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Grandissimo testo: l'autore è in ospedale, tra la vita e la morte per un'operazione a cuore aperto, compie allora un viaggio mistico verso l'aldilà e torna a raccontarcelo. Detta così sembra robetta new-age e invece nelle mani di quesot grande poeta diventa un inno alla vita, alla terra, alla pace. Nessun popolo è più piccolo del suo poema, dice Darwish ed il suo popolo è grande con questo poeta!
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Scritto tra la fine del 1998 e la fine del 1999, in dodici mesi esatti, Murale è la ricostruzione in forma di poesia di un'esperienza di limine. Vittima, quindici anni prima, di un grave attacco cardiaco, nel '98 il palestinese Mahmud Darwish, uno dei massimi poeti contemporanei, ricoverato in un ospedale di Parigi, viene sottoposto a un delicato intervento chirurgico al cuore. Per settimane rimarrà in bilico tra la vita e la morte, tra un delirio brulicante di presenze via via tenere e minacciose e il richiamo vigile della coscienza, tra oblio e memoria. Accanto e intorno a lui, convocati in un'estasi associativa che è vero e proprio stato di grazia, i membri di una vasta, indocile famiglia d'elezione: profeti, evangelisti, sapienti, filosofi, angeli, demoni, poeti, ma anche carcerieri, infermiere e medici, sbirri di periferia e ragazzi di strada, figure mitiche e reali, e i paesaggi di una preistoria personale macchiata d'ansia e di nostalgia.
Ne nasce uno straordinario, densissimo monologo che il poeta, tornato alla vita, "scartato e forse dimenticato dalla morte, cui oggi mi sento pronto e che sembra avermi voltato le spalle", scrive come summa della propria opera poetica, come testo da consegnare - come la Mu'allaqat , leggendaria selezione di poesie preislamiche, le più belle, le "dorate", incise e "appese" alle pareti della Ka'ba alla Mecca - ai lettori del futuro.
Il corpo a corpo con la morte, viaggio iniziatico non solo nei confronti della vita, ma anche e innanzitutto rispetto all'atto di scrittura, si trasforma in una sorta di testamento poetico, che è in quanto tale assunzione di tutto ciò che chi scrive ha avuto in eredità e di cui è portatore: culture, mondi spirituali, spazi geografici, mappe affettive, lingue, sperimentazioni poetiche. "A questo mio poema", dice Darwish, che da allora ha scritto altre tre raccolte poetiche, ma che di questo testo/flusso di coscienza parla come dell'apice della sua opera, "ho assegnato la funzione di sintesi del mio percorso espressivo. Volevo che i lettori, affacciandosi su queste mie pagine, potessero trovarvi il punto più alto della mia poesia, la mia voce più limpida e compiuta".
Murale è dunque canto e racconto, enigmatico attraversamento delle tenebre e riemersione alla luce. "La morte è dolorosa per chi vive, non per chi muore", spiega il poeta. "Nel coma viaggiavo su nuvole bianche e nel delirio vedevo Gilgamesh, re Salomone, René Char, Heidegger... Il dolore è comparso quando sono tornato alla vita. E tuttavia ho un debito di riconoscenza nei confronti della morte, perché ha accettato di darmi un'altra occasione, di concedermi il tempo di riassumere la mia esperienza poetica e legare personale e generale, di ridare il personale alla mia patria. La vera poesia non può essere imprigionata nella gabbia nazionalistica. Questo mio poema è di tutti, per questo l'ho chiamato Murale , un affresco intimo esposto su una parete, in un luogo pubblico. Il mio paese, la Palestina, è multiculturale e plurilingue e nessuno può accaparrarsi la sua storia e la sua terra. Io mi sento erede di questa stratificazione: sono greco, persiano, arabo, romano, ebreo, musulmano, cristiano, e quindi non sento nessun imbarazzo a riconoscere come parte della mia cultura anche re Salomone".
Inchiodato per anni al ruolo di poeta della resistenza palestinese, alle strettoie di interpretazioni critiche a fuoco più sui contenuti che sulla loro forma poetica, con Murale Darwish infrange le sbarre della militanza più ovvia e rivendica una voce politica più alta, più assoluta, deterritorializzata e dunque universale. La sua è, paradossalmente, un'opera di "depalestinizzazione" che restituisce la Palestina, paese amato e perso, nucleo originario della lingua poetica, alla sua concretezza di territorio espropriato e occupato e allo stesso tempo alla sua metaforicità di "Terra santa".
"Questo mio poema nasce da una dura lotta tra me e la morte. E ciò che io canto è proprio l'amore dei palestinesi per la vita. Ricordi Jenin nel 2002, durante la ri-occupazione dell'esercito israeliano? Davanti a una morte certa uno degli assediati ha telefonato a un amico chiedendogli di raccontargli un'ultima barzelletta, per morire... ridendo. Oggi nel mio paese ci sono molti giovani scrittori che affermano il diritto di scrivere di sé, non più soltanto della 'Palestina', che non ne possono più di 'dare messaggi'. Da noi si stanno creando linguaggi nuovi, che raccontano l''io'. Lo caldeggio con forza, soprattutto nell'ambito della poesia. E si sta facendo strada una nuova generazione di donne, che non accettano più di scrivere solo dell'occupazione. L'occupazione israeliana non può impedirci di essere dissacranti nei confronti della Palestina. La libertà personale non può essere condizionata dalla liberazione della nostra terra. Sono i primi tentativi, ancora immaturi, ma siamo sulla strada giusta. Lo stesso discorso andrebbe fatto per la musica: non bastano gli inni nazionali, abbiamo bisogno di canti d'amore".
Come portare al pubblico italiano la voce di questo poeta che ha saputo dare casa e identità al proprio popolo attraverso la sua poesia, pur manifestando una piena refrattarietà a ogni dover essere politico? Come distillarne la complessità, la ricchezza lessicale e semantica, i plurimi ma non contraddittori riferimenti culturali, la simbologia vertiginosa e sapiente? Come non fare torto all'incanto di una scrittura dall'economia perfetta, capace di incidersi nella memoria dei lettori di lingua araba con la forza delle sue sonorità, della musicalità delle sue rime interne, del suo passare senza soluzione di continuità dall'alto al basso, sensuale, ironica, lieve, verticale, concreta, tenera, amorosa, evocativa e furente?
Le performance di Mahmud Darwish nei paesi arabi - e recentemente anche in alcuni paesi europei - sono leggendarie. Ogni volta che compare in pubblico per leggere un suo poema - che sia in uno stadio, in una chiesa o in un grande teatro - le reazioni degli spettatori sono simili a quelle riservate alla grande cantante egiziana Umm Kulthum: un vero e proprio delirio, un'identificazione collettiva come se la sua voce convogliasse il non detto, e forse il non dicibile, e gli desse espressione.
Nel nostro paese, all'uscita dell'elegante volume con testo a fronte della casa editrice Epoché, nella traduzione di Fawzi Al Delmi, si è accompagnato un esperimento che andrebbe ripetuto: Sandro Lombardi, magnifico interprete di testi poetici - dal Dante della Divina commedia al Giovanni Testori dei Tre lai , da Manzoni a Luzi -, coadiuvato dallo sguardo registico di Federico Tiezzi, ha dato voce in italiano, a fianco del poeta recitante in lingua araba, alle pagine di questo poema. Ne è nata una tessitura complessa, un intreccio che, senza cancellare la specificità del mondo da cui questo poema nasce, permette di azzerare distanze e estraneità, di riconoscersi in un'alterità che è già tutta e sempre interna al soggetto di un'enunciazione poetica capace di mettere a tema la dimidiazione dell'io narrante: "Se due fantasmi s'incontrano / nel deserto, si dividono la sabbia / o si contendono il monopolio della notte?".
Maria Nadotti
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