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Anno edizione: 2026
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Quello che resta, di Simone Capodicasa, fin dalla prima pagina, mi ha riportato al ricordo del libro: La bussola oltre la mappa, forse la bicicletta, l’immagine dell’ospedale, il sentire intimistico del narratore, una miscela di episodi che mi ha catapultato in una dimensione sognante simile al racconto precedentemente scritto, seppur con molti aspetti diversi. Credo ci sia sempre un filo d’argento invisibile che lega le opere di ciascun artista tra loro e qui, io vi ho trovato l’Altra Dimensione, come se questa Altra Dimensione fosse di significativa importanza per il protagonista: Eugenio, che come un ricercatore è sulla via del sapere per comprendere il proprio Daimon. Come in un libro mistico, ho colto un certo tipo di Filosofia, quella che prediligo, che sento più mia, forse è per questo che l’ho saputa vedere, quella Orientale, verta alla conoscenza dell’Io, semmai dovesse esistere questo Io egoico. I personaggi li ritengo tutti protagonisti, in quanto varie sfaccettature di una sola “maschera”, l’ho compreso alla fine il ruolo di ognuno; il racconto è una pedalata continua, a volte ti sale il fiatone e ti viene da arrancare, ma non riesci a mollare nemmeno un secondo i pedali, Capodicasa è bravo a creare suspence, paura, ansia e meraviglia. La scrittura è ritmica, costruita su periodi semplici e chiari, si comprende facilmente ciò che lo scrittore vuole dire, e attraverso la punteggiatura, dosata e mai mancante ne superflua si legge piacevolmente un romanzo che ha tanto da svelare. Lo consiglio a tutti, perché oltre ad essere breve e quindi lo si può leggere in poco tempo, apre il cuore ad un orizzonte infinito di intuizioni su chi siamo davvero. Consiglio allo scrittore di non appendere mai al chiodo la sua bici, poiché essa è uno strumento alchemico che può accompagnare verso una scrittura rivelatrice, il lettore che si trova sia in una profonda crisi, che in un momento gioioso.
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