qualche modo già conclusa. Noi non sappiamo perché, ma intuiamo che la vicenda che ci verrà raccontata è come una fotografia; una fotografia che, come ha detto Susan Sontag, è simultaneamente una pseudo-presenza e l'indicazione di un'assenza. A metà del romanzo,per esempio, veniamo a sapere attraverso un altro personaggio che Tom s e Tereza sono già morti in un incidente: eppure la loro storia prosegue nel romanzo, essi continuano a vivere fatalmente per noi fino al momento in cui moriranno. La loro storia, gia avvenuta, è irreversibile, la loro vita nella narrazione è solo una pseudo-presenza: essi sono un'assenza. Kundera durante il romanzo fa il nome di molti filosofi, da Parmenide a Scoto Eriugena a Nietzsche: manca tuttavia quello di Jankélévitch, il filosofo dell'irrevocabile e della nostalgia, che sono i concetti portanti dell'"Insostenibile leggerezza dell'essere" specialmente laddove il romanzo tocca, non solo con la storia, ma anche con le riflessioni extra-narrative dell'autore, temi come la resistenza all'irreversibile (il rallentamento del divenire, l'accelerazione del divenire, l'incomprensibilità del divenire), il consenso all'irreversibile (la libertà come potere a senso unico) e la questione dell ' irrevocabile (l 'attrazione dell'essere stato e del dover essere, la dizione della tautologia). Ha scritto Jankélévitch che "contro la tautologia ottusa, sorda e cieca, e soprattutto muta, protesta il paradosso della contraddizione". Kundera ha un modo molto originale di definire il dover essere e la tautologia ottusa: il Kitsch. Egli definisce il Kitsch "un accordo categorico con l'essere", la mancanza di paradosso e di contraddizione. In tal modo egli sposta il concetto di Kitsch dal piano estetico al piano ontologico, ne fa una vera e propria categoria dell'essere. Viene da pensare se nella visione di Kundera non ci sia un accordo un po' troppo categorico con la sua stessa visione, il che gli potrebbe creare alcuni problemi, perché una teoria di questo genere mi pare plausibile purché essa preveda un margine di dubbio nei confronti di se stessa, insomma tolleri l'ironia e l'autoironia altrimenri il problema cacciato dalla porta rischia di rientrare dalla finestra. È comprensibile che, esule da un regime come quello cecoslovacco (il cui sistema di vita, come in altri regimi analoghi, è fondato sul Kitsch), Kundera sia portato a elevare a regola universale cio che lo ha perseguitato fin dalla nascita. Ma in tal modo egli crea una categoria totalizzante che trasforma la vita in una mostruosa trappola senza scarnpo. Non mi pare infatti che la soluzione o l'evasione da tale trappola possa essere costituita, come il romanzo tende a far credere, dal comportamento della pittrice Sabina, seguace del "tradimento continuo" e figura letteraria forse un po' esile che ricorda certe figure letterarie o cinematografiche degli anni cinquanta. Le figure di grande spessore de L'"Insostenibile leggerezza dell'essere" sono invece proprio quelle alle quali il narratore non attribuisce funzioni metaforiche rigidamente esemplari: Tereza, Tom s e la loro assurda e "necessaria" storia d'amore. La requisitoria contro gli intellettuali occidentali e le loro manifestazioni politiche pecca forse di una certa presupponenza: essi vengono sostanzialmente presentati come una banda di citrulli guidati da un accordo categorico con l'essere (dunque il Kitsch) che certo semplifica molto le cose. Probabilmente a questa visione così radicale, anche se fondata su alcuni elementi legittimi, contribuisce in larga misura il disagio dell'esule, che può trasformare la coscienza ironica in coscienza cinica: quella coscienza cioé che sceglie le massime e gli esempi e che cerca freddamente la situazione senza uscita, la dimensione del tragico.
Dove questa dimensione trova un'indimenticabile grandezza è invece, come dicevo, proprio dove "si fa carne", dove diventa personaggio. nelle figure di Tereza e di Tom s; protagonisti di una sconfitta desolata e attonita che è una forma agghiacciante di tragedia. Perché se è vero che nei dannati di Dostoevskji il culmine della loro sconfitta è anche l'inizio del loro riscatto, Tereza e Tom s sono due figure senza riscatto e senza rinascita, spaventosamente prigioniere di una tragedia senza esito e senza catarsi. Una tragedia che sembra avere per coro il popolo cecoslovacco ma il cui coro più adeguato e misterioso è forse l'insostenibile "sorriso" del loro cane Karenin, che malato di cancro li precede nell'ombra.


(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Corduas, S., L'Indice 1985, n. 5

Sul luogo che Kundera occupa nella letteratura "praghese" o "boema" di oggi, posso rispondere soltanto ponendo alcune questioni, anche preliminari, parziali e provocatorie, dando qualche risposta provvisoria; tentando di arrestare un grumo o rotonda pietra, fatta di equivoci, che va rotolando non so bene dove in nome di Praga e della osannata Mitteleuropa (termine che a Praga non usa).
Perché parlare, per i contemporanei, di letteratura boema quando - intreccio di cose praghesi, tedesche ed ebraiche - questa letteratura non esiste più almeno dagli anni trenta? E Kundera davvero non é boemo. In primo luogo é nato a Brno, in Moravia (e non a Praga, come dice erratamente il risvolto del suo ultimo libro); é cresciuto come scrittore una prima volta tra Brno e Praga, poi a Praga e infine, da molti anni, a Parigi. È dunque uno scrittore ceco con una memoria boema e una prospettiva europea. Se questa precisazione dovesse apparire irrilevante o scontata, vorrei aggiungere che non é mai esistita, nella lingua ceca, la parola "Boemia" (si dice Cechy), e che la duplicità di boemo/ceco affligge ancora seriamente (spesso inconsciamente) la cultura ceca, sia dentro che fuori di Boemia e Moravia, oltre che le culture nostre.
Esiste quindi un equivoco che potrebbe portare il nome di boemocentrismo o pragocentrismo (io lo chiamo anche pragomania). Una implicita conferma si può scorgere nell'uso cocciuto, da parte di Kundera come di altri emigrati, del termine "Boemia " perfino quando si parla dell'invasione sovietica: come se Moravia e Slovacchia non fossero state invase anch 'esse. Fa fede di tale cocciutaggine (che in Kundera è certamente cosciente e motivata) il fatto che egli, rivedendo la traduzione italiana con l'editore, abbia puntualmente riscritto Boemia, come nell'originale ceco, là dove trovava Cecoslovacchia.
Altra questione: sono davvero "romanzi" i libri di Kundera? Se li si guarda con lo sguardo del nostro occidente, forse sì e forse no. Hrabal definisce il romanzo kafkiano "romanzo in forma di goccia " e quello hasekiano (Svejk) "romanzo in forma di treno accelerato locale"; ci si può permettere forse di definire i romanzi kunderiani "romanzi in forma di quartetto, beethovenianamente fondato sulla variazione". Non trovo casuale il fatto che già dai titoli e dalla successione dei capitoli di quest'ultimo libro si possa estrarre una quartina ABBA; oppure che Kundera costruisca a pag. 56 uno schema di quartetto (esecutori) più trio (ascoltatori) più trio (i tre ultimi quartetti di Beethoven). Lo fa sapendo benissimo che qualsiasi sala di quel paese musicalissimo sarebbe invece piena di attenti ascoltatori. Analogamente, "Adagio lamentoso" si intitola uno straordinario testo breve in memoria di Franz Kafka di Hrabal - e si tratta di Mahler invece che del Settecento o di Beethoven, ma sempre di variazioni.
Se li guardiamo con gli occhi di quell 'altro occidente che è Praga, dobbiamo dire che, essendo le due più forti tradizioni della cultura letteraria ceca la poesia e il racconto, i libri di Kundera sono romanzi, anzi Kundera è fra coloro che stanno costruendo il romanzo ceco. Tuttavia è opportuno ricordare che si tratta di romanzi composti con racconti che si fronteggiano quasi specularmente.
Ancora una questione: non bisogna dimenticare che Kundera scherza, gioca - in un senso non banale - con se stesso, con la scrittura, col lettore. In questo la sua memoria, boema e ceca, è forte. Weiner e Fuks, per fare un nome boemo e uno ceco non sono estranei, ad esempio, rispettivamente all'autocommento e alla metafora tornante di Kundera. Né può essere un caso che Kundera ami tanto Ladislav Kl¡ma, scrittore e filosofo tradotto anche in italiano, gran teorico del "ludibrionismo". Sarebbe facile dimostrare come questo gioco continuo si traduca, per la scrittura, in quasi tutti i tipi possibili di scrittura ad esempio saggistica: filosofa, teoria del romanzo, scienze, musica, e perfino la filologia. A tale proposito, io vorrei notare che il punto di partenza non sono solo le citate opposizioni di Parmenide e l'eterno ritorno di Nietzsche, ma anche la vecchia storia per cui, coincidendo A con non A, "tutto é vano", e l'unica possibile scelta è "un provvisorio ritorno all'umano " (L.Klima). Si prenda il titolo stesso del libro: la parola ceca tradotta con " insostenibile" è l'esatto equivalente per etimo, piano stilistico e frequenza d'uso, dell'italiano "insopportabile". Il che vien detto non per criticare la scelta, bensì per sottolineare come già nel titolo figuri il peso (da portare), inscindibile dalla leggerezza.
Un' ultima questione: com'è il ceco di Kundera o anche: quanto è ceco come scrittore Kundera? Rozze le domande, rozze le risposte. Il ceco di Kundera è volutamente non difficile ed è diventato certamente, se lo si confronta con quello del suo primo romanzo (" Lo scherzo ", 1967), per l'appunto più "leggero". Questa affermazione ha a che vedere con una serie infinita di questioni che qui è impossibile approfondire. Dirò soltanto che pur essendo ben pertinente l'anomalia di scrivere sapendo già che non si verrà letti nella propria lingua, l'origine della scrittura kunderiana sta già certamente, a mio parere, nei racconti e nel saggio (sul romanzo) del 1963; e che non trovo inutile prendere in considerazione il parere, udito a Praga, che forse Kundera potrebbe non necessariamente scrivere in ceco. ( Si tratta di un parere provocatorio, e giurerei che Kundera lo conosce; non giurerei invece sulle sue reazioni). Non è un caso, ed è un bene che Kundera sia a Parigi, ami Diderot e l'illuminismo. Ed è su quella leggerezza (nella quale egli traspone il peso della vita e della cultura) che si fondano propriamente la risonanza e il carattere ormai europei di Kundera.
Quanto alla seconda domanda, considerando Kundera nell'insieme (in quello che a Praga verrebbe chiamato il suo "gesto culturale" complessivo) si può forse sommariamente dire che egli è scrittore per metà europeo e per metà ceco (non soltanto "praghese"). Ma - per concludere queste sommarie premesse a un discorso su Kundera - sarebbe forse più giusto dire che un 'incognita per fortuna resta, un uno per cento di apertissimo dubbio, dal quale certamente scaturiranno altri libri. Quel dubbio che prende quando si vede Kundera ridere di Smetana - che non ama - e proclamare la grandezza di Dvoràk; mentre si resta attoniti quando domandandogli che cosa pensi del " Dramma giocoso " di colui che fece così importanti visite a e per Praga, non c'è risposta, proprio sul Don Giovanni; quest'opera somma del grande Amadé...

Recensioni dei clienti

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    Vito Simi de Burgis

    26/07/2017 09.50.52

    Un libro che mi ha fatto risuonare alcune corde intime, quindi per me un libro valido "che ti parla". La primissima parte del libro sino al capitolo "L'anima e il corpo" mi sembrava un po' banale, ma poi il racconto, sempre scorrevole e ben scritto, mi ha stimolato a proseguire la lettura. Mi piace perché oltre ad essere un romanzo di cronache storiche e amorose, è in un certo senso anche un saggio che “saggiamente” attraverso vari spunti diventa un richiamo ad un'analisi più distaccata delle nostre vite, ad un distacco che dovrebbe elevarci verso una comprensione unitaria di contrasti apparentemente inconciliabili. Senz'altro tutte le storie che si intrecciano qui sono velate da toni melanconici e fatalisti che ne costituiscono, soprattutto nella seconda parte, il filo conduttore. I personaggi sono ben delineati psicologicamente e sono uno specchio di tutte quelle tensioni emotive e razionali che penso tutti noi umani proviamo quotidianamente.

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    Filippo

    06/04/2017 15.34.40

    Di solito non recensisco libri che non mi hanno entusiasmato, ma dato il calore con cui mi era stato consigliato mi sembra doveroso farlo. Nella mia modestissima e personale opinione, l'ho trovato mediocre. Credo di non aver capito il suo scopo, cioè cosa vorrebbe essere. Vuole essere un saggio che sfrutta la storia dei vari amanti come pretesto/punto di partenza? È poco organico e l'insieme di ragionamenti non segue un filo logico, l'autore salta di palo in frasca e arrivato al punto finale non è in grado di tirare le fila del discorso. Vuole essere un racconto condito di spunti di riflessione? Se così fosse, la storia in sé mi sembra abbastanza piatta e gli spunti non sono sufficientemente pungenti e originali da rendere l'insieme apprezzabile, ai miei occhi. Alcuni passi li ho trovati interessanti, per carità, ma non tanto da salvare tutto l'insieme. Mi è stato detto che è un libro "che ti parla", a me evidentemente non ha parlato (o forse, io non ero in ascolto). Sarebbe 2.5/5

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    Valerio La Torre

    05/10/2015 18.31.21

    Un libro di grande intensità. Ricco di spunti di riflessione "sempreverdi" e mai scontati, una tecnica curata nei minimi particolari, una prosa scorrevole ed elegante, ne fanno una pietra miliare della letteratura mondiale, dato anche l'ampio riscontro e successo di pubblico registrato sin dalla sua pubblicazione. Da leggere e rileggere, con passione, con cuore.

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    franz

    07/09/2015 19.15.52

    intanto, come romanzo storico per saper qualcosa in più della primavera di praga nel 1968. intanto. non sopporto la figura del traditore seriale, anche se imbellettato da pensatore romantico. sopporto spunti filosofici come il kitsch, i cani, es muss sein, einmal ist keinmal, Nietzsche che abbraccia il cavallo appena frustato, il rifiuto di rinnegare pubblicamente un'idea, le persone categorizzate in base al bisogno di essere guardate. non so valutarlo per la forma e la struttura. non mi esalta la fama che ha riscosso, problema mio.

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    Diego

    17/04/2015 13.00.26

    Raramente ho trovato in un libro una scrittura così limpida, cristallina. Che eleganza. Che classe. Come un re mida, qualsiasi cosa, sotto la penna di Kundera, diventa oro. Libro immenso.

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    Lela

    28/03/2015 13.22.02

    le riflessioni filosofiche dell'autore mi sono piaciute molto, ma non posso dire la stessa cosa dei personaggi. mi aspettavo qualcosa in più, data la fama del romanzo, quello che manca, secondo me, è un po' di compattezza tra le varie parti e i vari personaggi (cosa che, magari, è voluta). sinceramente non l'avrei concluso se non fosse stato proprio per le riflessioni. non so, mi ha lasciata un po' senza parole

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    violoncella

    06/03/2015 17.26.18

    Trovo complicato recensire questo libro perchè ne ho due opinioni diverse: la prima metà, e anche oltre, l'ho trovata molto noiosa.Mi è sembrato che l'autore prendesse come spunto la storia d'amore per parlare delle sue idee filosofiche,peraltro poco interessanti.I due protagonisti non mi piacciono particolarmente e la loro storia d'amore è ai limiti del patologico. Ho trovato di gran lunga migliore la seconda parte,dove sono più approfonditi gli aspetti politici/storici.Bello l'ultimo capitolo e la riflessione sui cani.In generale non posso assolutamente dare più di tre e sono anche generosa perchè per quasi due terzi l'ho trovato veramente insostenibile,di una noia e di una banalità insopportabili. Chiamarlo capolavoro poi è un'offesa ai grandi scrittori della storia della letteratura. Consiglio comunque a chi ormai l'ha iniziato di finirlo e di non perdersi la parte migliore.

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    Manuela

    02/01/2015 15.00.50

    Intimo ed autentico. Straordinaria abilità dell'autore nel toccare la profondità dei personaggi senza doverli "descrivere". Certo:è un libro "da capire" ma va assolutamente letto! Kundera è un genio del'900...

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    Armaldo

    20/05/2014 18.06.57

    Ho avuto l'impressione di trovarmi di fronte a un libro insignificante e presuntuoso. Ho abbandonato questo libro dopo 70 pagine. Le descrizioni dei sentimenti mi sembravano artificiose e molto "pompate". Mi sono sentito un pò preso in giro, da un libro che (mio modestissimo parere) reputo molto poco sincero.

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    barbara

    29/04/2014 09.36.12

    1)"Non certo la necessità, bensì il caso è pieno di magia. Se l'amore deve essere indimenticabile, fin dal primo istante devono posarsi su di esso le coincidenze, come uccelli sulle spalle di Francesco d'Assisi" 2)Non si può mai sapere che cosa si deve volere perché si vive una vita soltanto e non si può né confrontarla con le proprie vite precedenti, né correggerla nelle vite future. ...L'uomo vive ogni cosa subito, per la prima volta, senza preparazioni. Come un attore che entra in scena senza avere mai provato" Due punti di riflessione intima che non possono lasciare il lettore indifferente. Le coincidenze che solo se colte possono dar vita ad un amore(quante volte in una vita anime si sfiorano ma poi si allontanano perchè quella coincidenza non è stata colta?) La caratteristica intrinseca della vita: tutto è vissuto una volta sola senza possibilità di confronto e di preparazione. Questo lato dell'esistenza lascia un senso di ansia e di impotenza ma sicuramente spazio per una riflessione, per poter cogliere in noi stessi anche la bellezza dell'unicità dell'istante. Bel romanzo anche per l'ambientazione storica e i personaggi; unica pecca: l'intromissione dell'autore come voce in primo piano. Un po' prolissa l'ultima parte.

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    Amalia

    23/10/2013 18.59.09

    Per me è stato un libro profondamente intimo. Lo consiglio. E' un testo davvero coraggioso, se si pensa agli anni in cui è stato scritto. Buona Lettura!

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    mary

    26/09/2013 12.46.58

    Per anni mi è sembrato un titolone a cui sentivo difficile l'approccio. Un giorno il consiglio di una mia amica libraia mi è sembrato un incoraggiamento: come quando un'altra amica mi incoraggio' a salire sulla giostra galeone che, tenuta come perno per la sommtà dell'albero maestro non faceva che.....gongolare. Su' e giu' e' proprio quello che ha metaforicamento fatto la mia lettura di questo colosso. Per leggerli bisogna essere pronti. Momenti si e' su' in cima e momenti si è nei profondi abissi. Appena finito di leggere sembra che le parole siano tutte li' dentro.....e non ne trovi piu' per dire NULLA! Mi è rimasto il concetto secondo cui le "persone titolate" possono diventare altro mantenendo la dignità e che dietro e oltre i "titoli" ci sono esseri umani. bellissimo l'incontro del 'dottore' col suo ex-collega....pagine sublimi. Consiglio vivamente la lettura, ma sono consapevole che ci vorrà ancora del tempo per metabolizzarlo.

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    Stefania

    22/03/2013 19.13.05

    Un libro indimenticabile, anche se ha un inizio complesso che potrebbe scoraggiare chi non è avvezzo alla lettura impegnata. Poi è tutto un susseguirsi di concetti e immagini fuori dal normale, come avviene per i grandi capolavori.

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    lory

    16/01/2013 16.06.17

    è sicuramente un libro che non si legge con "leggerezza"...c'è tanta intensità nelle sue parole!tutta la filosofia di questo libro potrebbe racchiudersi in una sola frase..."fare l'amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte. L'amore non si manifesta con il desiderio di fare l'amore, desiderio che si applica ad una quantità infinita di donne, ma con il desiderio di dormire insieme, desiderio che si applica ad un'unica donna"...meraviglioso!

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    Marcello Andrea

    15/11/2012 15.44.41

    Romanzo travolgente sebbene difficile. Tutto il dramma della dittatura sui sentimenti e sulle relazioni e poi l'amore che domina la storia. Uno dei libri più belli che abbia mai letto.

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    Lucia

    14/11/2012 11.22.36

    Finito dalla disperazione e per mera testardaggine. Si tratta di digressioni filosofeggianti dell'autore inframezzate qua e là dalla storia dei protagonisti. Storia triste, grigia, malinconica, dalle atmosfere plumbee e grevi. Inoltre il continuo incombere, invadente e pedante dello scrittore, fa perdere di spessore e di consistenza ai personaggi. Nella seconda e nell'ultima parte ho anche saltato alcune pagine. Non si perde niente. Si potrebbe intitolare anche "L'insostenibile pesantezza di Milan Kundera"! L'unica cosa positiva è che me l'hanno prestato e quindi non ho fatto spese inutili. Lo sconsiglio.

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    ru

    02/11/2012 14.21.44

    Riletto dopo 10 anni devo dire che mi ha colpito di più della prima volta. La prima parte l'ho gradita meno e a quel punto avrei dato 2 a questo libro, ma la seconda parte (che poi era quella che ricordavo meglio)ha completamente riscattato il libro e allora avrei dato 4, ecco svelato il perchè del mio 3. Quello che colpiscono non è la storia in sè, ma piuttosto le "divagazioni" al suo interno. Un libro comunque da leggere!

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    Annarita

    25/10/2012 23.36.46

    E' un libro molto bello, ricco di infiniti spunti di riflessioni e di digressioni filosofiche. E' la storia di un amore raccontata, sullo sfondo dell'invasione sovietica della Cecoslovacchia, accompagnando il lettore per mano tra le pieghe dell'anima e la sensibilità dei corpi di Thomas e Tereza, Thomas e Sabina, Sabina e Franz. Un balletto di rapporti dove sembra che l'uno sia debole e l'altro forte, l'uno vittima innocente e l'altro tiranno, tranne intravedere tra le righe, pagina dopo pagina, che la verità è altra: i ruoli si scambiano, incessantemente. Kundera osserva la vita e la analizza attraverso riflessioni e sogni per spiegare le dinamiche del cuore, dei rapporti tra coloro che si amano, si appartengono e si possiedono. Un capitolo dopo l'altro conduce il lettore verso una soluzione che trova sublime espressione proprio nell'ultimo bellissima parte dedicata a Karenin e unica nell'intero libro per ricchezza di emozioni. Questo romanzo, quasi un compendio di situazioni psicologiche tipo, è molto stimolante ma la sua vocazione didascalica ne è al contempo la forza e il limite.

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    Marina

    18/09/2012 11.37.44

    Tutti dovrebbero trovare un po' di tempo da dedicare a questo libro. La leggerezza è quello che desidereremmo raggiungere tutti, soprattutto nei momenti di pesantezza. Ebbene, dopo averlo letto, mi rendo finalmente conto di quanto la leggerezza possa nuocere alla salute molto più della pesantezza. Buona lettura.

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    Arianna

    06/09/2012 19.44.20

    Un capolavoro senza eguali. letto 6-7 volte, è tra i pochi libri che non mi stancherò mai di leggere e rileggere.

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