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Il ricordo che non avevo - Alberto Melis - copertina
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Descrizione


È un telegiornale a far scoprire a Mattia e sua madre la verità sul nonno: alcuni teppisti hanno gettato bottiglie incendiarie contro le baracche dei rom di Ponte Mammolo, e nonno Gabriel è rimasto vittima delle fiamme portando in salvo Kino, un bimbo di sei anni. Ma cosa ci faceva al campo? Gabriel sentiva che gli sarebbe successo qualcosa di terribile, perché un oscuro presagio l'aveva già spinto a seminare sul cammino del nipote indizi e frammenti di una verità nascosta. Ora sta a Mattia, con l'aiuto di Angela e Nazifa Bebé, scoprire chi è davvero quel nonno taciturno, qual è la pagina mancante del suo passato, storia dimenticata dalla Storia, che chiede la giustizia di un ricordo.
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Dettagli

2010
7 settembre 2010
153 p., Rilegato
9788804602491

Voce della critica

Gabriel Pottok, detto l'Orso, è nonno Gabriel. Nato nel 1934 a Lodz, in Polonia, si è trasferito a Roma dopo la morte dei suoi genitori nel 1956 e lì ha conosciuto nonna Ada e aperto un laboratorio specializzato in restauro di mobili antichi. Una professione redditizia che ha reso possibile l'acquisto della villetta a due piani dove il protagonista del nostro libro, Mattia, vive con lui e con la mamma, rimasta sola dopo la morte prematura del papà. La villetta ha un giardino sul retro e in un angolo c'è un capanno, in origine un laboratorio di restauro casalingo e poi, da quando non c'è più la nonna Ada, una sorta di tana, dove Gabriel, di natura solitario e taciturno, ama passare gran parte delle sue giornate. A meno che non vada di soppiatto nel vicino campo rom, l'agglomerato di baracche di Ponte Mammolo, a giocare a carte con il vecchio Omo Selimovic.
Il fatto è che nessuno sa con esattezza che cosa faccia davvero il nonno Orso, fino al giorno in cui alcuni teppisti scagliano bottiglie incendiarie nel campo dandogli fuoco: metà delle barakine vanno in fumo e tra le fiamme rimane imprigionato un bambino, Kino Ahmetovic, miracolosamente salvato da un certo Gabriel Pottok che è stato visto arrampicarsi, con lui stretto fra le braccia, su per la collina allo stremo delle forze. Entrambi, vecchio e bambino, sono ricoverati in ospedale.
La notizia è trasmessa in televisione e, nella confusione che suscita in famiglia, Mattia riannoda i fili di tanti indizi che il nonno gli ha lasciato, dalla promessa, fattagli il giorno della morte del papà, di ereditare un ciondolo con la cornice di madreperla e un cavallo inciso a sbalzo sulla piastra tra linee di fuoco che gli lambiscono le zampe, alla scoperta sotto il letto di una busta con una scritta in una lingua incomprensibile, che gli permette di trovare i diari del piccolo Nanosh, della kumpania di rom Lovara, scritti nel ghetto di Lodz nel corso del 1941-42. Insomma, con l'aiuto di Nazifa Bebé, sorella del piccolo Kino e compagna di scuola sua e di Angela, amica da sempre, Mattia riesce a mettere insieme i pezzi del puzzle che gli raccontano la vera vita di nonno Gabriel, a nessuno fino ad allora rivelata. Strada facendo viene a scoprire che i rom hanno una bandiera, un inno, una lingua in comune, il romanì, hanno tradizioni, leggende, feste, riti e dignità e fierezza di appartenere a una grande comunità nomade. Soprattutto, apprende che sono stati sterminati a migliaia dal nazismo, come la famiglia di Nanosh deportata dal ghetto nel zigeunerlager di Oświęcin (Auschwitz).
Senza rivelare fino in fondo la trama del romanzo, va all'autore il grande merito di offrire ai ragazzi, con una narrazione leggera e avvincente, la possibilità di conoscere la faccia, che in genere passa in second'ordine, della deportazione e del genocidio perpetrato dai nazisti contro gli zingari. Un punto di vista inedito, il suo, sulle complesse vicende delle varie etnie rom, che soltanto di recente alcuni libri portano alla luce nel tentativo di rompere il muro di pregiudiziale rifiuto e di conseguente emarginazione che le isola e le esclude da ogni possibile integrazione nella nostra società.
Sofia Gallo

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