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Anno edizione: 2016
Anno edizione: 1997
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recensione di Cavaglion, A., L'Indice 1997, n. 4
Nel decimo anniversario della morte di Primo Levi si preparano diverse iniziative editoriali. Con una certa trepidazione si attende da un momento all'altro la biografia di Ian Thomson, frutto di indagini tanto lunghe quanto pazienti. L'attesa più grande è per le pagine sparse, che sono annunciate da Einaudi e di cui a tutt'oggi, nonostante le ricerche avviate negli ultimi anni, non esiste un dignitoso elenco. Che tuttavia si sia pensato di far precedere la raccolta sistematica di ciò che lo scrittore torinese pubblicò in svariate sedi (prefazioni, recensioni, elzeviri, saggi, testi di conferenze, noterelle varie) da un volume d'interviste è notizia che potrebbe meravigliare lo studioso. Così come ci vengono offerte dai giornali, o negli esperimenti di chi ha provato a cucirle insieme (rare le eccezioni: il Gadda raccolto da Adelphi, per esempio), le interviste si caratterizzano per la loro frettolosità, assumono i contorni enfatici di una recensione gridata. È un'arte, quella del porre domande e del saper ascoltare le risposte, che avendo subìto negli ultimi decenni una impressionante decadenza, svela i suoi limiti nel momento in cui si tramuta in libro. Nel caso di Levi, in attesa di conoscere gli scritti per così dire "minori", volentieri si passa oltre l'imbarazzo, nella speranza, forse illusoria, che le interviste possano fornire aiuto alla ricostruzione di una cronologia veritiera.
Qualche dato, intanto, potrà sorprendere: non esiste nessuna intervista anteriore al '61; si contano sulle dita di una mano quelle apparse fra il '63, anno della "Tregua", e il '78. Seconda osservazione: le interviste più originali vengono fuori dai margini, dai giovani, che, dopo il '79, si stavano affacciando al mondo delle lettere e in solitudine notavano in Levi "una persona di consiglio", uno di quei personaggi che sanno fornire ai propri ascoltatori un'istruzione di carattere pratico, una norma di vita, un proverbio "cucito nella stoffa della vita vissuta". Che Levi non fosse uno di quegli interlocutori smaniosi di agganciare l'altro con un eccesso di "mi segue?", "mi ascolta?", cioè non fosse preda di ciò che Barthes chiama "l'isteria del parlato", sembra lo abbiano compreso bene soprattutto gli intervistatori alle prime armi, collaboratori di giornali periferici, dilettanti davvero mandati allo sbaraglio. A loro si debbono i testi più belli, quelli che parlano di più rispetto alle stracitate (e sopravvalutate) interviste di Balbi, Pansa, Philip Roth.
Levi era uno straordinario narratore orale; non è difficile trasportare sulla pagina la sua parola, la punteggiatura è già nell'inflessione della voce, raccontare era per lui arte del ripetersi con poche, impercettibili varianti. Le immagini adoperate sono sempre le stesse: il Vecchio Marinaio di Coleridge, che cerca di fermare per strada i convitati di una festa per raccontare la sua storia di malefizi, Ulisse quando arriva alla corte dei Feaci, Tibullo e il suo anziano soldato che racconta al tavolo della mensa le sue gesta disegnando gli accampamenti ("pingere castra") con il dito intinto nel vino .
Nonostante l'aiuto che potrà venire dalle interviste, rimangono molti accampamenti problematici da localizzare. Ad esempio: sarà proprio vero, come si sente ripetere di continuo, che la ferita più grave che Levi dovette subire fu il rifiuto di Einaudi nel '47? C'è un'ipotesi più inquietante che aspetta di essere indagata. Come mai lo stesso Levi si convinse, dopo il '63 e poi sul finire degli anni sessanta, di avere detto tutto su Auschwitz e, pur con tutte le precauzioni, le schermature e le ricerche di pseudonimi, decise di "andare in vacanza"? Un'esigenza, la sua, soggettivamente parlando, più che legittima, ma, si teme, condizionata da un contesto storico in quegli anni, nonostante le apparenze, assai più che nel '47, refrattario alla ripetizione della scandalosa storia del Vecchio Marinaio, se mai desideroso di vedere il suo Tibullo sottrarsi al dovere di testimoniare e trasformarsi al più presto in scrittore "vero", capace di dipingere altri più ameni accampamenti: la fantascienza, i centauri, la zoologia antropomorfa, le storie naturali.
Seconda questione. È un problema di non poco conto la resistenza nei confronti d'ogni tipo di psicoanalisi, che potrà essere attribuita alla cultura scientifica degli anni trenta, al tardo lombrosismo torinese oppure, più probabilmente, andrà considerata un retaggio dell'idealismo liceale. Levi la pensava su Freud in modo non diverso da Francesco Flora. Il tanto aborrito filosofeggiare scolastico-gentiliano aveva lasciato una traccia nel suo più acceso oppositore, come si vede nell'ostilità tenace nei confronti di Bettelheim, dello stesso Freud e di ogni critica vagamente psicologistica, non diciamo analitica: a più riprese Levi, non a torto, negò che la scelta dello pseudonimo di Damiano Malabaila fosse un atto mancato; rimane però invariato il sospetto di un omaggio inconscio a Saba, alla buona (e non mala) balia slovena che suggerì lo pseudonimo a Umberto Poli: delle "Scorciatoie" di Saba, lo sappiamo, Levi era stato lettore attento negli anni della revisione di "Se questo è un uomo".
Altri dubbi permangono sull'analoga, persistente negazione della filosofia, nella diffida del moralismo. Solo un preciso raffronto diacronico con gli articoli e i saggi rimasti fuori dalle precedenti e molto esigue raccolte aiuteranno a risolvere una non piccola contraddizione: "Sa, io ho sempre fatto vernici", diceva a uno dei più bravi e poco conosciuti giovani intervistatori cui sopra s'accennava, Roberto Di Caro: "Io sono abituato a una vita concreta, in cui un problema o si risolve o si butta. Invece i problemi filosofici sono sempre quelli dei presocratici, ci si gira intorno, ci si ritorna sopra... E poi ogni filosofo ha il vizio di inventarsi un suo linguaggio, che bisogna sforzarsi di penetrare prima di capire cosa vuol dire. No, non fa per me". L'intervista è del 1987, ma il Levi del 1947 la pensava in modo assolutamente diverso: in nessun altro libro come in "Se questo è un uomo" egli fu così altamente "moralista", ai limiti di un saggismo psicologico, legiferante, che assecondava una tendenza personale all'esame "distaccato" del manifestarsi degli affetti, o come più propriamente scriveva, di "alcuni aspetti dell'animo umano". Robert Gordon, in un saggio intitolato "Etica", pubblicato sul numero monografico di "Riga" a Levi dedicato (1997 n.13, a cura di Marco Belpoliti), su questo aspetto essenziale porta nuove e convincenti riflessioni.
Se Levi diffidava di Freud, sempre al bravissimo Di Caro bisbigliava nell'orecchio di non aver dimenticato la caratteriologia di Henri F. Amiel: "Ci sono stati scrittori che nei loro libri si sono rappresentati così com'erano, senza nessuna operazione, senza nessuna operazione di cosmesi, Amiel per esempio. Ma sono casi rari. Per lo più, all'atto stesso in cui si accinge a scrivere, l'autore elegge una parte di sé, quella che lui ritiene migliore. Io mi sono rappresentato volta a volta nei miei libri come coraggioso e come codardo, come preveggente e come sprovveduto; ma sempre, credo, come uomo equilibrato". Sulla fortuna di Amiel nella cultura tardo-positivista torinese, e sulla sua autoanalisi come surrogato della terapia freudiana, vi sarebbero da fare ulteriori sondaggi. Uno degli elementi caratterizzanti l'opera di Amiel è la definizione di "malinconia", da innestarsi con il senso che Contini attribuiva al termine parlando di Dante (e vi comprendeva i valori comici, cari anche a Levi). Che sia questa della "malinconia" la pista giusta? Persona di consiglio, commensale gioviale, osservatore e ascoltatore malinconico (un Kibitzer, soleva dire di sé in yiddish, "uno che si diverte osservando i giocatori durante le partite di carte"). Non si dimentica facilmente l'espressione del suo viso, nelle rare apparizioni televisive: un misto di curiosità e di perplessità, quando si metteva ad ascoltare in silenzio l'intervistatore che, a un certo punto, invece di interrogare lo scrittore, cominciava a dare delle risposte alle domande che egli stesso gli aveva posto.
recensione di Falcetto, B., L'Indice 1997, n. 4
La storia editoriale di Primo Levi è meno lineare di quanto possa far supporre la sua sostanziale fedeltà a un unico editore (solo il libro d'esordio, il "Dialogo" con Tullio Regge e "Racconti e saggi", pubblicati rispettivamente da De Silva, Comunità ed Editrice La Stampa non portano il marchio Einaudi), procede per fasi distinte, per segmenti differenti. Scrittore d'occasione letto da pochi nel decennio successivo alla guerra, classico della scrittura di testimonianza negli anni sessanta, solo gradualmente e parzialmente dopo il 1975 scrittore senza specificazioni, di cui resta però mal compreso e valorizzato il versante di fantasia scientifica. Le vicende librarie di Levi, così intrecciate con quelle più generali della sua ricezione da parte di pubblico e di critica, rispecchiano l'idea di discontinuità forte della storia personale che gli era propria, e gli faceva parlare di sé al passato sovente con espressioni oggettivanti, che marcano distanze e diversità: agli studenti dice del "lontano me stesso che aveva vissuto l'avventura di Auschwitz e l'aveva raccontata"; nel "Sistema periodico" si legge "c'era un Müller in una mia incarnazione precedente". Poiché, nel presente come nel tempo, per Levi il soggetto è un composto complesso, percorso da contraddizioni: "Siamo fatti di Io e di Es, di spirito e di carne, ed inoltre di acidi nucleici, di tradizioni, di ormoni, di esperienze e traumi remoti e prossimi; perciò siamo condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelgänger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine" ("Dello scrivere oscuro").
Il Primo Levi degli anni quaranta e della prima metà degli anni cinquanta è un autore che fatica a trovare un'adeguata valorizzazione da parte del mondo editoriale. "Se questo è un uomo" passa attraverso la porta stretta di una piccola editoria di qualità e appare per i tipi della torinese De Silva diretta da Franco Antonicelli nel 1947, nella "Biblioteca Leone Ginzburg". Il titolo è mutato rispetto all'originario "I sommersi e i salvati" e si deve a Renzo Zorzi ("proposi, tagliando un suo verso, il titolo che l'autore e Antonicelli accettarono subito"). Il libro era stato "rifiutato da alcuni grossi editori", tra cui Einaudi. Su questo singolare rifiuto si è pronunciato varie volte lo stesso Levi: sia sul tenore delle ragioni addotte ("molto generiche... le solite che danno gli editori quando restituiscono un manoscritto... forse fu solo colpa di un lettore disattento", intervista di Camon, 1987), sia sulla persona che gli aveva comunicato la decisione ("toccò all'amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava", intervista di Orengo, 1985). È una storia nota: delle 2.500 copie, ne restano invendute 600. Un esito modesto, ma non irrisorio: come termine di confronto valgano le 6.000 copie vendute dal "Sentiero dei nidi di ragno", che Arrigo Cajumi aveva affiancato a "Se questo è un uomo" in una delle poche recensioni dedicate al libro. Con la cessione della De Silva alla Nuova Italia Levi sollecita, senza risultato, una ristampa. Il riavvicinamento a Einaudi avviene nel 1955, grazie a una mostra torinese sulla deportazione, ma per la riedizione (2.000 copie) si deve attendere il 1958. Einaudi colloca il libro in quella che sarebbe stata la sua sede naturale già nell'immediato dopoguerra, la collana dei "Saggi" che appunto in quegli anni veniva presentando testi come "Cristo si è fermato a Eboli" e "L'orologio" di Carlo Levi, "Un anno sull'altipiano" e "Marcia su Roma e dintorni" di Emilio Lussu, che si muovevano liberamente fra i generi (narrativa letteraria, saggio, memorialistica, racconto di viaggio) dando vita, in forme diverse, a un autobiografismo nuovo, ibrido, non a dominante lirica, a una densa scrittura di esperienza e riflessione. Segue una ristampa con un medesimo numero di copie nel 1960, la "morte apparente" di cui Levi dice in "I sommersi e i salvati" è ormai dietro le spalle, sta per aprirsi una nuova stagione.
Il Levi degli anni sessanta è invece un autore affermato. "La tregua", pubblicata nel 1963 nella collana di narrativa "I coralli", parte di slancio, con sei edizioni in quel solo anno. Oculatamente l'editore (che nel presentare "La tregua" insiste sul legame con il libro precedente: "Il seguito di "Se questo è un uomo"" è la frase che campeggia sulla quarta di sovracoperta) ristampa già nel 1963 "Se questo è un uomo", questa volta nei "Coralli", ancora in 2.000 copie. Ma dall'anno seguente le vendite accelerano : alla fine del decennio toccheranno (come quelle della "Tregua") le 100.000 copie. Oggi "Se questo è un uomo" ha raggiunto quota 865.000 e "La tregua" 470.000, a cui vanno sommate le 414.000 nelle edizioni in cui i libri sono uniti. La fortuna dei due libri è dovuta anche al loro largo successo nel mondo della scuola. Nel 1965 Einaudi sceglie "La tregua" per inaugurare la nuova collana "Letture per la scuola media", con "Il taglio del bosco" di Cassola, "Il sergente nella neve" di Rigoni Stern e "Il barone rampante" di Calvino. "Se questo è un uomo" apparirà nella collana solo più avanti, nel 1973, e con una diffusione maggiore. La fortuna scolastica (fino al 1989 427.000 copie per "Se questo è un uomo" e 200.000 per "La tregua") è la premessa per un fittissimo dialogo con il pubblico: Levi risponde per iscritto o di persona a "centinaia di scolaresche", affiancando a quello di chimico e scrittore un "terzo" mestiere, di "presentatore e commentatore di me stesso".
Gli anni sessanta consolidano dunque il profilo di un Levi scrittore-testimone, non però di scrittore "tout court". Levi stesso nelle interviste seguenti alla pubblicazione della "Tregua" continua a dipingersi come scrittore solo per metà, chimico prestato alla letteratura, "marziano" nella repubblica delle lettere (intervista di Chiesa, 1963). La sua immagine pubblica di scrittore si costruisce progressivamente, per addizione di parti, non senza fatica, nonostante le direttrici del proprio lavoro letterario Levi le avesse concepite e in parte realizzate già alla fine degli anni quaranta, con "Se questo è un uomo", i primi due capitoli della "Tregua", il progetto della storia di un atomo di carbonio, la stesura di alcune "storie naturali". Sempre negli anni sessanta appaiono i suoi racconti "fantascientifici": le "Storie naturali" (1966), e "Vizio di forma" (1971). Ma l'esito commerciale è modesto: il primo sarà ristampato solo nel 1979 e il secondo nel 1987. Nelle (rarissime) interviste relative alle "Storie naturali" Levi sottolinea il loro "legame intimo" rispetto ai testi precedenti: in entrambi i casi "l'uomo è ridotto a schiavitù da una cosa: la 'cosa nazista', e la 'cosa-cosa', cioè la macchina" (intervista di D'Angeli, 1966). Ma nel dare alle stampe il libro ricorre allo pseudonimo Damiano Malabaila (anche su suggerimento di Roberto Cerati) per segnalare preventivamente la differente fisionomia dei nuovi racconti rispetto alle opere precedenti. Il suo risvolto denuncia l'imbarazzo nel presentarsi ai lettori dei due libri di testimonianza ("libri seri dedicati a un pubblico serio") con questi "racconti-scherzo", con queste "trappole morali". E infatti per il pubblico e gli addetti ai lavori Levi resta in questi anni essenzialmente un classico di una letteratura dell'Olocausto considerata con attenzione e rispetto, ma confinata in una zona a sé stante.
Il 1975 apre la fase successiva della storia editoriale di Levi: è l'anno dell'abbandono del lavoro di chimico e della pubblicazione de "Il sistema periodico", che sintetizza in modo cordialmente originale le sue due anime di scienziato e scrittore. Il pubblico ritrova i modi dell'autobiografia (la sua "vocazione di scrittore-testimone" non si è esaurita, si preoccupano di segnalare le prime righe della quarta di copertina), ma in una struttura singolare e in ambienti largamente inediti. I lettori apprezzano: le vendite non sono clamorose, ma consistenti: il libro giunge alla quinta edizione in un anno e vende in un decennio 60.000 copie. Un consenso maggiore hanno "La chiave a stella" (180.000 copie) e "Se non ora, quando?" (155.000). I libri di Levi, fra il 1975 e l'anno della sua morte, si moltiplicano, a fianco dei romanzi si collocano saggi, poesie, nuovi racconti. È ormai uno degli autori nei quali si incarna il marchio Einaudi: la casa editrice lo chiama a partecipare in prima fila a nuove iniziative, come la collana "Scrittori tradotti da scrittori" (con la traduzione del "Processo" di Kafka) e una serie di "antologie personali" d'autore progettata da Giulio Bollati ("La ricerca delle radici") e, infine, raccoglie le sue opere nella "Biblioteca dell'Orsa". Conferma la fortuna di Levi presso i lettori la riedizione negli ultimi anni delle sue opere principali nei "Tascabili", con oltre 700.000 copie vendute (70.000 solo della "Tregua" nei primi mesi del '97).
Levi ha scontato, soprattutto sul piano dell'attenzione critica, la sua inclinazione antiretorica, anticonvenzionale, il gusto per le "storie vergini", ignorate o trascurate dagli scrittori letterati. Il divenire del suo profilo pubblico di scrittore non è dunque solo la storia di un personale percorso creativo, è anche in certa misura il racconto, in negativo, di alcune diffidenze e incomprensioni della nostra storia letteraria recente: verso scritture che si compromettono apertamente con l'esperienza extraletteraria, con la cultura scientifica, con la paraletteratura, che si vogliono programmaticamente comunicative, ma senza alcuna ingenuità, senza mai smarrire il senso delle distanze e delle specificità.
Si ringrazia la casa editrice Einaudi per i dati di vendita.
recensione di Chiarloni, A., L'Indice 1997, n. 4
L'esperienza di Auschwitz resta una ferita aperta, una domanda che si dilata investendo anche il senso del presente. "Nel vento, che nessuno ascolta, bisbigliano / le grida degli uccisi" scriveva Günter Kunert negli anni sessanta. Dal passato giungono voci, disperse nell'eco della memoria "o spente appena", annota Primo Levi in una delle sue ultime poesie ("Voci"). In "Lehren ziehen* (1989) Kunert commemora lo scrittore italiano leggendo nell'universo concentrazionario le radici del malessere del nostro tempo.
Nei primi versi ritroviamo una situazione descritta a più riprese da Primo Levi in "Se questo è un uomo": nei campi di concentramento nazisti la sopravvivenza dei prigionieri dipendeva in prima istanza dal possesso di un buon paio di scarpe. Perché altrimenti, scrive Levi, "incominciava la morte": dopo poche ore di marcia, i piedi si piagavano infettandosi e chi non era in grado di proseguire veniva ucciso. L'immagine di Kunert rievoca quell'esperienza. Ma a quarant'anni e più di distanza la riflessione si carica di elementi assunti anche dalla storia recente, e non solo tedesca.
La voce implorante che grida l'importanza delle scarpe proviene dalle ultime propaggini della tragedia, da quei cumuli di cadaveri che comprendono, oltre alle vittime dei lager, anche quelle successive, inseguite e travolte dal peso schiacciante del ricordo. Attraverso il discorso diretto, sostenuto dal saldo attacco trocaico (vv. 2-5), il testo trasmette una testimonianza d'oltretomba, implicitamente dotata di una sua forza testamentaria. Ma il lettore italiano avverte anche una compresenza, vorrei dire una consonanza di linguaggi. Nella voce dei primi versi si percepisce un'eco traslata della scrittura di Primo Levi, sommersa ma anche affratellata nel tedesco, la lingua del poeta Günter Kunert. Gradualmente le due voci si fondono in un comune compianto. Il testo non consente infatti di individuare l'io lirico, se non per quel "her" al primo verso, che lo colloca in posizione d'ascolto. Ma chi parla nei versi successivi al quinto? La struttura del testo è reticente. Si osservi la cesura al quinto verso: un punto ma anche una congiunzione tesa nel rimando esplicativo - "Denn" - legata a sua volta al verso successivo dall'"enjambement". Il grido iniziale, la presa diretta sullo scenario dell'orrore transita nella riflessione, nel monito profetico. Non c'è una separazione netta, anzi la contiguità tra le due parti è sostenuta dal medesimo impianto ottico - caratteristico della poesia di Kunert - e dalla catena fonica dei frequenti suoni in "sch", mesto sciabordio che accompagna lo sfilare tacito e solitario delle vittime lungo la deriva del nostro secolo.
Pur nella semplicità del linguaggio la tessitura concettuale risulta complessa. All'interno della sequenza di immagini che convergono nello sconforto finale, si avverte uno slittamento semantico: come se quella catena di verbi dinamizzanti - "weitergehen, Fortschreiten, fortschleichen* - si avvitasse procedendo verso un punto di fuga le cui direttrici restano a una prima lettura oscure. In questi verbi di moto s'innesta infatti una molteplicità di significati: l'impulso vitale ma anche l'ansia dell'andare oltre, del varcare un limite. Ma su questa filigrana lessicale torneremo successivamente.
Soffermiamoci sull'articolazione narrativa dei versi centrali. "Il procedere è prezioso / per colui che / non riuscì a sfuggire / in tempo al nostro secolo". L'uomo contemporaneo sembra non aver scelta: alle spalle lo sterminio, un mondo infranto dal quale è importante prendere le distanze. E la marcia verso il futuro - "per colui che / non riuscì a sfuggire / in tempo al nostro secolo" - non riproduce che il passo strascicato dei morituri. L'orrore del passato tedesco si proietta in avanti, dilatandosi sui "posteri'' in una dimensione funebre spoglia di connotazioni geografiche. Kunert opera dunque una correlazione tra la shoah e un futuro orizzonte di morte cui l'uomo - come indica il termine "Todeskandidat" - si candida con una sorta di moto volontario e autodistruttivo.
È a partire da quel "Denn" (v. 5) che Kunert incardina nel testo una visione della modernità che mette in relazione morte e progresso, sterminio e catastrofe. Il nesso si diparte dal lessico, dal "Fortschreiten* al verso 6. Utilizzando la coincidenza semantica di "camminare oltre" e "progredire" - presente anche nell'etimo latino, "pro gradi": camminare in avanti - Kunert marca il Novecento saldando due situazioni diverse: il movimento di fuga dall'aguzzino, il "camminare oltre" è sinonimo di progresso - "Fortschritt", in tedesco - di quella corsa tecnologica che il poeta sente come macina minacciosa della nostra era. Per questo non ha scampo chi non si è sottratto per tempo a questo secolo: egli non potrà che "procedere", ma proprio questa fuga in avanti, incalzata dal progresso, finirà per travolgerlo, lasciandolo privo di qualsiasi conforto.
La visione di Kunert determina come si vede un corto circuito tra il genocidio organizzato dalla macchina nazista e il vertiginoso avanzare di un mondo sempre più industrializzato. L'impianto filosofico che sottende questi versi è esposto in un saggio del 1989, "Atempause". Già nel titolo si coglie un'eco della voce di Primo Levi: "Atempause" traduce "La tregua", il romanzo del 1963. Nell'argomentazione Kunert riprende i temi dello scrittore correlandoli in una retrospettiva sulle vicende del Novecento. Nefasta cesura della storia, il nazismo getta un cono d'ombra anche sul presente: "Oggi siamo costretti a distinguere tra due fasi storiche, prima e dopo Hitler. Se con Cristo era giunta al mondo la promessa - disattesa - di una redenzione, con Hitler è calata sul genere umano una condanna irrevocabile". Si sente in queste pagine, accanto al senso irreparabile di una perdita definitiva che investe la condizione umana, la solitudine di chi ha visto negare la giustizia dovuta alle vittime: "L'annientamento fu radicale, la resa dei conti con i carnefici, invece, non lo fu affatto". Ora, è proprio da questa mancata espiazione della colpa, e dalla connessa "erosione" del senso etico, che Kunert fa discendere i malesseri della società contemporanea, ciecamente aggrappata al "telos" del progresso: "Un mondo al quale non possiamo più guardare con fiducia, un pianeta con quasi sei miliardi di esistenze senza senso, una natura che muore o scompare sotto il cemento - tutto questo permanente squallore ha avuto inizio anche con Hitler, anche con Auschwitz".
Il pessimismo di Kunert è dunque più radicale rispetto a Primo Levi che, pur vedendo nel nazismo un'aberrazione orrenda della ragione umana, lo giudicava un episodio circoscritto nel tempo e ricollegabile a una serie di dati storici precisi. Kunert, invece, individua nella politica hitleriana l'espressione di una scienza irresponsabile e di una vocazione totalitaria del mondo moderno. Fino a indicare inquietanti analogie tra le vittime del nazismo e i lemuri della odierna pianificazione industriale, "sempre più simili agli automi inanimati dei campi di concentramento".
Torniamo al nostro testo. La corrispondenza fonica tra "Fortschreiten* e "fortschleichen*, istituisce una correlazione tra passato e presente, tra la dinamica di un progresso cieco e il passo strascicato di quei prigionieri che il lager nazista allineava ai lavori forzati. E richiama al tempo stesso l'immagine dei piedi piagati di "Se questo è un uomo": "Chi ne è colpito, è costretto a camminare come se avesse una palla al piede, ecco il perché della strana andatura dell'esercito di larve che ogni sera rientra in parata".
Le voci, le immagini delle vittime si sovrappongono ampliando nel testo poetico l'arco dei significati. L'insegnamento annunciato dal titolo va tratto da una vigile lettura della storia collegata ai problemi del presente: nella disciplina meccanica e servile di ieri si innesta il pericolo di una coazione a ripetere la violenza, ma anche l'oblio del mondo odierno. Oblio indotto - lo ricordava il poeta in un incontro con gli studenti torinesi - dalle subdole interpretazioni storiografiche alla Nolte, dal "negazionismo" di coloro che arrivano a mettere in discussione le camere a gas, contraddicendo perfino i documenti inoppugnabili degli stessi carnefici, come i rapporti delle SS custoditi presso il museo di Auschwitz. Di qui la solitudine delle vittime, il vacillare della speranza e il gelo che negli ultimi versi si proietta sui posteri.
Nel suo linguaggio scabro, spezzato nel verso, "Lehren ziehen* evoca la testimonianza di Primo Levi per ripercorrere il desolato cammino dell'"Homo sapiens". Non è, questo, un testo retto da un gioco complesso di metro o di rima. Dell'antica misura del sonetto non resta che una reminiscenza numerica: quattordici versi che affermano il concatenarsi di una tragedia.
Memore del lutto, il poeta si sente "fremd daheim", "straniero in patria", come recita il titolo della raccolta di versi in cui il testo è compreso. Inevitabilmente confinato, "al pari degli indiani d'America", ai margini di un mondo che ha rimosso la vergogna del genocidio e della permanente offesa alla natura.
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