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Con una scrittura di assoluto nitore, laconica e bruciante, a tratti intensamente lirica, Cagnati ci racconta una vicenda in cui, sullo sfondo di una terra aspra e inclemente, si intrecciano brutalità e tenerezza, strazio e rancore, lutto e incantamento, riuscendo a raggiungere un'essenzialità trasognata che sembra dissolvere la tragicità degli eventi.
«Ci sono vite disgraziate, in cui il poco e raro bene che arriva sembra, a posteriori, solo uno scherzo crudele. È la sorte che gioca a illudere e ingannare chi quelle vite se le ritrova. Ed è forse questo il senso di un epilogo che mi ha lasciato turbata e in silenzio come non mi capitava da tempo.» – Donatella Di Pietrantonio, Robinson – la Repubblica
Questo romanzo è la storia dell'amore, lancinante e assoluto, di una figlia, Marie, nata da uno stupro, per la madre, Eugénie detta Génie, che, ripudiata dalla famiglia e respinta dalla comunità dopo che ha generato una bastarda, si è murata nel silenzio e nella lontananza. Una madre che sa dirle soltanto: «Non starmi sempre tra i piedi», che raramente la abbraccia; una che tutti, in paese, bollano come matta e sfruttano facendola lavorare nei campi e nelle fattorie in cambio di un po' di frutta, di un pezzo di carne. Ma l'amore di Marie è impavido, indefettibile - va oltre il tempo.
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Leggendo Cagnati, ti trovi immersa in tutta la sofferenza di una certa infanzia. I detrattori sostengono ci sia “troppo dolore”, come se la letteratura dovesse per forza attenuare la realtà. Ma da dove viene la scrittura di Cagnati, se non proprio da lì? Figlia di immigrati italiani nel sud-ovest della Francia, cresciuta nelle fattorie di Monclar-d’Agenais tra braccianti analfabeti, povertà e isolamento, Cagnati ha sempre portato con sé un senso radicale di estraneità. In una rara apparizione televisiva disse che la naturalizzazione francese fu quasi una tragedia: non era più italiana, ma non era neanche francese. «Quindi non ero niente». E aggiunse: «L’infanzia è stata per me un periodo completamente infelice». È difficile non vedere, in questa origine biografica, la matrice della sua scrittura. Il libro racconta la storia di Eugénie, vittima due volte, prima di violenza e di ignoranza familiare poi, costretta a vivere ai margini con la figlia Marie in una casa quasi inghiottita dalla campagna. Lavora nelle fattorie per sopravvivere, mentre intorno a lei cresce la nomea che la definisce: “la matta”. In questo paesaggio brullo e indifferente l’infanzia di Marie è fatta soprattutto di attese - del ritorno della madre, del suo corpo stanco, del suo odore di stalla che per la bambina è comunque un rifugio. La forza della scrittura di Cagnati sta proprio qui: nella radicale sottrazione di ogni retorica consolatoria. La maternità non è un mito, non è un luogo garantito di protezione. È un corpo fragile, stanco, talvolta distante; un legame segnato dalla miseria, dalla fatica e dall’emarginazione. Per questo i suoi romanzi sono attraversati da un dolore così netto: non perché lo cerchino, ma perché lo riconoscono come parte costitutiva dell’esperienza umana. E forse è proprio questa lucidità - così poco incline alla consolazione - a rendere la sua voce ancora oggi tanto perturbante quanto necessaria, evocativa. Grazie per averla ripubblicata.
Trasporta nella storia, comunica tantissimo emotivamente. Molto triste, molto bello
è veramente un libro triste, una lettura che fa male
Recensioni
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