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recensione di Carboni, G., L'Indice 1995, n. 3
Ci sono libri forti che sembrano avere difficoltà a imporsi al pubblico, ma che rimangono Vivi attraverso gli anni nutrendo, una generazione dopo l'altra, gruppi di appassionati lettori. È una difficoltà che non sembra dipendere tanto dalle condizioni storiche e sociologiche in cui vengono scritti e fatti circolare ma piuttosto dalla forza stessa di una complessità di cui si fanno portatori.
"Sia lode ora a uomini di fama" è uno di questi libri. Nell'estate del 1936 la rivista "Fortune" invia in Alabama un giovane scrittore, James Agee, e un fotografo di talento, Walker Evans, per preparare un articolo sulla "vita quotidiana e l'ambiente di una famiglia media bianca di contadini fittavoli".
La depressione che segue al crollo della borsa del '29 ha anche promosso una vigorosa ripresa del "realismo" e dell"'impegno sociale" dopo lo "sperimentalismo" e il "formalismo" delle avanguardie e del modernismo e dopo il "narcisismo artistico" che sembrano nutrire. Il 1934 era stato l'anno più buio, nel '36 qualche segno di ripresa cominciava ad accennarsi, ma la morsa della povertà che stringe i mezzadri neri e bianchi che coltivano il cotone nell'Alabama e in altri stati del Sud è più antica e strutturale. Non ha l'immediato impatto emotivo delle code per un piatto di minestra che si snodano lungo i marciapiedi delle città, non "urla", ma è come se fosse la stessa da sempre, arcaica e impermeabile a ogni tentativo di riforma, indifferente al 'new deal' che si avvia a condurre il paese fuori dalla crisi.
Negli anni trenta l'immagine è ormai a pieno titolo il protagonista sul palcoscenico della comunicazione. La fotografia ha raggiunto piena maturità come tecnologia, le sue procedure sono diffuse e standardizzate. Una generazione di fotografi e fotografie lascerà di questo periodo una vasta documentazione di straordinario valore storico, sociologico ed estetico. Le 'newsreels' portano "l'azione" delle notizie nel buio delle sale cinematografiche a grandi masse di spettatori. Il settimanale, in cui la fotografia non gioca più un semplice ruolo di illustrazione e commento ma "fa giornalismo" in proprio, secondo la formula consacrata da "Life", e che dopo la guerra informerà lo sviluppo dei rotocalchi in tutto il mondo, ha già messo a punto la propria retorica, la propria estetica e le regole di produzione e distribuzione che ne fanno un canale essenziale dell'informazione di massa.
In un certo senso un articolo come quello commissionato ad Agee e a Evans è quasi un fatto di ordinaria amministrazione. Ma Agee ed Evans non sono personaggi di ordinaria amministrazione, e l'ordinaria umanità che incontrano in Alabama ha su di loro un impatto esaltante e devastante, che li porta a rimettere in discussione tutte le regole della rappresentazione. In modo esplicito e autocosciente per Agee e in modo meno immediatamente percepibile, ma non meno radicale per Evans.
Il materiale che essi riportano non è considerato pubblicabile, è insieme troppo immediatamente vero e troppo radicalmente complesso. La lucidissima, razionale, luminosità estetica di Evans sovverte ogni possibilità di facile coinvolgimento emotivo. Lo sguardo che i ritratti di questi uomini, di queste donne e di questi bambini restituiscono al lettore e la sublime nudità degli oggetti e delle case tra cui si articola la loro vita domandano una risposta che va troppo oltre la "pietà" del lettore medio e il comodo solidarismo dell'intellettuale liberal progressista, sollevando questioni che mettono in scacco le certezza degli intellettuali "impegnati". La tensione lirica e il dubbio esistenziale prima ancora che politico, che attraversano lo sforzo della scrittura di Agee di farsi pienamente carico di questa realtà per articolarla, turbano. Oggi come allora. È un dato che si coglie a occhio nudo e dopo pochi minuti di lettura. Se rimanesse qualche dubbio basterebbe ritornare alle pagine dei settimanali dell'epoca o rivolgersi a "You Have Seen Their Faces", libro assai celebrato allora, frutto della collaborazione tra la fotografa Margaret Bourke-White e lo scrittore Erskine Caldwell, sempre sulle condizioni dei mezzadri del Sud ed esempio tutt'altro che spregevole del genere "documentario".
Dopo il rifiuto di "Fortune" si apre, soprattutto per Agee, un vero e proprio calvario della scrittura. Le foto hanno dato forma "per sempre" a una serie di momenti, insieme esse costituiscono una costellazione, un universo quasi tangibile, "reale". Come può la letteratura rispondere alla sfida di questa doppia complessità? Come rappresentare dei soggetti che domandano e impongono rispetto, che, pur chiusi nel loro mutismo, rifiutano di diventare "tipi" o "simboli", che chiedono che la loro ordinaria umanità non venga strumentalizzata a nessun fine che non sia l'onesta espressione di questa umanità? E come può la letteratura andare oltre la forza della fotografia, articolarla, arrivare dove essa non può arrivare?
Il libro esce finalmente nel 1941, ma per quanto la critica lo apprezzi non ha un grande successo, il clima culturale è cambiato, è come se ci fosse bisogno di dimenticare la povertà della depressione, le preoccupazioni della guerra sembrano sovrapporsi alla battaglia quotidiana per la sopravvivenza di questi mezzadri e cancellarle. La ristampa negli anni sessanta ne farà un libro quasi di culto tra i giovani della nuova sinistra, ma ancora una volta non un libro di successo. In un'Italia in cui si traduce tutto e di tutto il fatto stesso che solo ora possiamo leggerlo, grazie all'amorosa ed efficace traduzione di Luca Fontana, potrebbe stimolare una riflessione su quali siano i canali reali e i filtri del passaggio dei prodotti culturali che gli Stati Uniti ci propongono.
"Sia lode ora a uomini di fama", primo volume di una trilogia mai portata a termine, è posto sotto la doppia egida del "Re Lear" di Shakespeare - del dolore per una nudità, fisica e morale, esposta al battere della tempesta - e del Karl Marx del "Manifesto" - lavoratori di tutto il mondo unitevi e combattete. a non è n‚ letteratura n‚ denuncia o propaganda politica. È, come avverte lo stesso Agee, il tentativo di "individuare il valore di una porzione di esistenza neanche immaginata, e di inventare tecniche appropriate a registrarla, comunicarla, analizzarla e difenderla... un'inchiesta indipendente su certe normali vicissitudini dell'umana divinità". Idealmente a fare da contrappunto alle foto di Evans non dovrebbe esserci l'arte della scrittura ma "frammenti di tessuto, fibre di cotone, zolle di terra, trascrizioni di discorso, pezzi di legno e ferro, fiale di odori, piatti con su cibo e escrementi... un pezzo di corpo strappato alla radice sarebbe forse più appropriato" E anche così probabilmente il lettore userebbe questo libro "come un gioco da salotto". La forma che il racconto cerca è quella della "sonata" in cui l'impulso etico-politico è il "secondo tema, la poesia che lo fronteggia il primo", a cui le foto conferiscono un insieme di strumenti e di timbri e a cui la scrittura risponde con altri strumenti, altri timbri, altre vibrazioni.
È un esercizio stilistico e formale tesissimo che parte dalla descrizione più minuta e obiettiva di oggetti, ambienti, corpi, tecniche del lavoro - di un realismo di dettaglio ossessivo che sfida la fotografia sul suo terreno - e salta alle note ampie di una meditazione quasi biblica sul destino dell'uomo e sul suo dolore, una scrittura che affonda nelle pieghe del ricordo, della psicologia dello scrittore, delle sue risposte emotive, e subito dopo si impegna in una riflessione critica ricchissima sui limiti dell'arte e sugli strumenti della rappresentazione. Un libro che si forza di "enunciare" l'insopprimibile dignità e bellezza individuale degli uomini, delle donne, dei bambini, degli ambienti e degli oggetti di cui parla.
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