L' insostenibile leggerezza dell'essere

Milan Kundera

Editore: Adelphi
Collana: Gli Adelphi
Edizione: 28
Anno edizione: 1989
Formato: Tascabile
In commercio dal: 29 maggio 1989
Pagine: 318 p.
  • EAN: 9788845906862

32° nella classifica Bestseller di IBS Libri - Narrativa straniera - Moderna e contemporanea (dopo il 1945)

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Descrizione
"Il suo romanzo ci dimostra come nella vita tutto quello che scegliamo e apprezziamo come leggero non tarda a rivelare il proprio peso insostenibile. Forse solo la vivacità e la mobilità dell'intelligenza sfuggono a questa condanna: le qualità con cui è scritto il romanzo, che appartengono a un altro universo da quello del vivere" (Italo Calvino). "Chi è pesante non può fare a meno di innamorarsi perdutamente di chi vola lievemente nell'aria, tra il fantastico e il possibile: mentre i leggeri sono respinti dai loro simili e trascinati dalla "compassione" verso i corpi e le anime possedute dalla pesantezza. Così accade nel romanzo: Tomás ama Tereza, Tereza ama Tomás: Franz ama Sabina, Sabina (almeno per qualche mese) ama Franz; quasi come nelle Affinità elettive si forma il perfetto quadrato delle affinità amorose". (Pietro Citati).

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Recensioni dei clienti

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  • User Icon

    Eleonora

    03/11/2018 22:53:24

    Amo Kundera e non poevo non amare questo libro! È bellissimo e soprattutto dal significato profondo

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    Serena

    26/10/2018 09:30:18

    Consigliato. Aiuta molto a capire tanti aspetti.

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    Alex

    15/10/2018 12:31:48

    Davanti ad un autentico capolavoro è sempre difficile trovare parole appropriate x recensirlo. Estremamente perfetto nella narrazione della pesantezza nella leggerezza dell'essere.

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    Tina

    11/10/2018 09:40:20

    Da leggere

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    violetta

    23/09/2018 19:04:40

    Libro talmente bello da farmi stare male, scritto con uno stile franco a volte duro, capace nella descrizione del quotidiano di turbare profondamente. L'atmosfera particolarissima è resa con maestria, come pure i quattro personaggi principali nei quali ci si immedesima al punto, come dicevo prima, di stare male. Da leggere.

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    Katia Di Palma

    23/09/2018 15:05:42

    Un libro particolare. Uno di quelli che bisogna rileggere una, due volte per capire (almeno così è stato per me!). Un libro che offre molte frasi interessanti e spunti su cui riflettere. Non si può dire un capolavoro, ma sicuramente un bel libro. Consigliato? Sicuramente sì per chi ama l'autore o per chi vuole riflettere su alcuni spunti che l'autore lancia. Non adatto per chi cerca una lettura per liberare la mente

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    Esse

    23/09/2018 14:41:43

    Saggio travestito da romanzo. Un libro che pretende attenzioni e che detta dall'interno il ritmo della lettura. Ritmo che non mi appartiene e che, specie nella parte centrale, mi ha fatto arrancare non poco. Mi ci sono aggrappata con le unghie e con i denti perché sapevo che ad ogni pagina di romanzo sarebbe seguita una pagina di saggio e, tra le parole del Kundera saggista, ho trovato ogni volta lo stimolo a non mollare. Alla fine l'ha avuta vinta lui: c'è così tanto in quelle 300 pagine che è impossibile non amarlo. Mi resta solo il dubbio di averlo letto in un momento sbagliato. Credo che ci sia un tempo per ogni libro e sono pronta a scommettere che, in altri tempi, lo saprò amare anche più di così: da rileggere

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    Claudia

    22/09/2018 20:51:19

    L'indiscussa abilità narrativa di Kundera si riassume in questo romanzo, leggero ma dai contenuti profondi. L'autore porta in primo piano la sfera psicologica, affettiva e sessuale dei personaggi, con un intreccio di storie che spingono a profonde riflessioni filosofiche sul significato della vita, senza trascurarne il lato ironico. Ambientato a Praga dopo l'invasione da parte dell'Unione Sovietica, i personaggi sono costretti ad affrontare ricollocazioni all'interno delle loro vite, che li porteranno a rivedere valori e contesti sociali.

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    Do 3 stelline...

    22/09/2018 10:35:40

    Do 3 stelline perché per quanto me ne avevano parlato bene mi ero immaginata un libro stratosferico. Non lo è, è un bel libro, lettura molto semplice e scorrevole. Abbastanza piacevole ma non eccezionale. Nonostante ciò, lo consiglio.

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    francesca

    22/09/2018 09:43:36

    Un romanzo di Kundera semplicemente meraviglioso. Grazie a questo testo mi sono avvicinata a Kundera e al suo stile. Trovo le idee dell'autore e le sue descrizioni degli eventi e dei personaggi semplicemente magistrali. Il mio personaggio preferito è sicuramente Tereza poiché trovo che l'autore le abbia dato una forte sensibilità ed un carattere così deciso da rendere molto facile l'immedesimazione. Chiamarlo romanzo storico, romanzo rosa, romanzo di formazione, romanzo filosofico o romanzo psicologico sarebbe troppo riduttivo perché 'L'insostenibile Leggerezza Dell'essere' racchiude in sé tutti questi generi. Assolutamente consigliato per lasciarsi cambiare la vita e per trovare un nuovo punto di vista sull' amore, sulla passione e sulla vita intera.

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    Manuela

    22/09/2018 08:29:31

    Un libro difficilmente commentabile visto la complessità che dimostra. Però davvero un capolavoro.Personaggi molto tormentati,con motivazioni psicologiche ed emotive che si sviluppano e si intrecciano a diversi livelli.Un lavoro di introspezione e di interpretazione onirica,che coinvolge tutti i personaggi,e si intreccia alla situazione storica e politica dell'epoca in cui è ambientato il romanzo. Una lettura davvero stimolante,che coinvolge sia a livello ideale che emotivo.

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    Andrea

    22/09/2018 07:32:27

    Probabilmente l'opera massima dell'autore; ho acquistato il cartaceo dopo averlo letto in ebook anni fa perché avevo bisogno di leggerlo, rileggerlo e sottolinearlo; inutile dire quanto io abbia amato questo libro;

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    Clara

    21/09/2018 21:30:34

    E’ sicuramente un libro che non si legge con "leggerezza"...c'è tanta intensità nelle sue parole!tutta la filosofia di questo libro potrebbe racchiudersi in una sola frase..."fare l'amore con una donna e dormire con una donna sono due passioni non solo diverse ma quasi opposte. L'amore non si manifesta con il desiderio di fare l'amore, desiderio che si applica ad una quantità infinita di donne, ma con il desiderio di dormire insieme, desiderio che si applica ad un'unica donna"...meraviglioso!

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    Maria Antonietta

    21/09/2018 11:12:49

    Questo è un libro molto divisivo, anche dalla lettura delle recensioni qui sotto si può ben vedere la netta spaccatura tra chi lo esalta e chi lo demonizza. Ahimè, faccio parte, felicemente, della prima categoria. Un libro spettacolare che vi conquisterà dalla prima parola. Vi farà provare una sensazione di leggerezza, riuscirà a mettere in prospettiva qualsiasi vostro problema ma al contempo molte volte vi farà sentire un insostenibile peso nell'anima, una forte inquietudine. Non è questa un'iperbole, un'esagerazione ma le contrastanti emozioni che vi farà provare questo incredibile libro. Kundera è come un chirurgo, con lui le parole sono usate con estrema cura, sempre soppesate e sempre puntuali, riesce ad entrarvi dentro l'anima, a farvi immergere completamente nella storia, a trasportarvi in quel periodo, vivrete anche voi le varie vite dei personaggi, vi porrete anche voi i vari dubbi così come faranno di volta in volta i personaggi. Non è un romanzo sopravvalutato, se questo libro ha una fama che lo precede di molto è perché effettivamente ha un indubbio valore. Uno dei capisaldi della letteratura europea del novecento. Un indubbio passaggio obbligato per coloro che amano la letteratura.

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    anna.trtsc@gmail.com

    21/09/2018 10:02:06

    Il racconto di Kundera è esistenziale, necessario, di una profondità e al contempo di una leggerezza, appunto, insostenibili. Così, del resto, è la vita, e così è la condizione dei protagonisti, sempre sospesi in un'atmosfera talmente rarefatta da far pensare al lettore di potersi spezzare da un momento all'altro. La riflessione ha il suo focus sulla casualità degli eventi e sul libero arbitrio; le scelte di volta in volta effettuate dai personaggi sono il meccanismo che muove questo imperscrutabile succedersi degli eventi.

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    Lore

    20/09/2018 19:36:28

    Leggerezza o pesantezza, corpo o anima, questi sono i dualismi che caratterizzano il capolavoro di Kundera. Tomas, Tereza, Sabina e Franz ci portano alla scoperta di tutte queste contraddizioni ma anche di quelle che contraddistinguono il nostro essere.

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    Mirco

    20/09/2018 12:06:12

    Romanzo intenso e profondo fin dalle prime pagine. L'amore con tutte le sue componenti, positive e negative, è il vero protagonista.

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    Luca

    19/09/2018 17:40:22

    Questo romanzo rappresenta nei suoi quattro protagonisti una summa di tutti i tipi umani e delle relazioni che si possono generare tra questi. È un vero e proprio manuale sentimentale che avvicina il lettore a una maggiore comprensione di se stesso e del rapporto con gli altri. Un libro da leggere e rileggere, perchè a diverse età lascia impressioni e considerazioni diverse. Kundera è sicuramente tra i grandi autori contemporanei.

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    Luciana

    19/09/2018 16:19:38

    Questo romanzo potrebbe essere considerato piuttosto come un saggio. La trama narrativa relativa alla vita di ciascun personaggio serve all'autore solo da esempio per spiegare le sue idee in relazione a temi importanti ed esistenziali: l'esistenza di un destino, l'impossibilità di compiere scelte sicure nella vita, la ricerca della felicità anche in condizioni difficili. I quattro personaggi principali sono molto diversi tra loro e questo permette all'autore di mostrare un'ampia gamma di esperienze umane : Tereza, ad esempio, si sente destinata alla sofferenza. Al contrario Tomas si lascia coinvolgere dall'esperienza esterna e si lascia trascinare dagli eventi, che gli fanno perdere pian piano ogni certezza. Diversamente da Tomas, Franz è un idealista: gli eventi della storia lo coinvolgono, ma lui cerca di cambiarli in prima persona, combattendo per ciò in cui crede. Sabina, infine, è una donna libera, completamente artefice del proprio destino.

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    Vz

    18/09/2018 13:20:51

    Credo che chiunque si approcci a questo libro, indipendentemente dall'età, dal sesso o dalle idee, non possa far altro che scoprire qualche lato di sè che teneva nascosto anche a se stesso. E' incredibile come i personaggi siano caratterizzati nelle loro mille sfaccettature senza mai poter essere incasellati nelle persone "leggere" o "pesanti", riflessive o impulsive, attive o passive. E grazie alle loro fragilità, i loro errori e le loro sfumature, il lettore si ritrova a somigliare a turno a ciascuno dei protagonisti. Davvero un libro fantastico.

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(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Tabucchi, A., L'Indice 1985, n. 5

C'è un concetto elementare che portiamo dentro di noi: che la vita è irripetibile. Ogni nostro istante, ogni nostra azione, ogni nostro gesto, insomma tutto ciò che ci è dato da vivere avviene una volta sola, non avverrà mai più. Eppure viviamo come se ciò fosse un concetto trascurabile, perché se provassimo a rifletterci mentre viviamo, la vita diventerebbe una paradossale nostalgia: la nostalgia del presente. Su questo concetto, insieme elementare e insostenibile, Milan Kundera ha scritto un intero romanzo, un grande romanzo. Un romanzo non è grande se non ha in sé almeno un'interrogazione metafisica. Interrogazione che non è incompatibile col realismo, come a volte si tende a credere, perché realismo e metafisica possono andare perfettamente d'accordo; anzi, più che il fantastico, che è la negazione della metafisica, è spesso il reale che postula interrogativi metafisici, o che fa scattare quella metafisica del reale che il nostro secolo, a partire da Kafka e da Pirandello, ha visitato con i suoi autori maggiori.
Kundera è appunto un romanziere realista e metafisico; di un realismo e di una metafisica estenuati e dolenti: e per questo capaci di lampi, di penose intuizioni, di apparizioni brucianti, di guizzi e di spasimi. Di colpi di coda, mi verrebbe da dire, come di un animale morente che sra lasciando il suo vecchio corpo e sotto i nostri occhi sta producendo un altro corpo a lui consanguineo e a noi sconosciuto, un essere vivente che gli esce dalle viscere e che si sta sostituendo a lui. Il romanzo di Kundera è infatti un testo in mutazione: non è più un romanzo ed è già un altro romanzo, non è tradizionale ma non è neppure quello che con un aggettivo un po' logoro viene definito "sperimentale". Roman philosophique? Certo, ma non nell'accezione settecentesca del termine: "L'insostenibile leggerezza dell'essere" non è un romanzo moralistico e non è un romanzo sulla ragione, anche se parla di etica e di ragione (e di sentimenti) Se dovessi nominare un filosofo che presiede a questo libro farei il nome di Francis Bradley, del quale Borges ha scritto che "esclude l'awenire e che riporta l'Attuale all ' agonia del momento presente che si disintegra nel passato".
Fino dall'inizio il senso della finitudine congela le figure di questo romanzo in una luce livida, in una fissità da fotografia, nella dimensione dell'Irreversibile. "Sono già molti anni che penso a Tom s, ma soltanto alla luce di queste considerazioni l'ho visto con chiarezza. L'ho visto alla finestra del suo appartamento, gli occhi fissi al di là del cortile sul muro della casa di fronte, che non sa che cosa deve fare''. Le considerazioni del narratore riguardano l'idea dell'eterno ritorno e dell'inesistenza del ritorno, che si traducono nell'idea della leggerezza e della pesantezza e che introducono alla storia. Ma quando la storia comincia, quando cioé il narratore sorprende il suo personaggio alla finestra dell'appartamento, la storia è anche in qualche modo già conclusa. Noi non sappiamo perché, ma intuiamo che la vicenda che ci verrà raccontata è come una fotografia; una fotografia che, come ha detto Susan Sontag, è simultaneamente una pseudo-presenza e l'indicazione di un'assenza. A metà del romanzo,per esempio, veniamo a sapere attraverso un altro personaggio che Tom s e Tereza sono già morti in un incidente: eppure la loro storia prosegue nel romanzo, essi continuano a vivere fatalmente per noi fino al momento in cui moriranno. La loro storia, gia avvenuta, è irreversibile, la loro vita nella narrazione è solo una pseudo-presenza: essi sono un'assenza. Kundera durante il romanzo fa il nome di molti filosofi, da Parmenide a Scoto Eriugena a Nietzsche: manca tuttavia quello di Jankélévitch, il filosofo dell'irrevocabile e della nostalgia, che sono i concetti portanti dell'"Insostenibile leggerezza dell'essere" specialmente laddove il romanzo tocca, non solo con la storia, ma anche con le riflessioni extra-narrative dell'autore, temi come la resistenza all'irreversibile (il rallentamento del divenire, l'accelerazione del divenire, l'incomprensibilità del divenire), il consenso all'irreversibile (la libertà come potere a senso unico) e la questione dell ' irrevocabile (l 'attrazione dell'essere stato e del dover essere, la dizione della tautologia). Ha scritto Jankélévitch che "contro la tautologia ottusa, sorda e cieca, e soprattutto muta, protesta il paradosso della contraddizione". Kundera ha un modo molto originale di definire il dover essere e la tautologia ottusa: il Kitsch. Egli definisce il Kitsch "un accordo categorico con l'essere", la mancanza di paradosso e di contraddizione. In tal modo egli sposta il concetto di Kitsch dal piano estetico al piano ontologico, ne fa una vera e propria categoria dell'essere. Viene da pensare se nella visione di Kundera non ci sia un accordo un po' troppo categorico con la sua stessa visione, il che gli potrebbe creare alcuni problemi, perché una teoria di questo genere mi pare plausibile purché essa preveda un margine di dubbio nei confronti di se stessa, insomma tolleri l'ironia e l'autoironia altrimenri il problema cacciato dalla porta rischia di rientrare dalla finestra. È comprensibile che, esule da un regime come quello cecoslovacco (il cui sistema di vita, come in altri regimi analoghi, è fondato sul Kitsch), Kundera sia portato a elevare a regola universale cio che lo ha perseguitato fin dalla nascita. Ma in tal modo egli crea una categoria totalizzante che trasforma la vita in una mostruosa trappola senza scarnpo. Non mi pare infatti che la soluzione o l'evasione da tale trappola possa essere costituita, come il romanzo tende a far credere, dal comportamento della pittrice Sabina, seguace del "tradimento continuo" e figura letteraria forse un po' esile che ricorda certe figure letterarie o cinematografiche degli anni cinquanta. Le figure di grande spessore de L'"Insostenibile leggerezza dell'essere" sono invece proprio quelle alle quali il narratore non attribuisce funzioni metaforiche rigidamente esemplari: Tereza, Tom s e la loro assurda e "necessaria" storia d'amore. La requisitoria contro gli intellettuali occidentali e le loro manifestazioni politiche pecca forse di una certa presupponenza: essi vengono sostanzialmente presentati come una banda di citrulli guidati da un accordo categorico con l'essere (dunque il Kitsch) che certo semplifica molto le cose. Probabilmente a questa visione così radicale, anche se fondata su alcuni elementi legittimi, contribuisce in larga misura il disagio dell'esule, che può trasformare la coscienza ironica in coscienza cinica: quella coscienza cioé che sceglie le massime e gli esempi e che cerca freddamente la situazione senza uscita, la dimensione del tragico.
Dove questa dimensione trova un'indimenticabile grandezza è invece, come dicevo, proprio dove "si fa carne", dove diventa personaggio. nelle figure di Tereza e di Tom s; protagonisti di una sconfitta desolata e attonita che è una forma agghiacciante di tragedia. Perché se è vero che nei dannati di Dostoevskji il culmine della loro sconfitta è anche l'inizio del loro riscatto, Tereza e Tom s sono due figure senza riscatto e senza rinascita, spaventosamente prigioniere di una tragedia senza esito e senza catarsi. Una tragedia che sembra avere per coro il popolo cecoslovacco ma il cui coro più adeguato e misterioso è forse l'insostenibile "sorriso" del loro cane Karenin, che malato di cancro li precede nell'ombra.


(recensione pubblicata per l'edizione del 1985)
recensione di Corduas, S., L'Indice 1985, n. 5

Sul luogo che Kundera occupa nella letteratura "praghese" o "boema" di oggi, posso rispondere soltanto ponendo alcune questioni, anche preliminari, parziali e provocatorie, dando qualche risposta provvisoria; tentando di arrestare un grumo o rotonda pietra, fatta di equivoci, che va rotolando non so bene dove in nome di Praga e della osannata Mitteleuropa (termine che a Praga non usa).
Perché parlare, per i contemporanei, di letteratura boema quando - intreccio di cose praghesi, tedesche ed ebraiche - questa letteratura non esiste più almeno dagli anni trenta? E Kundera davvero non é boemo. In primo luogo é nato a Brno, in Moravia (e non a Praga, come dice erratamente il risvolto del suo ultimo libro); é cresciuto come scrittore una prima volta tra Brno e Praga, poi a Praga e infine, da molti anni, a Parigi. È dunque uno scrittore ceco con una memoria boema e una prospettiva europea. Se questa precisazione dovesse apparire irrilevante o scontata, vorrei aggiungere che non é mai esistita, nella lingua ceca, la parola "Boemia" (si dice Cechy), e che la duplicità di boemo/ceco affligge ancora seriamente (spesso inconsciamente) la cultura ceca, sia dentro che fuori di Boemia e Moravia, oltre che le culture nostre.
Esiste quindi un equivoco che potrebbe portare il nome di boemocentrismo o pragocentrismo (io lo chiamo anche pragomania). Una implicita conferma si può scorgere nell'uso cocciuto, da parte di Kundera come di altri emigrati, del termine "Boemia " perfino quando si parla dell'invasione sovietica: come se Moravia e Slovacchia non fossero state invase anch 'esse. Fa fede di tale cocciutaggine (che in Kundera è certamente cosciente e motivata) il fatto che egli, rivedendo la traduzione italiana con l'editore, abbia puntualmente riscritto Boemia, come nell'originale ceco, là dove trovava Cecoslovacchia.
Altra questione: sono davvero "romanzi" i libri di Kundera? Se li si guarda con lo sguardo del nostro occidente, forse sì e forse no. Hrabal definisce il romanzo kafkiano "romanzo in forma di goccia " e quello hasekiano (Svejk) "romanzo in forma di treno accelerato locale"; ci si può permettere forse di definire i romanzi kunderiani "romanzi in forma di quartetto, beethovenianamente fondato sulla variazione". Non trovo casuale il fatto che già dai titoli e dalla successione dei capitoli di quest'ultimo libro si possa estrarre una quartina ABBA; oppure che Kundera costruisca a pag. 56 uno schema di quartetto (esecutori) più trio (ascoltatori) più trio (i tre ultimi quartetti di Beethoven). Lo fa sapendo benissimo che qualsiasi sala di quel paese musicalissimo sarebbe invece piena di attenti ascoltatori. Analogamente, "Adagio lamentoso" si intitola uno straordinario testo breve in memoria di Franz Kafka di Hrabal - e si tratta di Mahler invece che del Settecento o di Beethoven, ma sempre di variazioni.
Se li guardiamo con gli occhi di quell 'altro occidente che è Praga, dobbiamo dire che, essendo le due più forti tradizioni della cultura letteraria ceca la poesia e il racconto, i libri di Kundera sono romanzi, anzi Kundera è fra coloro che stanno costruendo il romanzo ceco. Tuttavia è opportuno ricordare che si tratta di romanzi composti con racconti che si fronteggiano quasi specularmente.
Ancora una questione: non bisogna dimenticare che Kundera scherza, gioca - in un senso non banale - con se stesso, con la scrittura, col lettore. In questo la sua memoria, boema e ceca, è forte. Weiner e Fuks, per fare un nome boemo e uno ceco non sono estranei, ad esempio, rispettivamente all'autocommento e alla metafora tornante di Kundera. Né può essere un caso che Kundera ami tanto Ladislav Kl¡ma, scrittore e filosofo tradotto anche in italiano, gran teorico del "ludibrionismo". Sarebbe facile dimostrare come questo gioco continuo si traduca, per la scrittura, in quasi tutti i tipi possibili di scrittura ad esempio saggistica: filosofa, teoria del romanzo, scienze, musica, e perfino la filologia. A tale proposito, io vorrei notare che il punto di partenza non sono solo le citate opposizioni di Parmenide e l'eterno ritorno di Nietzsche, ma anche la vecchia storia per cui, coincidendo A con non A, "tutto é vano", e l'unica possibile scelta è "un provvisorio ritorno all'umano " (L.Klima). Si prenda il titolo stesso del libro: la parola ceca tradotta con " insostenibile" è l'esatto equivalente per etimo, piano stilistico e frequenza d'uso, dell'italiano "insopportabile". Il che vien detto non per criticare la scelta, bensì per sottolineare come già nel titolo figuri il peso (da portare), inscindibile dalla leggerezza.
Un' ultima questione: com'è il ceco di Kundera o anche: quanto è ceco come scrittore Kundera? Rozze le domande, rozze le risposte. Il ceco di Kundera è volutamente non difficile ed è diventato certamente, se lo si confronta con quello del suo primo romanzo (" Lo scherzo ", 1967), per l'appunto più "leggero". Questa affermazione ha a che vedere con una serie infinita di questioni che qui è impossibile approfondire. Dirò soltanto che pur essendo ben pertinente l'anomalia di scrivere sapendo già che non si verrà letti nella propria lingua, l'origine della scrittura kunderiana sta già certamente, a mio parere, nei racconti e nel saggio (sul romanzo) del 1963; e che non trovo inutile prendere in considerazione il parere, udito a Praga, che forse Kundera potrebbe non necessariamente scrivere in ceco. ( Si tratta di un parere provocatorio, e giurerei che Kundera lo conosce; non giurerei invece sulle sue reazioni). Non è un caso, ed è un bene che Kundera sia a Parigi, ami Diderot e l'illuminismo. Ed è su quella leggerezza (nella quale egli traspone il peso della vita e della cultura) che si fondano propriamente la risonanza e il carattere ormai europei di Kundera.
Quanto alla seconda domanda, considerando Kundera nell'insieme (in quello che a Praga verrebbe chiamato il suo "gesto culturale" complessivo) si può forse sommariamente dire che egli è scrittore per metà europeo e per metà ceco (non soltanto "praghese"). Ma - per concludere queste sommarie premesse a un discorso su Kundera - sarebbe forse più giusto dire che un 'incognita per fortuna resta, un uno per cento di apertissimo dubbio, dal quale certamente scaturiranno altri libri. Quel dubbio che prende quando si vede Kundera ridere di Smetana - che non ama - e proclamare la grandezza di Dvoràk; mentre si resta attoniti quando domandandogli che cosa pensi del " Dramma giocoso " di colui che fece così importanti visite a e per Praga, non c'è risposta, proprio sul Don Giovanni; quest'opera somma del grande Amadé...