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Recensioni I volti

I volti di Tove Ditlevsen
Recensioni: 4/5
Nella Copenaghen di fine anni Sessanta, Lise Mundus è scrittrice di libri per ragazzi e madre di famiglia: due ruoli che fatica a conciliare. Ha avuto tre figli da mariti diversi, l’ultimo dei quali è Gert. Il loro non è un matrimonio felice: l’uomo vive il successo della moglie come un affronto personale, da tempo ha smesso di toccarla e non fa mistero di portare avanti ben due relazioni extraconiugali, con la collega Grete e con la donna di servizio Gitte. La crisi di coppia e le continue tensioni con i figli ricadono inevitabilmente sul lavoro di Lise, che non riesce più a scrivere. La donna perde il controllo, si sente odiata da tutte le persone con cui vive, sviluppa una mania di persecuzione e si mette in testa che Gert e Gitte stiano complottando ai suoi danni. La notte è il momento peggiore: i pensieri corrono veloci, sempre più difficili da tenere a bada, e la visione di volti deformati comincia a tormentarla. Sono volti che stanno per cadere, come maschere, pronti a rivelare tutta la finzione che nascondono. Il crollo psichico è rapido. Mentre sprofonda in un mondo fatto di pillole e ospedali, Lise comincia a chiedersi se la follia sia davvero qualcosa da temere o porti con sé una sorta di libertà. Dopo la Trilogia di Copenaghen continua la riscoperta di Tove Ditlevsen: I volti è un romanzo sconvolgente che racconta la storia di una donna sull’orlo del baratro, ritratta con tutta la vividezza dell’esperienza vissuta. Con una scrittura ammaliante, Ditlevsen mette a punto un’acuta esplorazione del matrimonio e del divorzio, dell’amore e della follia, della paura e del male. «Il fatto che Ditlevsen abbia conosciuto intimamente la follia contribuisce a spiegare la straziante autenticità di questo libro. Lavorando dall’interno, Ditlevsen è in grado di esplorare i sorprendenti contorni dell’esperienza di Lise: dal suo punto di vista, la follia può essere divertente, morbida, sicura e molto più illuminante della “realtà” che si sforza di eludere». «The New York Times» «È il momento giusto per riscoprire questo romanzo, perché oggi siamo pronti a parlare di salute mentale, ma anche perché abbiamo sete della scrittura di Tove Ditlevsen. Nonostante l’orrore che descrive, la scrittura di Ditlevsen è profondamente umana e partecipe». «The Guardian» «Con quest’opera l’autrice raggiunge il livello di La campana di vetro di Sylvia Plath e Lolita di Nabokov. È giunto il momento di citare Ditlevsen Insieme a questi pesi massimi della letteratura». «Die Literarische Welt» )
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