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Occhio, cervello, visione - David H. Hubel - copertina
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Dettagli

1989
Libro universitario
252 p., ill.
9788808150561

Voce della critica


recensione di Lovisolo, D., L'Indice 1990, n.10

La visione è sicuramente la modalità sensoriale che ha maggiormente attirato, da sempre, l'attenzione e gli sforzi di biologi, psicologi e psicofisici, e, forse perché la nostra percezione del mondo è casi drammaticamente condizionata dal senso della vista, è anche quella che interessa di più i non specialisti. Non stupisce quindi di trovare tanti buoni libri divulgativi sull'argomento, e non solo traduzioni di testi anglosassoni (come il classico "Occhio e cervello" di Gregory pubblicato dal Saggiatore, che negli anni sessanta costituì per molti, fra cui il sottoscritto, la prima introduzione a questa affascinante materia), ma anche testi di autori italiani: basti ricordare "La Visione" di Maffei e Mecacci (Est, 1979), o gli estrosi e coinvolgenti libri di Ruggero Pierantoni.
Ora Zanichelli completa e aggiorna il quadro con la traduzione di questo bel libro di D. H. Hubel, premio Nobel per la medicina nel 1981, insieme con Torsten Wiesel, proprio per i fondamentali studi in questo campo. Il primo pregio del libro è la sua chiarezza: una breve introduzione fornisce, per i non addetti ai lavori, un minimo di strumenti concettuali necessari per capire le basi del funzionamento delle cellule e dei circuiti nervosi (e va detto che, data la concisione, è senz'altro uno dei tentativi meglio riusciti nel suo genere); i capitoli successivi accompagnano il lettore attraverso i meccanismi sempre più complessi della percezione visiva, dall'occhio alla corteccia cerebrale, tratteggiando le principali funzioni che essa svolge, dalla visione delle forme a quella dei colori alla stereopsia. Infine, ampio spazio è dato ai problemi dello sviluppo, in particolare postnatale, del sistema visivo, di come cioè l'esperienza visiva incida sul definitivo stabilizzarsi delle connessioni e dei circuiti che caratterizzano la corteccia visiva dell'animale - e dell'uomo - adulto.
Perché, come si sarà capito da quanto accennato finora, questo è un libro sulla visione nei mammiferi, e sovente più specificamente nei primati, con una tensione sempre presente a riferire queste conoscenze alla comprensione dei meccanismi visivi dell'uomo. Anzi, il titolo del libro non rende del tutto ragione del suo contenuto, perché, mentre ai meccanismi periferici, cioè all'occhio e alle strutture della retina, è dedicato un solo capitolo, esauriente ma stringato, il grosso dell'impegno è profuso nella descrizione della corteccia e delle sue funzioni. D'altra parte non è un mistero che a Hubel interessi la corteccia, e sostanzialmente solo quella, ed è proprio nei capitoli ad essa dedicati che si coglie a fondo il fascino di una storia raccontata in prima persona da chi ne è stato uno dei protagonisti principali.
Il capitolo sulla visione dei colori, a mio parere il migliore del libro, consente di apprezzare a fondo la qualità della narrazione. Sulla percezione cromatica tutti o quasi pensiamo di saperne qualcosa, e molto hanno scritto non solo fisiologi, ma artisti, psicologi, scienziati delle più varie discipline. È, di tutte le modalità sensoriali, quella in cui le interazioni fra sfera fisica e sfera biologica sono più forti e tangibili. Basti pensare a quanto interesse destò in Newton, o all'appassionata (ma ahimè infondata) polemica che contro le teoria newtoniana sviluppò Goethe. Ebbene, Hubel sa che trattando quest'argomento si affronta un contesto culturale complesso e diffuso, che non basta parlare di neuroni e di circuiti, e sa tenerne conto; inizia con il prendere in considerazione sia le idee comuni che le varie teorie sulla percezione dei colori che si sono contrapposte, in particolare negli ultimi centocinquant'anni, ed arriva alla fine a mostrare come gli eccezionali progressi dell'anatomia e della fisiologia negli ultimi decenni abbiano modificato il quadro delle nostre conoscenze. Anatomia e fisiologia: il valore didattico e divulgativo del libro sta anche nello sforzo di legare, ad ogni passo, struttura e funzione, di far corrispondere alla descrizione dei meccanismi quella dell'architettura della corteccia che ne costituisce il fondamento.
Un'altra qualità di questo testo sta nella sua franchezza. Al lettore l'avanzamento della conoscenza viene presentato non come mitica sequenza di porte che vengono spalancate una dopo l'altra, in un processo di crescita lineare, ma come storia di successi e di equivoci, di convergenze e di disaccordi, di dati compresi nel loro vero significato solo dopo molto tempo - e molta altra fatica. Né Hubel si vergogna a raccontare come alcuni esperimenti siano stati fatti senza che nessuno avesse idea di cosa ne poteva venir fuori. Nelle righe finali, tratteggiando le prospettive di sviluppo della neurobiologia della visione e più in generale del cervello, ne mette in risalto l'aspetto di sfida intellettuale, più che esaltarne i possibili sviluppi applicativi o terapeutici: "I potenziali vantaggi della comprensione del cervello implicano più della cura e della terapia delle malattie nervose e psichiatriche. Essi vanno ben al di là di questi, fino ad invadere campi come quello dell'educazione. Nell'educare, si cerca di influenzare il cervello: come potremmo non essere insegnanti migliori se comprendiamo a fondo la struttura che vogliamo influenzare?... Dopo aver detto tutto questo, devo ammettere che la più fotte motivazione per me, e penso anche per molti altri colleghi, sia la pura curiosità per come funziona la più complicata delle strutture che conosciamo" (p. 233).
Un po' schematico, forse non troppo raffinato, ma sicuramente onesto. E su questa nota la recensione potrebbe, altrettanto onestamente, concludersi: ma lascerebbe fuori un aspetto del libro, una questione trasversale, che rischia magari di passare inosservata al recensore più o meno "del ramo", ma che probabilmente solleverà reazioni complesse in molti lettori. Il problema è che i protagonisti del racconto sono i gatti e le scimmie, neonati, giovani ed adulti, a cui Hubel, Wiesel e i loro collaboratori hanno cucito le palpebre per studiare la deprivazione sensoriale, nel cui cranio hanno inserito elettrodi per registrare le risposte ai differenti stimoli visivi, e che sono stati infine sacrificati per poter studiare l'anatomia delle aree e delle strutture esplorate con le tecniche fisiologiche. E proprio la schiettezza del libro, che racconta questi esperimenti senza presentarli come necessari alla salvezza dell'umanità, potrà tirargli addosso le ire di quanti si ergono oggi a difensori dei diritti degli animali. Non è un problema su cui sia facile fare finta di niente, soprattutto perché Hubel lo pone, forse anche un po' involontariamente, nella maniera più diretta, andando al nocciolo della questione: il diritto dell'uomo, non per regalo divino, ma per l'accidentale sua posizione nella scala evolutiva, di usare degli animali non solo per il proprio nutrimento materiale, ma anche come strumenti del suo indagare su se stesso e su ciò che lo circonda. Si potrà negare questo diritto, ma non si potranno prendere posizioni ambigue, del tipo "si può fare tutto con i modelli al calcolatore". La visione in un primate è tutt'altra cosa da quella, pur affascinante e meritevole di indagine, di un insetto, e se vogliamo capire certi meccanismi, bisogna forse passare attraverso certe porte. La crescente consapevolezza dell'incompatibilità di un astratto illimitato "progresso" con il mantenimento di quel che resta degli equilibri naturali può farci oggi rivedere molte certezze antropocentriche, e farci interrogare su categorie nuove, come quelle dell'autolimitazione; ma deve essere chiaro a tutti che le risposte non sono facili né scontate, e che bisogna aver ben presenti le conseguenze di ogni scelta. Non dovrebbe esserci spazio per la demagogia e il fanatismo, se non vogliamo che tutto finisca con una bella regressione oscurantista.

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