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Anno edizione: 2026
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L'Autrice parte da un fatto di cronaca mineraria: tre uomini morti a Jumbunna, in Australia, per blackdamp (il gas che toglie l'ossigeno senza che te ne accorga) e da quella miccia accende un romanzo corale che si stende su un secolo di emigrazione italiana. Blackdamp è costruito come un mosaico: storie di partenze e di abbandoni, di chi non torna e di chi non sa come restare, raccontate con un realismo che deve qualcosa al verismo della grande tradizione italiana (e, per certi aspetti, al naturalismo francese) e che si manifesta anche nell'uso coraggioso del dialetto, strumento di autenticità e non di colore locale. La protagonista Anna, erede di una famiglia di emigranti bellunesi, è il filo rosso di questo labirinto narrativo: il suo lutto rimosso per cinque anni, la visita alla tomba dei genitori, la ricerca negli archivi diventano il pretesto per recuperare storie sepolte e restituire voce a chi era rimasto in silenzio. La struttura può sembrare frammentata nella prima parte e lo è volutamente: lo smarrimento del lettore rispecchia quello di chi si trova davanti a radici intricate e a identità costruite per stratificazioni. Ma l'Autrice (la cui narrazione affonda nella ricerca storica puntuale, come si evince dalla ricca appendice archivistica) sa dove vuole arrivare, e i capitoli finali ricompongono il quadro con precisione e commozione. "La vita dell'emigrante non è mai facile, in nessuna epoca" è forse la frase che sintetizza meglio lo spirito del libro: nessuna retorica della nostalgia, nessun eroismo consolatorio, solo la verità scomoda di chi ha dovuto muoversi per sopravvivere, ieri come oggi, cercando condizioni di lavoro migliori, ma anche se stesso e il suo posto nel mondo. Un romanzo che si inserisce con merito nella letteratura italiana sull'emigrazione, con una voce propria e una struttura narrativa ambiziosa che induce alla riflessione sulla nostra storia di popolo e anche storia personale.
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