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Peter B. Medawar

Traduttore: M. Paggi, D. Paggi
Collana: Saggi. Scienze
Anno edizione: 1985
Pagine: 96 p. , ill.
  • EAN: 9788833900216
MEDAWAR, PETER B., I limiti della scienza, Boringhieri, 1985

CHARGAFF, ERWIN, Il fuoco di Eraclito, Garzanti, 1985
recensione di Bert, G., L'Indice 1986, n. 1

Sta diventando un'abitudine diffusa e redditizia: quando uno scienziato prende il premio Nobel, va in pensione o, a maggior ragione quando un premio Nobel va in pensione, comincia immediatamente a pubblicare riflessioni sulla scienza, sul metodo scientifico, sugli scienziati e sulla propria storia personale. Si tratta di libri che vengono letti avidamente sia dai colleghi, che vi cercano (e immancabilmente trovano) pettegolezzi, allusioni, errori veri o presunti, sia dai profani: è largamente diffusa infatti la convinzione che dalla biografia di uno scienziato si possa capire il come e il perché del suo lavoro e, in ultima analisi, del suo successo. Ci si illude, in altre parole, di vivere la scienza "dall'interno", così come la vive quotidianamente il ricercatore.
È bene disilluderci subito: quando uno scienziato parla non dei risultati delle sue ricerche ma più in generale sulla scienza, non ha di solito nulla da insegnare, o per meglio dire, non insegna quello che crede lui. Le sue riflessioni appaiono spesso ingenue, limitate, ricche di buon senso e di osservazioni empiriche banali. La base culturale è sovente scarsa, o sostituita da un atteggiamento saccente, didattico, accademico alquanto fastidioso. Il fatto è che, ripensando la propria vita, ognuno tende a darle a posteriori un senso logico, una continuità, una razionalità nei fatti inesistente, così che ogni avvenimento, ogni scoperta, ogni successo (o insuccesso) appare strettamente legato alla personalità del soggetto e quasi inevitabile. Manca generalmente l'ironia necessaria a rendersi conto che, quando ci si racconta, si mescolano infallibilmente poesia e verità; e non è certo quest'ultima a predominare.
Prendiamo i due volumi in questione. Medawar, uno dei padri dell'immunologia moderna, dalla sua professione ha avuto tutto: successi e riconoscimenti d'ogni genere compreso il premio Nobel, ottenuto nel 1960 per i suoi lavori sul rigetto dei trapianti. Un uomo rispettato, stimato, realizzato. Raggiunti i settant'anni si volge a riflettere pacatamente sulla scienza, come si conviene ad un vecchio saggio. È uno scrittore semplice ed elegante, e nelle sue parole tutto appare ordinato, logico, riposante. L'umanità, dice Wittgenstein, sogna una scienza in cui simplex sia sigillum veri. La scienza, dice Medawar, è una conoscenza conquistata a caro prezzo, deduttivamente ordinata, che schiera principi, leggi, enunciati generali da cui discendono enunciati particolari. Essa procede in una certa direzione, cui asintoticamente tende l'opera dello scienziato: la verità. Che cos'è la verità scientifica? In accordo con Tarski "una proposizione vera è una proposizione che afferma che un certo stato di cose è così e così, e lo stato di cose è effettivamente così e cos¡".
La definizione può apparire rassicurante e perfino banale al lettore frettoloso, e tuttavia contiene implicazioni importanti: essa dà infatti per scontato che esista uno stato di cose "così e così", indipendentemente da chi lo afferma; l'osservatore, lo scienziato appunto. In altre parole, il peso atomico del potassio sarebbe comunque 39, anche se non esistessero n‚ scienziati n‚ osservatori. Si tratta di una scelta filosofica di grande rilievo, e tutt'altro che indiscussa. Basta riflettere a quanto scrive Bateson, uno scienziato che si rivela ogni giorno di più come uno dei maggiori pensatori contemporanei: nella scienza "non possiamo far previsioni sul momento successivo nel tempo, n‚ sullo stadio successivo della dimensione microscopica, della distanza astronomica o del passato geologico". Medawar al contrario non ha dubbi: le scienze "autentiche" hanno la capacità di fare previsioni, di dimostrare, di provare. La scienza, secondo Medawar, è l'arte del risolvibile; e un problema risolvibile è già per metà risolto.
Il senso del suo discorso è sempre rassicurante: la scienza così come è va bene. Eventuali conseguenze negative sono dovute o a frodi, subito svelate dagli stessi scienziati in maggioranza onesti e morali, o a stupidità, oppure ad usi distorti della scienza stessa, non certo imputabili agli scienziati. La scienza, è ovvio, non può n‚ potrà rispondere agli interrogativi ultimi sul senso dell'esistenza, poiché essa è limitata al mondo delle osservazioni empiriche. Il trascendente ha soprattutto la funzione di lenire l'angoscia, di dare pace allo spirito. In ogni caso, se la ragione non è sufficiente a spiegare la condizione umana, essa è sempre e comunque necessaria.
Quale requisito deve avere un'ipotesi per essere scientifica? Quello, come dice Kant, di poter essere vera, e cioè corrispondente alla realtà. Tutti, anche gli scienziati, contribuiscono a cambiare il mondo, ma per quanto riguarda gli interrogativi ultimi, la risposta rimane quella di Voltaire: ciascuno coltivi il proprio giardino. Medawar è un grande scienziato ed un uomo profondamente onesto, e tuttavia le sue riflessioni sulla scienza non ci convincono che in minima parte: troppa fiducia nell'esistenza di una realtà obiettiva, troppo ottimismo, troppo rassicurante buon senso. Tutto questo può tranquillizzarci per un momento, come una compressa di valium, ma, in fondo, sappiamo che le cose non stanno così, e che la realtà non è oggettiva, che l'inconoscibile ci circonda minacciosamente, che il medesimo problema può avere mille soluzioni e neanche una.
Chargaff appartiene alla schiera degli scienziati inquieti, preoccupanti, fastidiosi soprattutto per i colleghi. Per loro la scienza non ha prodotto tranquilla sicurezza e non si è trasformata in religione laica n‚ in fonte di serena saggezza da donare al mondo. Forse per questo, pur vantando scoperte scientifiche di prim'ordine, senza dubbio basilari per la scoperta del modello molecolare del DNA, non ha avuto il Nobel e neanche una carriera prestigiosa. Cresciuto nella Vienna dell'inizio del secolo, riconosce come suoi maestri al pensiero innanzitutto Karl Kraus, di cui seguiva tutte le conferenze, poi Kierkegaard, Pascal, Lichtenberg, Kafka, Bernanos. Tutto un itinerario dell'inquietudine, dell'incertezza, un itinerario non rassicurante n‚ giustificante. Basta qualche esempio a dimostrare quanto la sua visione del mondo sia diversa da quella di Medawar.
Sulla verità: "Le domande che poniamo devono muoversi a tastoni lungo la nostra abissale ignoranza sulla natura della vita, e le risposte che diamo possono essere soltanto una distorsione della verità". La risposta dipende dal modo con cui vengono poste le domande, e non è mai, come spera Medawar, la descrizione della realtà. Come dice Bateson, la mappa non è il territorio. L'università, con il suo ottuso specialismo e la caccia ai finanziamenti, ha corrotto la scienza, secondo Chargaff, e obbliga gli scienziati a nascere, vivere e morire senza mettere il naso fuori del proprio campo, con grave danno per la cultura. La verità delle scienze cambia ogni trent'anni, ma mentre domina è un autocrate superzelante, cui si deve obbedire ciecamente per sopravvivere. Quanto all'arte del risolvibile, "l'adulto rimuove spesso ciò che non è possibile comprendere. Attorniato da un eccesso di enigmi risolti, mi colpisce ancora sempre quanto poco noi sappiamo. Sapere e saggezza non sono certo vasi comunicanti e la situazione dell'uno non influisce su quella dell'altra".
Questo "reazionario rosso", come lui stesso si definisce, acido e sarcastico critico dell'America e dell'occidente nei suoi aspetti più deteriori di incultura di massa, questo irritante testimone di un'Europa scomparsa, dove essere un grande chimico non impediva di leggere S. Giovanni della Croce, Kleist, Lamartine o Lenau, lo sentiamo più vicino del sereno, pacato Medawar, anche se forse è solo invidia. Sconvolto dall'avvento del nucleare e dall'ingegneria genetica Chargaff afferma di scegliere la parte dei perdenti: sta con Giuliano l'apostata, con gli albigesi, con Catone, con Thomas M(ntzer. Certo, recita anche lui, come tutti, ma in un ruolo che riconosciamo più vicino a noi. Può apparire pessimista, ma è un pessimismo attivo, creativo, che rifiuta di cedere, di schierarsi con il padrone, quale che sia.
Nel 1824, ricorda Chargaff, la città di Sidmouth venne assalita da un'eccezionale alta marea e le onde travolsero le case distruggendone molte. In mezzo a questa tremenda e irresistibile tempesta si poteva vedere la signora Partington con scopa e zoccoli sulla porta di casa, tutta indaffarata nel tentativo di respingere vigorosamente l'oceano Atlantico a colpi di spazzolone. La lotta era impari: fu l'oceano Atlantico a vincere. Eppure non esitiamo a concordare con Chargaff: non esistono abbastanza persone come la signora Partington; il più della gente è saggia e apprezza l'inevitabile. Non resiste non si oppone. Chargaff si schiera con la signora Partington: nulla è inevitabile, ogni cosa può essere cambiata, in quanto, come dice Bateson, non esiste in sé ma solo in rapporto con altre cose. La realtà non è indipendente da chi la definisce. La verità cambia ogni giorno. La scomparsa di un osservatore privilegiato, l'impossibilità di isolare una cosa dal suo contesto, in una parola la complessità ci sembra oggi l'oggetto della scienza.