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Avevo amato già Otsuichi con Goth, raccolta di racconti entrata tra le mie preferite e tra le letture migliori del 2024. Otsuichi è stato una vera e propria scoperta, un autore in grado di mescolare orrore e realtà, vita e morte, creando atmosfere opprimenti da cui è impossibile staccarsi. Date le premesse, le aspettative per Zoo erano molto alte e, fortunatamente, non sono state deluse. Se in Goth i racconti erano collegati dagli stessi personaggi e dominava il genere dell’horror psicologico, in Zoo invece ogni racconto è a sé stante e anche il genere è vario: non solo horror ma anche racconti più fantastici, fantascientifici, gialli e dalle note tragicomiche. Il filo condutture di ogni racconto è sempre la morte e come gli esseri umani reagiscono di fronte ad essa e alla paura. Tra traumi, isolamento, abusi, senso di colpa e follia, vediamo protagonisti che indossano delle maschere e arrivano a creare una visione distorta della realtà per autoingannarsi e sopravvivere. Otsuichi ancora una volta tramite il suo stile asciutto, le sue frasi brevi, riesce a suscitare un’inquietudine costante, un forte senso di impotenza e di orrore. I racconti più disturbanti in tal senso sono Kazari e Yōko, Sette stanze e La casa bianca nella foresta fredda in cui la tensione si costruisce pian piano fino togliere il fiato. Ci sono poi racconti fantastici e malinconici come So Far –amanti lontani, La canzone del sole e La voce di dio che lasciano con una sensazione dolce-amara, e altri più paradossali e tragicomici che fanno sorridere pur offrendo una critica sociale. Nei racconti non c’è traccia di speranza, né di redenzione ma solo un enorme vuoto. “Zoo”, titolo del racconto macabro che dà il nome alla raccolta, è perfetto perché proprio come uno zoo, ogni storia mostra una versione diversa dell’oscurità della psiche umana.
Ho sempre pensato che la paura non sia solo un’emozione, ma un filtro. Quando diventa troppo intensa, smette di essere un semplice segnale di avvertimento e inizia a cambiare il modo in cui vedi le cose. La realtà non è più qualcosa di stabile ma si piega, si adatta e diventa ciò che riusciamo a sostenere. E a quel punto mi rendo conto che l’orrore non è davvero fuori. È il modo in cui ciò che sentiamo si sovrappone a ciò che abbiamo davanti. Perché è meglio scambiare un cespuglio per un mostro dieci volte, che un mostro per un cespuglio una volta sola. "Dentro quell'involucro smaltato, in realtà, si celava un informe ammasso grumoso di melma rossa e nera." È proprio su questo confine instabile che si muove Zoo di Otsuichi. In questa raccolta la morte non è mai solo un evento. È un punto di rottura. Ogni racconto sembra mostrare cosa succede quando qualcosa di irreversibile entra nella mente dei personaggi. C’è chi si aggrappa al senso di colpa fino a deformare la realtà. Chi cerca di sopravvivere in spazi chiusi dove il tempo e le regole sembrano perdere significato. E chi, pur di dare un senso a ciò che non lo ha, costruisce connessioni che esistono solo nella propria mente e da origine al trauma. "Voglio che tutti imparino cosa sia l'infelicità." Anche lo stile di Ostuichi segue la stessa direzione. La sua è una scrittura sobria, quasi fredda. Le frasi sono brevi, dirette e senza eccessi. Ma sotto questa apparente semplicità c’è qualcosa di costruito con precisione. Non forza mai il ritmo, non cerca lo shock immediato. Lascia che la tensione si accumuli lentamente, in modo quasi silenzioso e poco evidente. Dissemina spazi. Vuoti. E quando li incontri non puoi far altro che riempirli con la tua di visione e percezione. Ti rende difficile prendere le distanze dalla lettura. Perché l’orrore non è così lontano da sembrare impossibile. Sta tutto nella mente. E in quanto poco serve perché inizi a cambiare ciò che vedi.
“Zoo” – Otsuichi Ci sono raccolte che si leggono e si dimenticano, e poi ci sono quelle che restano. “Zoo” appartiene decisamente alla seconda categoria. Undici racconti diversi, legati da un unico filo conduttore: la morte. Ma non quella spettacolare o “da horror”, bensì qualcosa di più vicino, più umano, quasi scomodo. Otsuichi non cerca mai lo shock facile: lavora sul perturbante, su quel senso di disagio che nasce quando riconosci qualcosa di reale dentro ciò che stai leggendo. La scrittura è essenziale, asciutta, e proprio per questo ancora più efficace. Non spiega, non accompagna: lascia spazio, e quel vuoto viene riempito dal lettore. I personaggi sono fragili, isolati, spesso intrappolati in ossessioni che li consumano lentamente. Ed è proprio questo il cuore della raccolta: l’ossessione come bisogno di dare senso, anche quando il senso sembra non esistere. Alcuni racconti mi sono rimasti più impressi, come “Kazari e Yoko”, “Sette stanze” o “La casa bianca nella foresta fredda”, ma nel complesso il livello è sorprendentemente alto. Non è una lettura rassicurante, né semplice da “lasciare andare”. Ma è proprio questo il suo punto di forza. Consigliato a chi cerca un horror più psicologico e disturbante, capace di insinuarsi lentamente e restare anche dopo l’ultima pagina.
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