(Mosca 1821 - Pietroburgo 1881) scrittore russo.La vita e le opere Figlio di un medico, un aristocratico decaduto stravagante e dispotico, crebbe in un ambiente devoto e autoritario. Nel 1837 gli morì la madre, da tempo malata, e D. venne iscritto alla scuola del genio militare di Pietroburgo, istituto che frequentò controvoglia, essendo i suoi interessi già risolutamente indirizzati verso la letteratura (risalgono a quegli anni le sue prime letture importanti: Schiller, Balzac, Hugo, Hoffmann). Diplomatosi nel 1843, rinunciò alla carriera che il titolo gli apriva e, lottando con l’indigenza e con i disagi di una salute cagionevole, cominciò a scrivere: il suo primo libro, il romanzo Povera gente (1846), che ebbe gli elogi di critici come Belinskij e Nekrasov, rivela già l’attenzione pietosa di D. per la sofferenza dell’uomo socialmente degradato e insieme incompreso nella sua bontà. Nello stesso anno uscì il suo secondo romanzo, Il sosia, storia di uno sdoppiamento psichico per il quale il protagonista viene progressivamente travolto nell’incubo di un altro se stesso. Due anni dopo venne dato alle stampe Le notti bianche (1848), racconto insieme sentimentale e allucinato il cui personaggio principale è un giovane sognatore che si innamora di una fanciulla incontrata per caso. Nel 1849, per aver aderito a un circolo di intellettuali socialisti, D. venne condannato a morte con gli altri membri del gruppo; ma il giorno stesso dell’esecuzione giunse la «grazia» dello zar (si trattava infatti di un’atroce messinscena punitiva) e la condanna fu commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia. Quello che seguì fu per D. un periodo durissimo (cominciò tra l’altro a manifestarsi in lui l’epilessia) e lo scrittore lo rievocò con estrema intensità in un libro pubblicato qualche tempo dopo: Memorie da una casa di morti (1861-62). Altri quattro anni D. dovette trascorrere, arruolato come soldato semplice, a Semipalatinsk, prima di poter tornare (1858) a Pietroburgo. Nel 1857 si era sposato con una giovane donna, vedova con un figlio; nel 1859 videro la luce due altri suoi romanzi, Il villaggio di Stepancikovo e Il sogno dello zio, opere in cui si intrecciano umorismo grottesco e critica di costume. Nel 1861 D. cominciò la propria attività giornalistica (collaborando anzitutto alla rivista del fratello Michail «Il Tempo», presto soppressa dalle autorità) e nel 1862 pubblicò il romanzo Umiliati e offesi, sofferta indagine sulle virtualità dell’anima umana, così spesso soffocate o tradite. Nel 1864 gli morirono moglie e figlio. Nello stesso anno, sommerso dai debiti, fondò il periodico «Epoca», che ebbe però vita sfortunata e breve; nel 1865 diede alle stampe Memorie dal sottosuolo, storia della fallita redenzione di una prostituta e tormentosa disamina dell’inconscio e dell’insufficienza dell’intelletto a penetrare (e giustificare) se stessi e il prossimo. Nel 1866 apparve Delitto e castigo, che si chiude col pentimento e l’espiazione del protagonista, accortosi della disumanità della propria astratta morale di «individuo superiore». Nel 1867 D. sposò la propria stenografa, Anna Snitkina e pubblicò Il giocatore, un romanzo parzialmente autobiografico il cui «eroe» è un uomo travolto dalla passione della roulette; poi, perseguitato dai creditori, lasciò con la moglie la Russia, viaggiando in Germania, Francia, Svizzera, Italia. Visse all’estero circa cinque anni e in quel periodo scrisse L’idiota (pubblicato nel 1868-69), storia della sconfitta di un uomo «assolutamente buono». Tornato in Russia, pubblicò nel 1873 I demoni, un romanzo centrato sulla problematica del nichilismo, dell’atto gratuito e dell’assenza di Dio. Nello stesso 1873 D. iniziò, sul periodico reazionario «Il Cittadino», la pubblicazione del Diario di uno scrittore, che poi, a partire dal 1876 e fino al 1881, apparve come rivista a sé stante. Questo Diario includeva oltre che articoli di critica letteraria, di morale, di polemica sociale ecc., anche dei racconti, tra i quali meritano particolare menzione Il fanciullo presso Gesù (1876) e La mite (1877). Nel 1875 apparve L’adolescente, ritratto di un giovane che vince la propria solitudine e il proprio astio nei confronti del prossimo abbracciando gli ideali di un mistico populismo cristiano. Nel 1879-80 vide la luce l’ultimo romanzo di D., I fratelli Karamazov, in cui si contrappongono l’odio tra padre e figli e la purezza e la fede di una creatura innocente. Lo scrittore era ormai famoso quando, repentinamente, fu colto dalla morte.Motivi filosofici e letterari dei grandi romanzi Partito da convinzioni socialiste utopistiche, D. si fece (dopo la terribile esperienza siberiana) assertore dell’ortodossia religiosa e di un acceso nazionalismo slavofilo (troviamo in lui l’idea messianica del destino del popolo russo, cui è riservata la sacra missione di pacificare il mondo). Ma la sua opera va sempre e incommensurabilmente al di là delle sue teorizzazioni: l’umanità che popola i suoi libri sembra invocare una collettiva liberazione dalla miseria e dall’umiliazione, ed è osservata con sofferta solidarietà. D., che si sente intellettuale plebeo e che in fondo è un esponente di una nuova intellighenzia (non nobiliare), elimina tuttavia, o attutisce, le componenti di classe dei suoi personaggi, descrivendo un mondo in cui dominano rapporti puramente spirituali.Scrittore di eccezionale complessità, riprende dai romantici, approfondendolo ed esasperandolo, il motivo della «doppiezza» psicologica e della spaccatura tra l’essere e il sembrare dell’io. Incline alle situazioni estreme, D. si affaccia, nella sua indagine, su verità psicologiche che esulano dallo scientismo ufficiale dell’arte naturalistica a lui contemporanea, scoprendo nell’uomo aspetti allucinanti e demoniaci che apparvero «esagerati» ai lettori occidentali, abituati a una tradizione di «decoro». Nelle pagine di D. ogni pensiero e ogni moto dell’animo suscita il proprio opposto: ansia di sublime e fascino dell’abiezione, orgoglio e umiltà, volontà di ferire e brama di ferirsi, appaiono strettamente connessi. Così i suoi eroi, che si trovano sempre dinanzi a tormentosi aut-aut, si autoanalizzano in modo assillante, rivelando i molteplici strati della propria lacerata coscienza. La tensione di questi conflitti d’idee e di sentimenti è sempre in spasmodico crescendo; ma salvazione e quiete non vengono mai da una disamina razionale, bensì da una rivelazione improvvisa, dalla rinuncia o dall’ammutolire della ragione. I personaggi sono essenzialmente dei pensatori che lottano coi contenuti della propria mente; per loro l’esistenza è un’impresa filosofica.In D., dunque, il romanticismo si fonde con un nuovo intellettualismo: le idee acquistano un peso passionale simile a quello posseduto, presso i romantici, dai sentimenti. Naturalmente, gli affetti smisurati che muovono le figure di D. urtano spesso contro i limiti imposti dalle convenzioni sociali; ma lo scrittore, anticipando elementi che saranno poi della letteratura novecentesca, arriva anche a presentare individui che non lottano per affermare un principio superiore, bensì per provare la propria capacità di agire liberamente: l’attenzione di D. si sposta perciò dai contenuti alla forma; e il problema, da storico-sociale, diviene metafisico. Tuttavia, alla domanda se la libertà dell’individuo sia un bene D. non risponde in modo univoco: egli, infatti, condanna tanto l’individualismo (visto come anarchismo), quanto la coercizione; e riverisce tanto il Cristo (che è libertà, ma anche angoscia, infinita ricerca) quanto la chiesa (che è coercizione, ma anche tranquillità). Da un punto di vista esteriore, i romanzi di D. si riallacciano prevalentemente alla letteratura poliziesca e d’avventura, a quella nera e d’appendice: vi troviamo assassinii, incendi, stupri, eccessi di pazzia, stati morbosi, segreti intrighi, lettere anonime, sostituzioni di persona, teatrali rivelazioni; e ladri, prostitute, eroi solitari e misteriosi, ubriaconi, individui di animo angelico ecc. Ma tutto ciò, in D., è semplice materia sussunta in una dimensione essenzialmente e convulsamente morale e religiosa. I suoi libri si discostano dalla struttura fluente e continua del romanzo ottocentesco: non si affidano a uno svolgimento «orizzontale», ma si coagulano in una serie di nodi di particolare intensità, in un mosaico di episodi relativamente autonomi, di concentrata significanza, nei quali la discussione si sostituisce alla narrazione. La narrativa di D. si situa in un paesaggio urbano di grande suggestione: deformando i tratti della sua Pietroburgo, lo scrittore delinea città grigie, livide, fatte di sporchi vicoli, di squallide pensioni, di tetre stanze, dove si aggirano rifiuti umani straziati dalla fatica di vivere o da un inestinguibile rovello interiore.La fortuna di Dostoevskij In Russia e, dopo la rivoluzione, in Unione Sovietica, l’opera di D. ha conosciuto alterne vicende di fortuna, ma sempre all’ombra di una certa diffidenza da parte della cultura ufficiale. In occidente, invece, la sua popolarità e il suo influsso sono stati immensi, e non accennano a diminuire. Fra i suoi lettori più accaniti e più profondi basterà citare A. Gide e Th. Mann. La critica più recente, di ispirazione formalistica e strutturalistica, si è mossa in una nuova direzione interpretativa, negando la legittimità di isolare temi, idee, singole figure e sottolineando che la novità del romanzo di D. consiste nell’aver infranto la «dittatura» della coscienza dell’autore, nell’aver cioè ridotto questa a elemento, a parte del tutto (che è il romanzo stesso): l’autore non è più burattinaio dei propri personaggi, non è onniveggente, né spettatore privilegiato, ma solo una voce tra le tante che risuonano nel romanzo. La narrativa dostoevskiana rivelerebbe cioè il proprio carattere essenziale nella polifonicità, ossia nella insubordinazione delle «voci» dei personaggi, non riducibili mai a una cristallizzata concezione del mondo che li sovrasti. Non solo, ma studiando sotto il profilo compositivo i romanzi di D., si è rilevato che alla base di essi stanno sempre due o più narrazioni che si svolgono in contrasto l’una con l’altra e si collegano secondo moduli contrappuntistici non immediatamente visibili.