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Collezione Letteratura classica. Brossura editoriale di pagine 200. Pari al nuovo (as new). Spedizione in 24 ore dalla conferma dell'ordine. Che cos'è l'antichità? Parafrasando una celebre battuta attribuita da Molière all'Angélique del Malade imaginaire, nel pieno di uno dei più noti episodi conflittuali - la Querelle per eccellenza - di un rapporto, quello fra antichi e moderni, non sempre pacifico, potremmo dire che non esiste, di per sé, un'antichità dotata di confini definiti rispetto alla totalità del tempo che ha preceduto la contemporaneità, il presente della “gente di ora”. Esiste invece una rappresentazione degli antichi, o piuttosto esistono diverse rappresentazioni elaborate da epoche diverse: immagini con tanta maggiore precisione ritagliate sullo sfondo di un indistinto e generico passato, quanto più rispondenti a una ricerca di identità da parte delle generazioni che le hanno costruite. Per secoli dunque antichità e modernità sono state chiuse in una sorta di gioco di specchi in cui l'una rinviava all'altra un'immagine identitaria. Ha allora tanto più senso oggi, nel vivo di una nuova querelle che ha come oggetto la fine della modernità, chiedersi se qualcosa, e che cosa, è cambiato nella nostra rappresentazione dell'antico. E ancor prima, se c'è ancora spazio per l'antichità all'interno della nostra cultura o se non è per caso avvenuto che siano stati davvero “chiusi i conti” con essa, come prevedeva uno dei teorici della crisi della modernità, Friedrich Nietzsche. “Quale antichità oggi?” è dunque la domanda che ci poniamo. Una domanda che, ancora una volta, nasconde un interrogativo più profondo, non diverso da quello che si ponevano gli umanisti o Winckelmann o gli accademici tedeschi di primo Ottocento: sul tempo presente, su di noi, sulla nostra identità.
.<p>Collezione Letteratura classica. Brossura editoriale di pagine 200. Pari al nuovo (as new). Spedizione in 24 ore dalla conferma dell'ordine. Che cos'&egrave; l'antichit&agrave;? Parafrasando una celebre battuta attribuita da Moli&egrave;re all'Ang&eacute;lique del Malade imaginaire, nel pieno di uno dei pi&ugrave; noti episodi conflittuali - la Querelle per eccellenza - di un rapporto, quello fra antichi e moderni, non sempre pacifico, potremmo dire che non esiste, di per s&eacute;, un'antichit&agrave; dotata di confini definiti rispetto alla totalit&agrave; del tempo che ha preceduto la contemporaneit&agrave;, il presente della &ldquo;gente di ora&rdquo;. Esiste invece una rappresentazione degli antichi, o piuttosto esistono diverse rappresentazioni elaborate da epoche diverse: immagini con tanta maggiore precisione ritagliate sullo sfondo di un indistinto e generico passato, quanto pi&ugrave; rispondenti a una ricerca di identit&agrave; da parte delle generazioni che le hanno costruite. Per secoli dunque antichit&agrave; e modernit&agrave; sono state chiuse in una sorta di gioco di specchi in cui l'una rinviava all'altra un'immagine identitaria. Ha allora tanto pi&ugrave; senso oggi, nel vivo di una nuova querelle che ha come oggetto la fine della modernit&agrave;, chiedersi se qualcosa, e che cosa, &egrave; cambiato nella nostra rappresentazione dell'antico. E ancor prima, se c'&egrave; ancora spazio per l'antichit&agrave; all'interno della nostra cultura o se non &egrave; per caso avvenuto che siano stati davvero &ldquo;chiusi i conti&rdquo; con essa, come prevedeva uno dei teorici della crisi della modernit&agrave;, Friedrich Nietzsche. &ldquo;Quale antichit&agrave; oggi?&rdquo; &egrave; dunque la domanda che ci poniamo. Una domanda che, ancora una volta, nasconde un interrogativo pi&ugrave; profondo, non diverso da quello che si ponevano
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