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A che punto è lo studio delle politiche urbane? Come sono indagati i processi di trasformazione che catalizzano grandi conflitti, come nel caso della Tav piemontese o dell'inceneritore di Acerra? Come osservare le trasformazioni dei tessuti urbani intorno al porto di Bari, i processi partecipativi a Padova, la cooperazione transfrontaliera a Gorizia? Eventi come critical mass, nuovi riti, nuove forme comunitarie o sicuritarie? Lo studio delle politiche che per qualche ragione possono dirsi urbane costituisce una tradizione importante entro il campo degli studi urbani, senza esaurirla. Oggi forse meno centrale rispetto al passato, senza che questo costituisca un problema, poiché angolazioni laterali, consapevoli, non necessariamente robuste in senso accademico hanno spesso rivelato un'alta capacità di interpretazione e spiegazione.
Il volume curato da Pier Luigi Crosta costituisce una buona occasione per provare a rispondere a queste domande. È dagli anni ottanta e novanta che Crosta, in numerosi contributi, ha indicato un percorso di studio attorno al tema delle politiche. E in particolare attorno a quelle che si possono definire politiche urbane, avendo a che fare con i (più diversi) processi di trasformazione territoriale. In questo volume raccoglie dodici saggi che restituiscono il lavoro condotto nel corso di dottorato che lui stesso coordina presso la scuola di dottorato dell'Università Iuav di Venezia, corso intitolato Pianificazione territoriale e politiche pubbliche del territorio.
La sua definizione di cosa siano le politiche è al contempo larga e indeterminata. Larga, poiché riguarda l'insieme delle attività pubbliche che concernono le trasformazioni fisiche del territorio, di cui sono soggetti una pluralità di attori pubblici e privati. Non certo solo l'attore pubblico. Capire le politiche significa ricostruire il modo in cui si coordinano questi soggetti: le ragioni, le disposizioni, gli esiti. Ma si tratta anche di una definizione indeterminata, poiché è l'indeterminatezza a caratterizzare il combinarsi di azioni, così che il loro esito può essere solo eventuale.
Questa angolazione, che ha costruito una vera e propria "scuola", segna un importante scarto con l'impostazione ortodossa. Basta un veloce confronto con l'ultima intervista rilasciata da Campos Venuti a Federico Oliva per rendersene conto (Città senza cultura. Intervista sull'urbanistica, Laterza, 2010). Nell'impostazione ascrivibile agli allievi di Crosta e a lui stesso, ciò che conta è la distinzione tra politica e politiche. Nella tradizione riformista (quella camposiana, come ama riconoscere Campos, benché il campo sia assai più dilatato e variegato) l'urbanistica nasce con un legame stretto con i progetti politici di riforma sociale. Ciò che conta in questo caso è la politica, e il suo intrecciarsi, lungo il corso del XX secolo, con le tecniche e gli strumenti di ordinamento dello spazio. Gli scricchiolii che il progetto riformista ha prodotto alla fine del XX secolo non sono, a dire il vero, molto ascoltati. E si continua come se quello sfondo fosse ancora il nostro. Come se l'intreccio politica e tecniche non fosse quella cosa ingarbugliata e opaca che hanno mostrato le recenti vicende del G8 alla Maddalena, ad esempio. O come se quelle vicende fossero ascrivibili semplicemente al campo delle degenerazioni, e non svelassero qualcosa di molto più complicato: un mutare dei ruoli di mediazione (sociale, ma anche politica) del sapere tecnico.
Nell'impostazione ascrivibile a Pier Luigi Crosta, ciò che conta è altro. Sono le politiche. Ed è attorno a questo che si costruisce non solo un campo di studi, ma un vero e proprio vocabolario. Al centro l'esistenza di un problema che si percepisce come problema pubblico. La Tav in Piemonte, l'inceneritore di Acerra, le trasformazioni dei tessuti di Bari (e, si potrebbe aggiungere, la vicenda del G8 alla Maddalena) non sono in sé problemi pubblici, ma possono diventarlo nel momento in cui alcuni soggetti li rileggono come tali e si muovono di conseguenza. L'approccio alle politiche muove dunque dai problemi, dal fatto che questi non sono dati a priori, caso mai sono riconosciuti, o meglio ancora, sono l'esito di processi interattivi e sociali. In altri termini, i problemi pubblici non esistono in natura, sono "costrutti strategici" che dipendono dalla mobilitazione di attori e risorse e si esplicitano attraverso un processo di definizione collettiva. Allo stesso modo, gli attori coinvolti all'interno del processo di politiche non giocano un ruolo definito a priori (come nello schema riformista tradizionale), ma divengono attori nel corso dell'interazione, e "le loro relazioni non solo determinate antecedentemente e al di fuori del processo di politiche, ma determinate dentro e per mezzo delle interazioni". Anche il progettista finisce con l'avere un ruolo eventuale e ipotetico, a trovarsi cioè in una posizione assai più scomoda di quella che generalmente egli stesso si ascrive. In questo gioco, ciò che finisce con il contare molto sono le conseguenze inattese e l'adattamento reciproco delle parti.
Sono esplicite le difficoltà a cui tale approccio deve far fronte, poiché "ciò con cui si ha a che fare non è uno sviluppo delle politiche, bensì un divenire delle politiche". Diventa allora una prova ciò che facciamo: "Il funzionamento della società avviene attraverso un'insieme di pratiche interconnesse, e in parte sovrapposte, comunque interferenti. Intervenire è allora soprattutto provare se funziona, cercando di imparare a sufficienza per re-intervenire". Studiare casi di politiche urbane è la pratica delle pratiche: non per imparare a frale, ma per provare a capirle.
Cristina Bianchetti
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