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Non è male ma davvero faccio troppa fatica a leggerlo ( forse colpa mia, do quindi un 2 anche a me : comunque anche celine ci mette del suo).
Scrittore ancora molto discusso, Céline può o non può piacere, come quasi tutti gli artisti del resto, ma Céline ha una ragione particolare legata ad una specie di rivoluzione che aleggia nei suoi pensieri e nella sua scrittura. Non è facile assuefarvisi. Sono pensieri di un cinico ostinato e scontento, infatti, quelli che nutrono questo romanzo che, pubblicato nel 1936, segue di quattro anni il “Viaggio al termine della notte”, che lo impose all’attenzione mondiale ed è considerato il suo capolavoro. Autobiografico come il precedente, “Morte a credito” narra alcune esperienze di Céline ragazzo (il cui vero cognome era Destouches), con le quali l’autore ci consegna la sua personalissima e arrabbiata visione del mondo. Spirito irrequieto e anarchico, infatti, non c’era cosa che potesse soddisfarlo. Perfino la sua scrittura risente di questa tormentata, dolorosa inquietudine. Difficile star dietro al suo stile “a balzelloni”, fatto di periodi brevi, anzi brevissimi, sospesi, che saltellano da una considerazione all’altra, da un’immagine all’altra, e impegnano e sfidano non poco il lettore. Si può parlare anche di prosa visionaria in Céline, tutte le volte che l’aggancio con la realtà si rivela semplice pretesto per dare sfogo ad un delirio. Che cos’è, infatti, quella sua “Leggenda”, o meglio che cosa sono quelle sue leggende, che ogni tanto s’interpongono, se non la fuga nel delirio? Esse si scatenano perfino quando il protagonista cerca di farvi resistenza. Céline mi ricorda, nella prima parte, il Lautréamont dei “Canti di Maldoror”, la stessa furia, la stessa visionarietà (anche lui conosciuto con un cognome che non era il suo vero: Ducasse). Quanto più si scende nella miseria dell’animo umano, tanto più la “Leggenda” e il delirio si fanno controcanto, dunque, come se l’immaginazione sia riconosciuta la sola luce possibile sulle brutture della vita. Le malattie, forse, e l’adolescenza trascorsa in un ambiente povero e desolato (“Tuo padre, te n’accorgi da te stesso, è ormai al lumicino!… Quanto a me, sono una d
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