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E' un libro che non smette di essere attuale, un coraggioso inno all'unità culturale o all' "ecumenismo" tra umanesimo e scienze. Piacevole a leggersi, stimolante per la vastità degli argomenti trattati. Un chimico passato alla letteratura e alla politica militante segnala quanto fragili e pericolosi siano gli steccati eretti tra gli esponenti delle due parti della Cultura e quanto invece sia proficuo, per il progresso di entrambe, il loro incontro. Ottime le postfazioni e opportuno il ricordo dell'intellettuale che fece pubblicare in Italia questo libro, l'indimenticabile Ludovico Geymonat.
Recensioni
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Arricchita da un'introduzione di Alessandro Lanni - che, oltre ad alcune considerazioni sul testo, inquadra storicamente l'autore e il libro - e da tre interventi finali di Giulio Giorello, Giuseppe O. Longo e Piergiorgio Odifreddi, dopo oltre quarant'anni torna in libreria (con la traduzione originale del 1964) il famoso libro di Snow che, al suo apparire, fece epoca e sollevò un sacco di polemiche, e non solo in Italia.
Per quanto orientato soprattutto ad analizzare la realtà anglo-americana all'epoca della guerra fredda, sicuramente discutibile e ormai un po' troppo datato (anche se già prevedeva l'emergere della Cina e dell'India sulla scena mondiale), è un classico che ancora oggi costituisce un'interessante lettura perché nel nostro paese la distanza tra la cultura umanistica e quella scientifica rimane piuttosto ampia, anche se è molto ridotta tra gli intellettuali con formazione scientifica. Lo dimostrano le personalità degli autori dei tre interventi finali, forse i più noti tra coloro che quella distanza l'hanno addirittura annullata. E il successo dei loro libri fa pensare (o magari soltanto sperare) che la distanza si stia riducendo anche tra il grande pubblico.
Quasi tutti concordano sul fatto che nel nostro paese la causa di questa distanza sia da ricercarsi soprattutto nella scuola. È quindi interessante notare che già Snow se la prendeva con la scuola inglese dell'epoca (il testo riprende una conferenza del 1959 e, dopo le polemiche che lo accolsero, fu integrato nel 1963 da ulteriori considerazioni), con critiche senz'altro valide anche per la nostra scuola e il suo organico smantellamento in atto, e non solo da oggi.
Charles P. Snow (1905-1980), scienziato e romanziere inglese, ebbe un ruolo piuttosto importante durante la seconda guerra mondiale come consigliere per le applicazioni militari del governo britannico, ruolo che è ampiamente spiegato e chiarito in un altro suo libro ( Scienza e governo , Einaudi, 1976), una raccolta di saggi tratti anch'essi da alcune sue conferenze. Se in quei saggi vengono sottolineate le difficoltà del rapporto tra scienza e politica (difficoltà ancora maggiori dato il periodo bellico), le stesse difficoltà emergono chiaramente anche nella seconda parte di Le due culture . Sono le difficoltà che impediscono quella vera socializzazione della scienza che agevolerebbe una sua più ampia accettazione.
Lo scarso interesse del grande pubblico per la scienza va senz'altro attribuito a tutti quelli che si occupano di comunicazione della scienza, che in genere preferiscono non separare la scienza dalla tecnologia e si limitano a pubblicizzare scoperte più o meno virtuali - di solito nel campo della biomedicina - promettendo miracoli a breve. Questo problema riguarda soprattutto i divulgatori che, forse trascinati dall'entusiasmo per gli science centers e i festival della scienza, tendono a trasmettere una scienza "divertente" anziché "interessante", ma anche applicazioni (ovviamente più interessanti per il pubblico, anche se in genere fantasiose) piuttosto che teorie (sempre difficili da spiegare e da capire, e quindi non sempre in grado di attrarre i lettori). Ma riguarda anche gli scienziati, che quasi sempre si limitano a "comunicare" anziché a "dialogare". Non avviano cioè quel dialogo sociale che sarebbe necessario, e che potrebbe forse essere riavviato utilizzando - e magari aggiornando - le idee di Giulio A. Maccacaro e del suo gruppo, che si materializzarono sulle pagine di "Sapere" negli anni settanta del secolo scorso (ma non per questo sono da considerarsi superate).
Tornando agli interventi che concludono il libro, tutti e tre gli autori sembrano concordi, anche se da punti di vista diversi, nel ritenere che sia possibile superare senza troppi problemi la separazione tra le due culture. Perché, come si è accennato, si tratta di una separazione che forse è già stata superata, e non da oggi e non solo in Italia. A questo proposito Odifreddi ( La guerra dei due mondi ) ricorda illustri scienziati del secolo scorso, attivi in entrambe le culture (per esempio, Erwin Schrödinger, premio Nobel per la fisica ma anche raffinato poeta), e alcuni famosi letterati italiani (Gadda, Primo Levi ecc.), tutti con formazione scientifica. Ma sottolinea anche che dovrebbero essere proprio gli uomini con formazione scientifica ad appropriarsi degli strumenti necessari all'analisi del mondo moderno, poiché si tratta di strumenti difficilmente manovrabili dagli umanisti a causa della difficoltà che essi incontrano nel seguire i passi della scienza.
Su questo tema Giorello ( Per una Repubblica delle Scienze e delle Lettere ) è forse un po' più scettico, e ritiene che le cause della separazione tra le due culture nel nostro paese siano soprattutto da ricercarsi nella sua storia, dal "caso Galileo" a Benedetto Croce, "all'ingombrante presenza degli eredi di coloro che hanno condannato Galileo". Ma sceglie anche alcune delle osservazioni di Snow sulla scuola per applicarle alla nostra, perché "valgono forse più per l'Italia 2005 che per l'Inghilterra 1959". E non dimentica ovviamente di ricordare il suo maestro Ludovico Geymonat, al quale si deve la spinta a far pubblicare per la prima volta in Italia Le due culture (di cui scrisse anche la prefazione).
Sul concetto di cultura si sofferma invece Longo ( Cosa intendiamo quando parliamo di "cultura"? ), che parte da una breve analisi dei mutamenti - tecnico-scientifici e socio-politici - che si sono avuti dai tempi di Snow a oggi. Anche lui prende in esame la critica situazione della nostra scuola, che porterà inevitabilmente all'omologazione, ma ritiene che per difendersi da questo rischio sia necessaria la partecipazione di tutti (filosofi, artisti, letterati, scienziati), anche se in contrasto tra loro. Perché "non ci sono 'due culture', ma ce n'è una sola: da una parte c'è la cultura, dall'altra c'è l'incultura". Un'affermazione senz'altro da condividere.
Emanuele Vinassa de Regny
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