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<p>Prima edizione italiana. Collana ''Saggi'' - Volume in copertina rigida con sovraccoperta, 380 pagine. Copia in ottime condizioni, paginazione pulita e compatta -- Lo spettro della fine degli studi classici si aggira fra noi da molto tempo. Ovunque, in Occidente, ci si dispera per il declino della fortuna del greco e del latino nelle scuole, per la chiusura delle facolt&agrave; di lettere antiche. Si vorrebbe addirittura che l'Unesco dichiarasse le lingue classiche &laquo;patrimonio dell'umanit&agrave;&raquo;, quasi fossero delle rovine preziose o una specie in via di estinzione. In questa decadenza, per&ograve;, vi &egrave; qualcosa di paradossale: infatti, se da un lato i classici sono in declino &laquo;per definizione&raquo; (lo sono, cio&egrave;, da sempre), dall'altro sul loro destino il dibattito fra gli specialisti sembra non conoscere requie. E, soprattutto, sembra non lasciare alcuna speranza. Questo probabilmente perch&eacute; continuiamo a guardare al mondo antico con rimpianto e nostalgia, o perch&eacute; non riusciamo a liberarci dal timore di non poter preservare ci&ograve; che amiamo. Forse &egrave; la paura di veder svanire il fondamento della cultura occidentale. La nostra identit&agrave;. Fare i conti con i classici ci invita a guardare alla cultura e alla storia greca e latina con occhi diversi. E a sottrarci al luogo comune secondo cui il dialogo con gli autori antichi sia un &laquo;dialogo con i morti&raquo;. Innanzitutto perch&eacute; studiare i classici significa confrontarsi non soltanto con la letteratura, la poesia, la filosofia, il teatro del mondo greco-romano, ma anche con tutti coloro che nel corso dei secoli li hanno affrontati, citati o ricreati. E poi perch&eacute; in questo dialogo i veri interlocutori siamo noi. Noi che come ventriloqui diamo voce a ci&ograve; che gli antichi hanno ancora da dire, proiettiamo su di loro angosce e desideri, non smet
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