Nelle fotografie che aprono il testo curato da Francesco Infussi sui quartieri di edilizia pubblica a Milano, la città appare deserta, come evacuata, immobile. Poco più avanti, in esergo, è Luciano Bianciardi a ricordare gli anni cinquanta, quando la città era "aperta ai venti ed ai forestieri, fatta di gente di tutti i paesi". Nelle descrizioni e nelle indagini che dalla metà del secolo scorso si sono susseguite, Milano ha coinciso prevalentemente con questa seconda immagine: città aperta, dinamica, mutevole. Questa ricerca mostra una città diversa e nuova: più quieta e silenziosa, più ferma. Potrebbe trattarsi della cifra stilistica di un'indagine che osserva la città attraverso un'angolazione specifica, quella dei grandi quartieri di edilizia residenziale pubblica realizzati durante il secolo scorso, e che oggi sembrano rinchiuderla come in un morsa. Ma le questioni che il libro solleva costruiscono il sospetto che vi sia qualcosa d'altro. Il susseguirsi di mappe e atlanti, il posizionamento e la catalogazione degli spazi, la loro scomposizione entro cronologie, sequenze lineari, figure che costruiscono il libro non sembrano doversi mettere in relazione solo alla ricerca di precisione o a una sorta di realismo che l'oggetto stesso evoca e richiede: la città pubblica del Novecento. L'impressione è che vi sia anche la difficoltà di tornare a raccontare Milano attraverso la ricerca neofenomenologica utilizzata negli ultimi venti anni: la cronaca,l'inseguimento delle singole esperienze abitative che, in modo rapido quanto persistente, sembravano corroderne e sovvertirne continuamente i tessuti. L'immobilità che attraversa il nuovo racconto degli spazi di edilizia pubblica milanese paradossalmente lo rende attuale. Lo si coglie tanto nella restituzione per parti quanto nella consequenzialità narrativa. Da un lato, la scomposizione per ambiti residenziali: i quartieri sono figure monolitiche disposte in sequenza, sul limite della città o al suo interno, "lungo le circonvallazioni", "gli assi di penetrazione", "in prossimità delle tangenziali". Dall'altro, la scansione ripetuta e regolare degli usi. A partire dall'alloggio, o al contrario dalla fermata del bus, entro sequenze di spazi domestici, contratti dentro l'abitazione o protratti verso la città. Fino a ricomporre così i movimenti dell'abitare: la sosta su un marciapiede, il superamento di un recinto, l'ingresso in una corte o in un giardino, una loggia, ancora qualche gradino, l'ascensore, il soggiorno, la vista sulla finestra di fronte. Passaggi che, inseguendo il quotidiano, raccontano storie non ordinarie di abitanti di una città difficile, segnata dallo stigma di un vissuto presupposto comune (così che, ancora una volta, tutta la varietà s'irrigidisce in una concrezione quasi inorganica, capace di esprimere poche eccezioni). Si potrebbe obiettare che la città pubblica di Milano non è Milano. Basti pensare Milano nelle rappresentazioni più recenti e consuete: città senza pubblico, debolmente governata, poco incline a rispondere a domande che il mercato immobiliare esclude o contempla solo marginalmente. La città pubblica milanese inoltre non occupa neppure il 10 per cento della superficie urbanizzata del territorio comunale e non alloggia che il 20 per cento della popolazione. A guardare bene poi, come la ricerca invita a fare, sono molte le differenze locali che non è possibile eludere, le contraddizioni e i contrasti tra i diversi quartieri di questa stessa città. Lo dimostra la preziosa mappatura degli interventi di edilizia residenziale con finalità sociale realizzati a Milano dal 1900 a oggi. È il deflagrare della città pubblica entro i tessuti dell'altra città. Una commistione difficile da sciogliere. Poco importano le quantità e i modi in cui si combinano. L'innervarsi allora nei tessuti della città attraverso gli interventi di edilizia residenziale pubblica che l'attraversano, puntuali o sequenziali, in linea o per grandi comparti, consente di assumere un'angolazione straordinaria per osservarla. E per rileggerla in modo più misurato e sobrio che in passato. Attraverso descrizioni più pacate e immagini più nitide. La sequenza fotografica che chiude l'esplorazione mostra una città nuovamente abitata. Scene di vita ordinaria nei vasti spazi aperti della città pubblica milanese. La partita di pallone e la pista da skate, a spasso con il cane e il ritorno dal supermercato, nonni con bambini e piccole infrazioni sullo scooter. Non importa se dentro ai recinti o al loro esterno. L'impressione è che quel che sta fuori non sia diverso da ciò che è dentro. Tanto da far apparire Dal recinto al territorio un falso movimento. Un viaggio che resta interno, che nel territorio milanese non trova più le aperture e la varietà di un tempo. Angelo Sampieri
Leggi di più
Leggi di meno