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Intorno a Lafcadio, giovane seducente e spensierato, figlio illegittimo di un conte francese e di una pretesa nobildonna romena, si muove un nutrito gruppo di personaggi: tra loro, Protos, suo ex compagno di scuola, che truffa le buone anime cristiane con una storia di riscatto per la presunta prigionia di papa Leone XIII a Castel Sant’Angelo, Julius de Baraglioul, il fratellastro di Lafcadio, scrittore cattolico che aspira a un seggio dell’Académie, Anthime Armand-Dubois, un massone che si converte credendo a una sua guarigione miracolosa e che poi ritorna alla miscredenza. Sullo sfondo dell’ostilità fra Chiesa e massonneria, a cavallo del secolo, in piena “belle époque”, Gide si sbizzarrisce a far ruotare vorticosamente la giostra dei suoi personaggi in questo romanzo da lui chiamato “sotie”, cioè farsa, e che è in contrasto con tante altre sue opere narrative. Per me, dopo “I falsari”, il suo capolavoro, pongo volentieri questo romanzo fra i suoi libri migliori, ma d’altra parte considero Gide soprattutto un grande “maître à penser” (un “direttore di coscienza”, diceva André Malraux) più che un grande romanziere.
Ingredienti: trame, inganni e cospirazioni all'ombra del Vaticano, un mondo di cortigiane, conti, bastardi, religiosi e massoni sull'orlo del tramonto, la luce della scienza a smitizzare le credenze della fede, i misteri della religione ad oscurare le certezze della ragione. Consigliato: a chi vuol osservare una trama stile "Angeli e demoni" ante-litteram tracciata da un Dorian Gray post-litteram, a chi vuol esplorare col barlume dell'ironia il confine sottile tra verità e menzogna, parole ed azioni, vizi e virtù.