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recensione di Pesante, M.L., L'Indice 1988, n. 9
"Il passato è un paese straniero: le cose si fanno diversamente lì". Ma poi: "Allo sguardo della memoria i miei ricordi sepolti di Brandham Hall sono come effetti di chiaroscuro, macchie di luce e di buio: solo con uno sforzo posso vederli in termini di colore. Ci sono cose che so, anche se non so come le so e cose che ricordo. Alcune cose mi appaiono fissate come fatti, ma nessuna immagine le accompagna; allo stesso tempo ci sono immagini non provate da nessun fatto che si ripresentano ossessivamente, come il paesaggio di un sogno". Le due citazioni da Leslie Hartley ("The Go-Between*) mettono a fronte i due registri possibili di una memoria nettamente distinta da una storia, il registro dell'estremità e quello dell'inconscio, l'antropologico e lo psicoanalitico, sulla cui alternanza il narratore costruisce la sua narrazione.
Anche il libro della Passerini è costruito su questi due registri; l'io narrante (autore del libro o gruppo che si autoritrae) presenta insieme frammenti di pratiche registrate con il distacco dell'antropologo e sondaggi sull'inestricabile intimità dell'individuo con il suo passato. I tre blocchi di materiali con cui è costruito il libro - "la libera elaborazione di un diario tenuto negli anni 1983-87" "due lunghe interviste" fatte all'autrice, e "alcuni scritti autobiografici precedenti" (tra il 1974 e il 1987), e infine capitoli fondati "su una raccolta di interviste, compiuta negli stessi anni" a una quarantina di persone attive nel movimento degli studenti e/o degli operai (p. 227) - si alternano liberamente. Essi sono distinti sia tipograficamente sia per la cifra stilistica che li domina, una leggera auto-ironia nel diario, una sorta di cauta e sospesa riflessività nell'uso delle interviste, e un ritmo più vivace nel ricordo dei migliori anni della nostra vita. Come nel triplo autoritratto in cui il pittore si ritrae mentre dipinge, in abiti da lavoro, dalla propria immagine riflessa in uno specchio un se stesso vestito in abiti curati, il soggetto appare insieme unico e sdoppiato attraverso molteplici apparenze.
Tra questi blocchi, e in parte anche dentro ognuno di loro, si alternano i due percorsi possibili, e il diario può essere interpretato sia come il diario di campo di un antropologo sia come l'autoanalisi di uno psicoanalista.
Ma l'oggetto del libro non è propriamente n‚ il rigoroso hic et nunc del fare e del credere "estranei" su cui interroga e indaga l'antropologo, n‚ il doloroso ristabilimento di nessi tra continuità e discontinuità della propria struttura psichica, senza possibilità di aggirare ciò che non si desidera ricordare, che analizza lo psicostorico, o a cui partecipa lo psicoanalista. L'oggetto del libro è piuttosto una memoria concepita come funzione libera dai vincoli del controllo di realtà. Insisto sul fatto che si tratta dell'oggetto del libro, perché la Passerini tratta sempre questa memoria come la materia del suo costruire un discorso storico, e mai come la storia che si racconta da sé. Tuttavia in questo modo non certo ingenuo di trattare questa sorta di memoria libera come documento necessariamente manipolabile, ovvero interpretabile, c'è una difficoltà - in molti casi, come in questo - politicamente non innocua. La memoria non sottoposta a scrutinio è documento di se stessa solo per il momento in cui viene registrata; se rimane anche solo un residuo di ambiguità circa il fatto che sia anche documento di un prima, bisogna guardarsene. Autoritratto di gruppo mi sembra ricco di queste ambiguità. Ne scelgo ad esempio una che riguarda, scritto in piccolo, un problema grande della storia di questo paese.
A proposito del rapporto con padri e madri, che è uno dei centri tematici del libro, viene citata un'intervista con Laura Derossi, che dice: "Mio padre faceva l'imprenditore edile e in più aveva una piccola azienda metalmeccanica, ma non era un reazionario, votava liberale" (p. 40). Il problema è se il giudizio "non era un reazionario" sia un giudizio di oggi o un giudizio di allora, se questo sia il modo in cui Laura vedeva suo padre nel '68 o il modo in cui è arrivata a vederlo oggi, che fa una bella differenza. È da notare che il linguaggio è particolarmente diretto e scarso e linguisticamente nulla suggerisce una scelta in un senso o in un altro; il contesto però suggerisce fortemente al lettore esterno una continuità tra l'oggi e lo ieri. Ci sono quindi almeno tre interpretazioni possibili della frase come significativa per una biografia, per una storia di vita in cui il ritratto degli attori non sia raccontato e letto falsamente. L'interpretazione della Passerini cancella il problema della dimensione diacronica del racconto in una lettura sincronica delle ambivalenze degli attori: "Molti padri sono presentati come 'liberali', nel senso che si ispiravano a ideali del liberalismo definito 'ottocentesco' dai loro figli" (p. 42). Ora io sospetto invece che molti di coloro che oggi presentano i loro padri come liberali li considerassero allora alquanto fascisti, e sono convinta che a domanda potrebbero rispondere in un modo assai articolato, permettendoci magari perfino di capire i percorsi individuali, i rapporti di famiglia, le esperienze precoci per cui gran parte degli attori del '68 arrivarono a considerare "tolleranza, fiducia nella libertà, nell'iniziativa privata, nel lavoro, nella cultura" (ibid.) non solo come qualcosa di ottocentesco, ma come poco più che fascismo astutamente mascherato.
Questo è il nodo per cui, se non ci poniamo un po' di problemi stringenti, e con risposte non necessariamente indolori, sul rapporto tra il nostro oggi e il nostro ieri, possiamo arrivare a chiudere il cerchio in modo non intenzionale e gravemente regressivo come in questi anni hanno fatto molti ex-simpatizzanti o ex-militanti di movimenti e gruppi, che dopo aver esercitato l'analisi di classe nelle forme più aberranti, al punto da rendere quasi impraticabili nella cultura italiana le analisi sociali fondate sulle rilevanza delle classi, hanno scoperto poi i valori della tradizione laica, democratica e progressista (non esclusi eventuali appelli al rinnovato senso del religioso).
Deboli assai questi valori nella coscienza dei nuovi paladini, come sono sempre stati debolissimi nella storia italiana, tanto che molto seriamente, e senza nessuna malignità è lecito chiedersi se poi quei padri che "non erano reazionari, votavano liberale", quel vecchio giudizio così sommario che si sentiva ai margini delle assemblee nel '68 non se lo meritassero, e se l'equanimità di oggi non sia anche un cerchio che si è richiuso senza aver chiarito nessun equivoco.
Credo quindi che il libro debba essere letto come il ritratto (un ritratto possibile) della generazione nata negli anni '40 come è oggi 1988. È un ritratto fortemente autoreferenziale. Mi è difficile distinguere fino a che punto questo sia il risultato del fatto che non è la storia di una generazione, dei suoi percorsi reali, spesso così tragicamente costretti al controllo di realtà, bensì una storia della sua memoria, e fino a che punto sia il risultato della particolare qualità storica di questa memoria; e probabilmente è lecito immaginarsi una circolarità tra i due fatti. Certo però ne emerge anche un'immagine del '68 come un evento totalmente autocentrato, con antagonisti pallidi e ridicoli, dove la classe dirigente più resiliente della storia scompare del tutto. Una volta data la debita parte alla varietà dei percorsi che partono dal 1968, varietà che viene più affermata con forza che indagata nel suo concreto, questa memoria mi pare dominata da una definita rivendicazione delle proprie capacità manipolatorie. La Passerini registra questa opzione in forma cauta: "Per questa generazione assume particolare pregnanza quello che potremmo chiamare il diritto all'autobiografia, di dare un senso o più sensi al proprio passato, o almeno riuscire a sfogliarlo, a dispiegarlo" (p. 214). Ma qualche intervista la esprime con circostanziata protervia: "Insomma me lo sono raccontato così; allora il fatto di essermelo raccontato non è più un semplice racconto; è la vita che faccio perché me la sono raccontata così. È anche un'idea in fin dei conti sottilmente feticistica che debba esserci qualche cosa, una trasformazione sociale, un dio da incontrare come cosa esterna, e che non sia semplicemente un racconto, una storia: tu hai fatto una vita e quella lì dipende da come te la racconti. E da come te la racconti dipende anche che vita fai" (ibid.).
I liberali ottocenteschi che propagandavano l'autodeterminazione dell'individuo (e tra l'altro tenevano moltissimo al proprio diritto all'autobiografia) avevano un senso del limite un po' più sviluppato, il limite della natura il limite della storia cioè delle biografia degli altri. Disgraziatamente la migliore traduzione italiana disponibile per "liberalismo" è "attualismo".
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