Chiuditi sesamo

Nuruddin Farah

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Traduttore: Maria Ludovica Petta
Editore: Edizioni Lavoro
Collana: L'altra riva
Anno edizione: 1992
In commercio dal: 1 ottobre 1991
Pagine: 286 p.
  • EAN: 9788879105811
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recensione di Triulzi, A., L'Indice 1992, n. 6

A distanza di nove anni dall'edizione originale inglese, esce ora anche in Italia, grazie alla collana di narrativa africana curata da Itala Vivan per le Edizioni Lavoro, il penultimo dei romanzi del più grande narratore somalo contemporaneo, terzo di una trilogia intitolata "Variazioni sul tema di una dittatura africana" che comprende nell'ordine "Sweet and Sour Milk" (1979), "Sardines" (1981) e "Close Sesame" (1983). Scrittore già affermato all'estero (i suoi romanzi sono tradotti in tutte le principali lingue europee compreso il russo e il serbo-croato), Nuruddin Farah è praticamente ignoto in Italia dove le sue opere, pur intrise di legami non solo linguistici con la storia recente del nostro paese, cominciano solo da oggi, e dunque con grande ritardo, ad essere conosciute.
Come nei primi due romanzi della trilogia, "Chiuditi sesamo" raffigura il contrasto generazionale e di genere tra padri e figli, tra figure maschili dominanti (Deeriye, suo figlio Mursal), e incisive presenze femminili (la sorella di Mursal, Zeinab, un medico ospedaliero, e Natascia, sua moglie, un'ebrea americana di New York) coinvolti in un dramma familiare e politico che rivela gli ambigui risvolti della società somala: l'autoritarismo della famiglia patriarcale che simboleggia il governo, autocratico e manipolatorio del Grande Patriarca (Siyaad Barre, "il Generale" della trilogia), le feroci divisioni tra famiglie e clan rivali unicamente interessate a mantenere posizioni venali e di potere che hanno impedito la formazione di una coscienza nazionale e ogni forma sistematica di resistenza organizzata alla dittatura, la corruzione e il clientelismo delle nuove strutture di governo (le "scimmie nere... si sono dimostrate bravissime ad imitare quelle scimmie che le avevano addestrate", p. 112).
Protagonista è un anziano patriarca somalo, Deeriye, musulmano devoto e nazionalista indipendente (è stato imprigionato ripetutamente da italiani, inglesi e somali), un "uomo della tradizione", come lo definisce Claudio Gorlier nell'introduzione, che vede il proprio figlio Mursal, professore di diritto all'università di Mogadiscio, coinvolto con alcuni amici in un complotto politico contro il governo dispotico e corrotto del generale Siyaad Barre in Somalia. Deeriye disapprova la violenza rivoluzionaria di Mursal, e accusa i suoi amici rivoluzionari di delirio di potere; eppure, a complotto fallito, prende su di sé la responsabilità di fare giustizia del sangue di suo figlio, emblema della nazione somala martoriata, in un vano rito sacrificale in cui si mischiano catarsi liberatoria e antico protagonismo, il virile prezzo del sangue e il tragico destino di ogni "mullah pazzo", come italiani e inglesi chiamavano Maxamed Cabdille Xasan, il suo venerato Sayyid, l'eroe nazionale e leader storico della resistenza anticoloniale somala. "Chiuditi sesamo" è un dramma sulla violenza politica e sulla "pazzia" degli uomini, sulle loro ambiguità e debolezze, sulle loro contraddizioni.
Ma è anche la voce, e la speranza, della nuova Africa, la capacità di ribellarsi della sua gente non in base a criteri ideologici astratti come l'"africanità" degli anni sessanta o i "socialismi" degli anni settanta, ma su un impasto di idee-forza e di risorse aggregative che l'autore indica nell'eredità della lotta anticoloniale, nell'ideologia di fratellanza islamica, e nella partecipazione alla vita politica di nuovi gruppi emergenti (gli studenti, le donne, i ceti urbani, gli oppositori del regime) e la loro disperata ma reale volontà di cambiamento.
Nuruddin Farah è narratore straordinario, ricco di venature linguistiche e intertestuali diverse e sovrapposte. Cresciuto in Somalia ed Etiopia, in esilio volontario prima in Europa, poi in Africa e da ultimo in America, fruitore e partecipe di più lingue e culture, la sua scrittura risente di codici narrativi e linguistici di grande ricchezza. I suoi dialoghi sono spesso inframezzati da frasi in somalo e in italiano non tradotti; i suoi personaggi usano lingue diverse con interlocutori diversi: Deeriye e Natascia parlano tra loro in italiano, lingua veicolare, pur non essendo lingua materna per nessuno dei due; Natascia e suo figlio Samawade usano l'inglese per comunicare; Mursal parla in inglese con la moglie, in somalo con il figlio e con il padre. Nuruddin si muove a proprio agio in un universo multiculturale e multilinguistico.
Non si può non rimanere stupiti dal lungo e incomprensibile silenzio che ha accompagnato fino a oggi le opere dello scrittore somalo nel nostro paese. È certo motivo di tragica ironia, e segno del sostanziale disinteresse con cui il nostro paese guarda ai recenti e passati eventi della sua ex colonia e della sua classe dirigente, notare che l'apparizione della "prima" opera di un narratore moderno somalo in Italia avviene a distanza di quasi un anno dalla caduta di Mogadiscio, e trentadue anni "dopo" la fine formale della presenza italiana in questo paese. Nuruddin Farah è il primo scrittore africano dell'Italia ex coloniale a offrire squarci di vita e punti di vista interni sul colonialismo italiano, così come questo è stato vissuto e trasmesso nella memoria narrativa e nella coscienza civile delle nuove generazioni postcoloniali.
Altre nazioni, quali l'Inghilterra o la Francia, hanno saputo su questa memoria creare o recepire letterature e saperi che oggi mostrano la loro pregnanza e vigore animando una forte e propulsiva letteratura postcoloniale che è parte viva delle rispettive letterature nazionali (si pensi a Salman Rushdie o a Tahar Ben Jelloun). Da noi così non è stato. E quando si è presentata l'occasione, come nel caso dell'opera di Nuruddin Farah che chiama in causa a livelli profondi la presenza italiana in Africa orientale e i suoi strascichi umani e culturali nella locale classe dirigente, l'Italia ufficiale ha ignorato e rimosso, mostrando in pieno il suo provincialismo culturale. Come dice Zeinab alla fine del racconto, raccogliendo le carte del padre: "Deeriye sarebbe stato il primo ad apprezzare l'ironia di tutto questo..." (p. 279).

Ultimo anello della trilogia Variazioni sul tema di una dittatura africana, questo romanzo si riallaccia direttamente ai due precedenti, rammentandone in un capitolo alcuni dei personaggi. Il vecchio protagonista Deeriye è un patriarca profondamente religioso che ripercorre nei solitari monologhi, nelle visioni e nei dialoghi con i familiari, gli amici e Allah, il proprio passato di combattente contro il colonialismo italiano e britannico. Costruito come una sciarada, i cui riferimenti vanno dalle Mille e una Notte al Corano, il romanzo è soprattutto la storia della Somalia e della sua tormentata vicenda coloniale e postcoloniale.

  • Nuruddin Farah Cover

    Nurrudin Farah è nato a Baidoa, in Somalia, da una famiglia musulmana che lo avviò a diventare prete islamico, permettendogli di approfondire lo studio dell'arabo. Rivelatosi inadatto alla carriera religiosa, Farah proseguì gli studi prima a Mogadiscio poi in India ed in Inghilterra. Esule dal 1976 per le forti critiche al regime di Siad Barre, ha risieduto a lungo in Italia ed ha insegnato in varie Università africane, statunitensi ed europee. Farah è uno dei massimi scrittori africani di lingua inglese e gode di una prestigiosa fama internazionale. Ha esordito nel 1970 con il romanzo From a Crooked Rib. In Italia è stata tradotta da Edizioni Lavoro la sua trilogia Variazioni sul tema di una dittatura africana, in cui Farah intreccia diversi stili... Approfondisci
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