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Descrizione


Il procedimento del "tema con variazioni" trova nella raccolta la più radicale delle attuazioni. Variare, significa per Ramous, far sì che in ciascuna tessera del grande mosaico ritmico semantico nel quale il libro consiste, si instauri un rapporto di segreta, ma assoluta necessità, tra la violenta entità dell'enunciazione e la specificità rarefatta della diversa ipotesi metrica, convocata di volta in volta a pronunciarla come ex voto o ex nihilo e a trasformarla così in un'autonoma epifania sonora.
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Dettagli

1996
1 gennaio 1996
104 p.
9788831763271

Voce della critica


recensione di Fo, A., L'Indice 1996, n. 7

"Per via di sguardo" di Mario Ramous si presenta come un tema con variazioni. La prima composizione propone il nucleo poetico-concettuale del libro.Le successive trenta ne riprendono e sviluppano singoli spunti, ciascuna secondo una diversa forma metrica tra quelle canonizzate dalla nostra tradizione: ballata, sonetto, madrigale, fino alle più rare o astruse, come la canzone ciclica.
Il "tema", di forma libera, si articola in strofe complesse, senza punteggiatura. Per venirne a capo, tocca farne prima una costruzione diretta, come un paziente allievo con quei classici che Ramous tanto bene ha tradotto. E anche così non si resta certi di aver colto davvero ciò che l'autore intendeva dire. Si percepisce più che altro un tono, che è di risentita amarezza, di rassegnazione alla contemplazione di un'esistenza ridotta a termini minimalisti; atteggiamento che a sua volta piega verso un enigmatico nichilismo. Del resto è la parola "nulla" a dominare le pagine di proposizione: "di nulla vi ho parlato", "di nulla vi ho reso conto", "di nulla abbiamo cognizione".
L'intenzione di Ramous sembra quella di posare sull'esistenza uno sguardo che poi si condensi in pensiero.L'io narrante appare sull'orlo di un baratro - la morte -, che non si sa se costituirà rigenerazione o annientamento. Ma prevale nettamente in lui questa seconda opinione: "E se anche dal baratro si potesse / come delfini riemergere un lampo / solo un lampo vi rimarrà negli occhi". Non c'è speranza che si pervenga a conoscere la vera natura delle cose; n‚ il viaggio terreno conduce alla meta dell'esperienza: più si indaga e più le cose appaiono inafferrabili nella loro vera sostanza. Volgersi a contemplare la vita non consola: essa appare al poeta come uno stolido ludo, una sorta di cancrena, un pantano in cui i vivi sono in realtà cadaveri alla deriva.
Di fronte a questo plesso di timbri, il resto del libro appare uno sviluppo in certo senso metafisico, forse secondo il principio che, nello sterile stallo di un'esistenza vana e inconoscibile, l'unica cosa che continui ad avere un senso rimane l'esplorazione formale, l'impegno intellettivo in assetto di variazione astratta, il virtuosismo dello svicolar cangiando.
Improvvise accensioni danno luogo a quella che il risguardo di copertina (eloquente e centrato) definisce "incandescenza espressiva". Ad esempio, nella ballata che Cechov chiamerebbe del "saremo dimenticati" (variatio 1) la riflessione sui rapporti tra estinzione e sopravvivenza nella memoria: "Come se nel suo turbine la giostra / forza avesse d'unire e non smembrasse".
Va qui notato che il libro appare stretto in un paradosso. Chi nega la conoscenza nega a un tempo di poter trasmettere una conoscenza e così facendo si sbarra la via all'espressione proprio nel momento di adire un gesto espressivo e comunicativo. L'autore ne è conscio, ma anche indifferente alle conseguenze: "Così non ha motivo / chi ci è accanto di trarre insegnamento / nulla ho da dire e se anche fossi in grado / di comunicare di nessun conto / sarebbe la parola / e tutta d'angoscia darebbe nota": un autoritratto della raccolta.
Mi sembra che resti lecito a un lettore chiedersi se sia una sfida che la poesia può affrontare impunemente. Ma, anche qui, in che posizione si trova davvero il lettore? Il linguaggio è austero e arroccato in alto, tanto più impervio per torsioni, iperbati e enjambements derivanti dalla tassa metrica.Tentando di orizzontarvisi, sembrerebbe di poter dire che anche il lettore sia qua e là travolto nello sprezzo generale verso il mondo.L'autore se la prende con lui, non pare curi di essere amato, e forse sdegna gli orpelli della gloria.Il motivo è al centro della variatio 21 (in forma di canzonetta), dove di nuovo si oscilla tra aggressione e richiesta di ascolto. Fortunatamente, è attorno a quest'ultimo polo che crescono le parole più leggere del libro, il momento in cui s'intravede il cuore dietro scudo, corazza e maglie di giaco; tanto che le strofette sono finite a esergo in ultima di copertina: "Chiedo che m'ascoltiate /non altro poi gettate/ tutto al vento disperso // e se nelle folate / qualche seme trovate / non tutto allora è perso".
A parte queste e pochissime altre aperture a una dimensione più distesa, la raccolta, nell'algebra del suo virtuosismo metrico, è dura e solenne, dominata dai concetti di "protervia" e "morte". La prima è il gran nemico che svetta tutto attorno, la seconda è a un tempo il baratro imminente e la condizione dei più tra i vivi stessi.La conclusiva "ripresa per apici" del "tema" è lì a ribadirlo.
A proposito di "morte", martellata dovunque, sono ancora recenti le esequie di un poeta tuttora innamorato della vita, Elio Filippo Accrocca. Quel giorno, credo, più d'uno se lo sarà immaginato ancora una volta sorridere, nonostante la circostanza, sotto i baffi; e naturalmente, prima ancora di applicare quella sua lunare epistemologia a santi e gerarchie celesti, tenere in scacco la Signora anagrammandone ironicamente il nome.

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Conosci l'autore

Mario Ramous

(Milano 1924 - Bologna 1999) poeta italiano. I suoi versi (Quantità e qualità, 1968; Macchina naturale, 1975; Dopo la critica, 1984; Interferenze, 1988; Per via di sguardo, 1996) conciliano sperimentalismo e ieratica classicità. È autore di saggi, di traduzioni di poeti latini (Ovidio, Orazio, Tibullo, Virgilio, Catullo) e di un volume sulla Metrica (1984).

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