La filosofia giapponese comprende correnti di pensiero sviluppatesi in Giappone dall’introduzione del buddhismo nel VI secolo fino ai dibattiti contemporanei su etica, identità e modernità. Integra tradizioni autoctone e influenze cinesi ed europee.
La riflessione filosofica in Giappone nasce dall’incontro tra shintoismo, confucianesimo e buddhismo, in particolare nelle scuole Zen diffuse dal XIII secolo. Una parte dei volumi approfondisce il lessico religioso e morale che ha plasmato la cultura classica, con studi su autori come Dōgen e sul rapporto tra pratica meditativa e teoria della conoscenza. Altri saggi ricostruiscono il periodo Tokugawa (1603–1868), analizzando l’organizzazione etico-politica del bakufu e il ruolo del neoconfucianesimo nella formazione delle élite amministrative. Questo ambito interessa a chi cerca una comprensione storico-dottrinale delle radici intellettuali del Giappone.
Con l’epoca Meiji (dal 1868) si apre il confronto sistematico con la filosofia europea. Sono presenti studi sulla ricezione di Immanuel Kant e Martin Heidegger, e sulle elaborazioni originali della Scuola di Kyoto, fondata da Nishida Kitarō nei primi decenni del Novecento. Una parte dei saggi indaga il concetto di “nulla” (mu) e la nozione di esperienza pura, centrali nel dialogo tra buddhismo e metafisica occidentale. L’attenzione si estende anche al secondo dopoguerra e ai dibattiti su etica pubblica, tecnologia e identità culturale, offrendo strumenti interpretativi utili per orientarsi tra tradizione e modernità nel pensiero giapponese.