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Beppe Fenoglio

Curatore: L. Bufalo
Editore: Einaudi
Collana: I coralli
Anno edizione: 2002
Pagine: XVIII-208 p.
  • EAN: 9788806162658

In una missiva del 29 maggio 1952 indirizzata a Calvino, Fenoglio chiede l'inserimento di un biglietto, scritto ai genitori dal partigiano Dario Scaglione (Tarzan) prima della fucilazione, nella ristampa del "sacro volume" delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, e, dopo aver illustrato in breve i fatti salienti della biografia dell'amico, conclude perentoriamente: "Era mio dovere segnalarvi questa lettera, ed è dovere vostro di pubblicarla".

Come spiega la nota del curatore delle Lettere fenogliane, Luca Bufano, il testo venne effettivamente aggiunto nella seconda edizione del volume approntata da Piero Malvezzi e Giovanni Pirelli, ma la figura del compagno catturato perché fermatosi a soccorrere un ferito venne onorata da Fenoglio anche in altre occasioni, ad esempio con la richiesta al Comune di Alba di intitolare una strada a Scaglione: e il testo, già edito da Gino Rizzo e riportato in appendice da Bufano, parla chiaro: "Ora, il nostro avvilito paese ha un disperato bisogno di Tarzan e di quelli come lui. Ma Tarzan e quelli come lui sono tutti morti".

Si colgono in queste forme di fedeltà ai valori e agli eroi della Resistenza alcuni dei tratti fondamentali della parabola prima biografica e poi anche letteraria di Fenoglio, a cominciare dalla difesa dei comportamenti e delle azioni partigiane, anche di fronte ad attacchi sempre più diffusi negli anni cinquanta: senza però venire a compromessi con una ricostruzione oleografico-ideologica, come appunto in quegli anni dimostrarono i racconti dei Ventitre giorni (variamente criticati proprio sul versante dell'ideologia, il che provocò un adeguato risentimento dell'autore, confermato da numerosi accenni di questo epistolario). Ma, nello stesso tempo, al di là del dovere di fedeltà, al di là della sacralità delle vite offerte (non esclusivamente per eroismo, ma sempre per una necessità storica), al di là persino dell'impegno a narrare gli eventi di quegli anni, si fa strada la consapevolezza che la morte ha dato anche un senso - o, purtroppo, per molti un non-senso - a quanto sembrava acquisito come valore duraturo.

Da un'altra angolatura, se, come sosteneva già Benjamin, gli epistolari appartengono innanzitutto alla sfera della "testimonianza", questo di Fenoglio può almeno indirettamente certificare la sua tensione a raggiungere un'eccezionalità nella scrittura, che si configura essenzialmente come narrazione di eventi significanti, di episodi vissuti nel tempo di guerra o di fatti tramandati nella tradizione orale delle sue terre ("ho perfino intervistato langhiani interessanti, ne ho raccolto le storie"). E la forma del racconto risulta spesso quella privilegiata, forse perché capace di sintetizzare l'eccezionalità, di esprimere un'energia vitale che pure, in molti finali fenogliani, tende a dissiparsi o ad annullarsi.

Queste lettere, da cui trapelano i segnali della faticosa attività scrittoria dell'autore, costituiscono solo una parte ridotta dell'intero epistolario. Il gruppo di circa novanta, scrupolosamente vagliate da Bufano, dovrebbe essere integrato da un altro consistente, composto da lettere d'amore per quella "M." che fornì alcuni tratti alla Fulvia di Una questione privata, nonché da numerose missive sparse, per lo più relative alla pubblicazione di testi o ai contatti editoriali. Ma quasi tutte vennero gettate in una discarica vicino al Tanaro, in scatoloni o in sacchi (almeno due), che furono visti nel 1968 da un giovane operaio torinese, Giancarlo Molino, il quale ne estrasse due vecchi quaderni scolastici e alcuni taccuini: e così, dopo una peripezia quasi da novella, ci sono giunti gli Appunti partigiani pubblicati nel 1994 da Lorenzo Mondo. Il resto, però, compresa la maggior parte delle lettere sopra segnalate, sembra andato definitivamente perduto.

Ciononostante, oltre a quelli di cui abbiamo già parlato e a quelli individuati da Bufano nella sua breve ma puntuale introduzione, alcuni tratti della personalità e non poche precisazioni sull'attività letteraria fenogliana emergono nettamente. Ad esempio è evidente la differenza dei livelli stilistici adottati con i vari interlocutori: il formale-burocratico che si nota nelle lettere a un Vittorini, a un Einaudi o a un Garzanti lascia il posto a un tono amichevole e sincero, anche se mai del tutto confidenziale, con Calvino, forse l'unico referente di fiducia nel mondo dell'editoria. La generosità di molte offerte fatte da Fenoglio, che si accompagnava all'orgoglio - quasi ingenuo - per i riconoscimenti attribuiti ai suoi racconti, non era tale da cancellare del tutto il ricordo di alcuni sgarbi subiti, magari spiegati in maniera molto concreta (e senza discussioni di poetica): così, per giustificare il passaggio a Garzanti, viene rievocata, in una lettera a Calvino del 22 novembre 1960, la vicenda del risvolto vittoriniano alla Malora: "Forse non ci crederai, ma il mio abbandono dell'Einaudi ha turbato me più d'ogni altro. E ancora mi turba, e vorrei non aver provato quello stupido risentimento per il risvolto di Vittorini. Il risentimento fu, debbo ammettere, infinitamente più sciocco del risvolto che lo provocò. Vidi, ecco l'errore, il risvolto unicamente con l'occhio del dirigente industriale che non si capacita che un altro industriale, l'Einaudi, svaluti il suo prodotto nella stessa presentazione ".

Abbastanza esemplificative di un atteggiamento di difficoltà per eccesso di timore linguistico, cioè per la sindrome (da appartato e, in un certo senso, da autodidatta) dello scrivere male, sono anche alcune scelte lessicali, come nella lettera a Calvino del 5 gennaio 1952, dove si legge, a proposito del contestato Ettore va al lavoro: "Non ho obbiezioni a fare circa l'avulsione della nota scena della quale mai sono stato pienamente convinto" (e si noti che la giustificazione sembra un tentativo di mostrare una sintonia a posteriori con il giudizio dei lettori einaudiani). Addirittura, in una lettera a Gianfranco Bettetini del 19 marzo 1962, in cui si dà conto del rifiuto di un libro presentato per conto dell'amico a Einaudi, Fenoglio giunge a correggere il testo di un biglietto di Calvino, scrivendo che "i filosofi (...) non hanno palesato entusiasmo", mentre nell'originale si trovava il più normale "dimostrato".

Questa stessa incertezza si coglie dietro l'accettazione, peraltro non passiva, dell'opera di riscrittura che Garzanti, con i suoi consulenti redazionali, impose per il "libro grosso" di cui si parla a partire dal gennaio 1957 (ma il lavoro era già cominciato da qualche tempo), e che poi si ridusse al solo Primavera di bellezza: sulla vicenda, ormai ben delineata dopo le polemiche seguite all'edizione critica delle Opere fenogliane, non si individuano qui elementi assolutamente nuovi, ma il quadro completo delle lettere editoriali conferma le ipotesi ricostruttive avanzate dapprima da Bigazzi, Corsini, Rizzo, Saccone e altri, e da ultimo confermate da Isella. Si può tuttavia aggiungere una piccola osservazione sul fatto che, scrivendo a Vittorini il 9 giugno 1953, Fenoglio si proponga soltanto come scrittore di racconti e aggiunga, tra parentesi: "Molto probabilmente non posseggo ancora, se mai lo possiederò, il fondo del romanziere. Non conosco ancora le 4 marce, per esprimermi con termine automobilistico" (e anche La malora verrà di fatto considerato dallo stesso autore un "racconto lungo").

Sul versante editoriale vale la pena di aggiungere che numerosi riferimenti importanti si possono evincere a proposito dell'intricata fase conclusiva delle pubblicazioni fenogliane, in particolare riguardo alla raccolta dapprima intitolata Racconti del parentado, già approntata per Einaudi, poi bloccata e infine edita postuma da Garzanti col titolo Un giorno di fuoco. Ma forse, più di questa pur istruttiva sezione, risulta interessante (e anche linguisticamente vivida) quella delle lettere giovanili, scritte durante il periodo bellico o subito dopo, dalle quali trapelano i gusti piuttosto snobistici e le posizioni di compiaciuta separatezza dell'ex-liceale "cavalleresco e superiore", in seguito gettato in mezzo a un apprendistato di guerra che lo pone per la prima volta di fronte alla possibilità concreta della morte.

Se poi le passioni per la letteratura elisabettiana inglese, per il Pilgrim's Progress, per Wuthering Heights, con l'alter-ego letterario Heathcliff, vengono confermate, a più riprese si ricavano specifici interessi fenogliani per Melville (e non solo per il Moby Dick), mentre sono forse ancora più numerosi di quanto già non si sapesse i contatti con la musica leggera e il cinema. Non a caso, uno spiccato interesse per la sceneggiatura - e specialmente per la concatenazione e la plausibilità anche psicologica dell'azione - emerge dalle lettere o dagli abbozzi di copione inviati a Giulio Questi e a Gianfranco Bettetini, con l'intento di collaborare alla realizzazione di film: la scrittura degli ultimi testi, dall'Imboscata (ovvero Frammenti di romanzo) a Una questione privata, risente evidentemente di questa attività parallela (e anzi le intersezioni tra fonti visive, abbozzi di sceneggiatura e testi narrativi meriterebbero ulteriori approfondimenti, dopo quelli proposti da studiosi come Francesco De Nicola e Orsetta Innocenti).

Ma si deve concludere con un'altra "testimonianza" racchiusa in questo epistolario: la breve serie di biglietti inviati dall'ospedale delle Molinette poco prima della morte, tra il 15 e il 17 febbraio 1963. È qui, nelle scarne ma ancora decise indicazioni lasciate al fratello Walter o all'amico Don Natale Bussi, così come nel delicatissimo addio alla figlia Margherita, che si colgono enucleati gli aspetti fondamentali della psicologia di Fenoglio, "impasto - come avrebbe scritto il suo maestro e amico Pietro Chiodi - di estrema tenerezza e di rigorosa asprezza".