Le neurodivergenze indicano condizioni in cui il funzionamento neurologico si discosta dalla norma statistica, includendo autismo, ADHD e dislessia. Il termine si diffonde nel dibattito pubblico dagli anni 1990.
Il concetto di neurodivergenze nasce nel quadro della neurodiversità, che propone una lettura non esclusivamente patologica delle differenze cognitive. I libri su questo tema chiariscono le differenze tra diagnosi clinica e prospettiva culturale, ma intercettano anche un interesse storico legato in particolare ai movimenti per i diritti delle persone autistiche sviluppatisi negli Stati Uniti negli anni 1990. Alcuni titoli approfondiscono il ruolo di Judy Singer, che ha contribuito alla diffusione del termine neurodiversity. Una parte dei volumi analizza l’inquadramento istituzionale delle diagnosi secondo il DSM-5 pubblicato dall’American Psychiatric Association nel 2013. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato l’ICD-11 nel 2019.Sono presenti studi dedicati a inclusione scolastica, accomodamenti lavorativi e politiche pubbliche per l’accessibilità. Interessa insegnanti, professionisti HR, psicologi e familiari che cercano strumenti interpretativi e aggiornamento scientifico.
Il tema dialoga con psicologia clinica e neuroscienze dello sviluppo. La discussione pubblica distingue tra modello medico e modello sociale della disabilità. Un filone rilevante riguarda il linguaggio inclusivo e l’autodeterminazione. Un altro ambito concerne l’inserimento lavorativo e il diversity management nelle organizzazioni complesse. Termini come funzionamento esecutivo, iperfocalizzazione e sensory processing ricorrono nella saggistica specialistica. L’interazione tra diagnosi clinica e riconoscimento sociale resta un nodo centrale nel dibattito contemporaneo.