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UNDP, Rapporto sullo sviluppo umano 1. Come si definisce come si misura, Rosenberg & Sellier, 1992
UNDP, Rapporto sullo sviluppo umano 2. Per una riforma della spesa sociale, Rosenberg & Sellier, 1992
recensione di Ragozzino, G., L'Indice 1992, n. 8
Il senso principale dei "Rapporti sullo sviluppo umano", in via di pubblicazione dall'editore Rosenberg & Sellier, sta tutto nella prima frase del primo volume: "Questo rapporto s'occupa della gente". Chi scrive i rapporti è un'agenzia delle Nazioni Unite, l'Undp (United Nations Development Programme) che ha pubblicato in primavera il suo terzo rapporto (1992) annuale; un volume che arriverà in libreria, tradotto in italiano, in autunno. In questa sede cercheremo di riferire di tutti e tre i rapporti - i due pubblicati e quello atteso - e delle novità che presentano rispetto agli annuari correnti. I rapporti sullo sviluppo abituali (tipici quelli della Banca Mondiale) trascurano proprio la gente. Parlano piuttosto di cose; quanto petrolio e grano e carbone e oro, quante automobili, telefoni, acciaio, e i dollari e le poche (o troppe) calorie e l'energia e la forza lavoro; e, ancora, chi esporta e dove; e i debiti e con chi. Quando si è finalmente stabilito il livello del reddito di ogni paese comincia il tempo dei confronti; se l'insieme sia cresciuto e di quanto, rispetto a un anno prima, se un paese cresca più in fretta o meno in fretta del paese confinante. E così via.
Ogni "Rapporto sullo sviluppo umano" si occupa invece delle persone. Si pone per esempio il quesito se le persone protagoniste siano uomini o donne, descrivendo, forse per la prima volta la sostanziale differenza, lo scarto nello sviluppo umano tra i due sessi (verrebbe voglia di dire: tra le due popolazioni che consistono sullo stesso territorio) nei vari paesi del mondo. Anche la Banca Mondiale, per prendere di nuovo a modello il rapporto sullo sviluppo più considerato ha da qualche anno tavole sulla parte femminile della popolazione; ma sembrano utilissimi approfondimenti sui temi della demografia, di cui le donne sono ormai individuate, da una Banca Mondiale ridipinta di fresco, come uno dei principali input. Le donne come una risorsa, che è utile, anzi indispensabile studiare e conoscere a fondo. Diverso è invece l'atteggiamento dei compilatori dei "Rapporti sullo sviluppo umano"; così essi già nel primo rapporto provano a calcolare il loro indice di sviluppo umano o Isu separatamente per uomini e donne, applicando gli stessi parametri. Risulta che in una ventina di paesi la condizione delle donne è migliore di quella degli uomini. Poi si accorgono, nel corso della preparazione del secondo rapporto, che l'applicazione pura e semplice dei parametri su cui si costruisce l'Isu ai due sessi, separatamente, appiattisce le discriminazioni nei confronti delle donne che invece persistono in molti paesi, anche a massima industrializzazione. Allora, per quaranta paesi di cui esistono i dati, viene ricalcolato l'indice tenendo conto anche dello stato di fatto di svantaggio delle donne a partire dai salari e dalla scolarità. L'indice di sviluppo umano di tutte le latitudini si abbassa di molti percento e alcuni paesi che erano capofila, come il Giappone, vengono relegati a metà classifica e al primo posto sale la Finlandia seguita dalla Svezia, dalla Danimarca e dalla Francia. L'Italia finisce in coda tra i paesi ricchi.
Quella dello sviluppo umano che appare nei rapporti è dunque una scienza in divenire. Da un rapporto all'altro non vi è soltanto un aggiornamento dei dati, o il completamento dell'informazione con nuove tavole; vi è anche un affinamento dei parametri adottati per ricercare i dati stessi e una critica di quanto pubblicato nel rapporto precedente, un tentativo di rispondere alle domande suscitate da quello. E il fatto di non essere una scienza stabilizzata e definita, rende quella dello sviluppo umano ancora più interessante: un percorso nel quale ciascuno può fare delle scoperte; può perfino interagire, dato lo spazio lasciato dall'Undp alle organizzazioni non governative (Ong) sollevando dubbi e questioni con gli estensori dei rapporti (un consulente è Amartya Sen, un altro è Lord Meghnad Desai), nella convinzione che qualche idea giusta passi dalla discussione pubblica al nuovo testo e di qui all'Agenzia sullo sviluppo e poi all'Assemblea dell'Onu e poi... e poi...
La novità base nel calcolo dello sviluppo umano e che è posta al centro del primo rapporto consiste nell'integrare il tradizionale calcolo del solito prodotto nazionale lordo (Pnl) pro capite con altri due valori, legati alla qualità della vita: la speranza di vita alla nascita e l'alfabetizzazione. Il primo dei rapporti ("Lo sviluppo umano / come si definisce, come si misura", pubblicato in originale nel 1990 e in Italia nell'aprile 1992, ha il compito di introdurre il nuovo modo di ricalcolare i paesi e il futuro del mondo, offrendo qualche giudizio sulle politiche. Da questa correzione risulta un indice che scorre tra un massimo di "1" e un minimo di "0". L'indice di sviluppo umano o Isu si costruisce facendo la media di tre indicatori di privazione: alfabetizzazione, speranza di vita alla nascita e Pnl. L'alfabetizzazione va dal 100 (presunto) dei paesi dell'Europa occidentale al 12 per cento della Somalia. La speranza di vita va da un massimo di 78 anni in Giappone a un minimo di 42 anni in Etiopia. A questi indicatori si aggiunge il Pnl pro capite indicato in forma logaritmica per accorciare la scala delle differenze. Il Pnl, in dollari, va da un massimo che corrisponde alla soglia della povertà ufficiale media in nove dei paesi più ricchi, nell'anno 1987, pari a 4.861 dollari e i 220 dollari del Pnl pro capite dello Zaire. Ogni paese "si colloca nel punto appropriato di ogni scala e si calcola la media delle tre scale, ottenendo così il suo indice medio di privazione umana. Sottraendolo da 1 si ha l'indice di sviluppo umano". I valori massimi sono dei paesi più ricchi che hanno anche gente dalla vita più lunga e un'alfabetizzazione - più immaginata che reale - del 100 per cento. L'ordine non rimane però lo stesso del Pnl puro e semplice neppure tra i paesi industrializzati e vi sono paesi come gli Stati Uniti che perdono il loro primato; tanto nel campo della scolarità che in quello della speranza di vita sono nettamente sopravvanzati da altri: così in testa si piazza il Giappone, nel primo rapporto.
Ma le questioni vere non riguardano i primi posti, l'alta classifica. Quello che più conta è che la classifica dei paesi fatta tramite l'Isu rivoluziona quella tradizionale fatta sulla base del Pnl pro capite e utilizzata normalmente nel centro e nel fondo dove si collocano i quattro quinti dei genere umano. Costruendo i due tracciati, uno con i dati relativi al Pnl dei vari paesi e l'altro con l'Isu degli stessi paesi, a partire dai più poveri, risultano due curve abbastanza diverse; l'Isu, che va da 0 a 1, ha un andamento che assomiglia a quello della diagonale di un quadrato, mentre la curva del Pnl, che va dai 200 dollari o poco più dello Zaire agli oltre 20.000 degli Usa sale lentamente, quasi in orizzontale (da un paese del quarto mondo all'altro vi sono poche differenze nel Pnl pro capite), fino a quota 2.000 dollari, poi curva verso l'alto e poi si impenna salendo quasi in verticale. Le due curve che ricordano insieme una D stampatello molto inclinata, sono talmente importanti che sono assunte come simbolo della possibilità dell'lsu di smuovere la politica tradizionale. Già nella rappresentazione grafica vi è l'assunto di una diversa scelta nelle priorità e quindi di una politica diversa; può essere assai più importante, per risalire la classifica (e non si tratta di una classifica secondaria, ma di qualità della vita), migliorare gli standard di igiene e di scolarità, piuttosto che investire in attività industriali per l'esportazione. Non solo, ma vi è anche implicito il suggerimento di puntare verso una serie di scelte, come l'acqua potabile o la vaccinazione infantile, o l'alimentazione di base - progetti dunque autocentrati, controllabili -, piuttosto che forzare un ingresso nel sistema del commercio internazionale e farsi eterodirigere. C'è un confronto esemplare tra Sri Lanka e Brasile che il Brasile perde nettamente, nonostante il suo Pnl più che quadruplo, proprio per l'incapacità di generare dal Pnl qualità della vita minima: speranza di vita, riducendo la mortalità infantile, e alfabetizzazione. E il primo rapporto si conclude con una serie di impegni, di veri e propri appuntamenti per l'anno duemila e un elenco delle scommesse che si possono, si debbono vincere.
Anche il secondo rapporto "Per una riforma della spesa sociale" ha un logo significativo. Si tratta di una serie di quadrati, uno incastrato nell'altro. Il maggiore dei quadrati è il solito Pnl di un determinato paese che come ormai sappiamo, da buoni cultori dello sviluppo umano, è un dato fallace; il secondo quadrato, inscritto nel primo è il "coefficente di spesa pubblica": quanta percentuale di Pnl è rappresentata dalla spesa pubblica? Nella spesa pubblica vi è la sanità, la costruzione delle ferrovie, il pagamento dei funzionari, le pensioni, e anche l'esercito. Che parte di spesa pubblica è destinata ai servizi sociali; qual è il "coefficente di allocazione sociale"? C'è poi un ultimo quadrato, piccolissimo, che rappresenta il "coefficente di priorità sociale", ed equivale alla percentuale di spesa sociale destinata ai problemi umani prioritari. È piccolissimo ma decisivo, perché da lì passa lo sviluppo umano. Per vincere la promessa del duemila, in termini di acqua potabile, di nutrizione infantile, di alfabetizzazione crescente occorre aumentare la percentuale di Pnl dedicata ai problemi umani prioritari; in altre parole, dare spazio al quadratico, allargarne l'area. Con il secondo rapporto si entra dunque nel vivo della lotta. Lo si può immaginare come un elenco di cose da fare, dentro e fuori i paesi arretrati. Per citarne solo una: vi è la descrizione del "dividendo di pace": Il vantaggio che i paesi meno privilegiati ricaverebbero riducendo drasticamente le spese militari.
Vi è poi un notevole corredo di informazioni relative a molti aspetti della vita sul globo, vita che si svolge perlopiù fuori dai paesi industrializzati e lontano dalle città. Si possono leggere gli straordimari progressi realizzati in meno di vent'anni: speranza di vita cresciuta di un terzo, crescita del tasso di alfabetizzazione dal 43 al 60 per cento nel Sud del mondo; e poi il 20 per cento in più di calorie e poi le iscrizioni scolastiche delle donne, aumentate a velocità doppia di quelle degli uomini. E a fianco di questi risultati positivi, quelli definiti come le "perdite": i 12 anni di speranza di vita in meno che il Sud ha rispetto al Nord, oppure i 900 milioni di analfabeti e i 100 milioni di bambini in età scolare, ma senza istruzione; e poi la percentuale di alfabetizzazione delle donne pari ancora a solo due terzi di quella maschile e insieme la mortalità da parto che nel Sud è 12 volte quella del Nord.
Basta girare un paio di pagine e ci si imbatte in un altro grafico che mostra i casi di 10 paesi che mostrano una correlazione positiva (si fa per dire) tra tasso di crescita demografica e minore alfabetizzazione femminile. 5 paesi in cui l'alfabetizzazione femminile nel 1985 è inferiore al 20 per cento avranno tra 1988 e 2000 tassi annui di crescita demografica vicini o superiori al 3 per cento. Mentre altri 5 paesi di reddito non dissimile ma con tassi di alfabetizzazione femminile prossimi all'80 per cento avranno tassi di crescita demografica tra l'1 e il 2 per cento.
Vi è poi un altro indice che caratterizza il secondo rapporto. Si chiama Ilu e riguarda la libertà. Gli studiosi delle Nazioni Unite hanno lamentato che l'Isu "Non include la libertà. Il problema è che è più facile parlare della libertà che misurarla".Così, continua il rapporto, "è stato fatto un primo tentativo di rispecchiare uno degli aspetti più significativi della vita umana: il risultato, per quanto imperfetto, indica almeno la direzione che si potrà intraprendere in futuro". E l'atto di nascita dell'Ilu (indice di libertà umana), del tutto sperimentale e che utilizza 40 indicatori di misurazione della libertà elaborati nella "Guida mondiale ai diritti umani" da Charles Humana. Humana indica, per contare la libertà, 6 forme di "Diritti di..." come quelli di viaggiare, associarsi pacificamente, insegnare e ricevere informazioni 12 forme di "Libertà da..." come libertà da lavoro forzato, tortura, pena di morte, religione o ideologia di stato obbligatoria nelle scuole, censura politica della stampa, nella corrispondenza; 10 forme di "Libertà di..." come libertà di stampa, sindacato, tribunali indipendenti, oppure opposizione politica o uguaglianza politica e legale per le donne o per le minoranze; ancora, 7 forme di "Diritto legale di..." avere un processo pubblico e rapido, presunzione di innocenza, protezione contro gli abusi di polizia, e infine 5 forme di "Diritto personale di..." per esempio di decidere il numero dei figli, praticare ogni religione o l'omosessualità, contrarre matrimoni interrazziali. Naturalmente viene proposta anche una primordiale classifica tra i paesi dei quali esistono dati sulla presenza e sulla mancanza delle libertà. Pochi sono classificabili e già questo è un elemento di riflessione, inoltre la classifica si riferisce ad anni lontani: prima ancora del lontanissimo 1989. Ora tutto è cambiato in molti paesi, soprattutto in tema di li bertà politiche. Le nuove libertà politiche diffuse in tanti paesi d'Europa e di Asia centrale dopo la caduta del blocco sovietico renderanno più rapido il cammino dei paesi alla ricerca di sviluppo economico ed umano? Oppure il dilagare del modello capitalistico, la mancanza di alternative di sistema arresterà il miglioramento?
Il terzo "Rapporto sullo sviluppo umano", datato 1992, quello messo in circolazione nel mondo qualche settimana prima dell'Earth Summit di Rio e disponibile in italiano, nella collana di Rosenberg & Sellier in autunno, è stato molto discusso dalla stampa quotidiana anche in Italia, in modo talvolta opportunistico. Un grande giornale (il "Corriere della Sera") ha per esempio fatto un titolo in prima pagina sul pericolo rappresentato dall'immigrazione, quando il rapporto insiste sui pericoli e sui costi umani delle barriere e delle limitazioni che la rendono difficile. Siccome del terzo rapporto si dovrà discutere approfonditamente al momento della sua comparsa, qui ci limiteremo a solleticare qualche curiosità. Il logo con cui il terzo rapporto si presenta è facile da ricordare. È un calice con uno stelo esilissimo: indica la ripartizione del reddito all'interno della popolazione mondiale. L'83 per cento del Pnl mondiale (i dati son riferiti al 1989) va al quinto della popolazione che sta sopra, nel calice; l'1,4 per cento è quanto ha il quinto della popolazione che sta in fondo allo stelo. Il rapporto è 59 a 1. E la questione imbarazzante è che trent'anni fa, all'inizio degli anni sessanta, il rapporto era 30 a 1. Gli anni ottanta, il "debito" (dei paesi in via di sviluppo), non sono passati invano. E fin qui si parla di paesi, non della gente, perché se si guardasse alla gente, al confronto tra il quinto più ricco e il quinto più povero, il rapporto sarebbe triplicato. Il protezionismo del Nord provoca un impoverimento feroce del Sud, di cui viene indicata una stima prudenziale in 500 miliardi di dollari. Cosa sono a confronto i 50 miliardi di trasferimenti dal Nord al Sud? E su questo vi sono ragionevoli proposte, conteggi sorprendenti, strategie di lungo periodo. Si vedrà.
Il "Rapporto sullo sviluppo umano" non reintroduce la lotta di classe. Il mondo, suggerisce il terzo rapporto, ha un modello politico ed economico prevalente per non dire unico. Impossibile da scalzare, ma lasciato a se stesso, senza correttivi e regolazioni, è distruttivo. Riusciranno i nostri amici capitalisti a tirarci fuori dai pasticci, a consentire uno sviluppo sostenibile, nel senso che possa continuare anche per le prossime generazioni? I dubbi sono piuttosto forti. Il terzo rapporto vuole offrire un'alternativa riformista; vorrebbe che lo sviluppo, umano e sostenibile, continuasse, anche dopo l'inizio del prossimo millennio. Così le basi riformiste non possono che partire dalla critica più radicale e intransigente di tutte le istituzioni internazionali, mondo monetario internazionale e Banca Mondiale in primo luogo, puntelli di un ordine che non consente lo sviluppo sostenibile, tanto meno quello umano e probabilmente neppure lo sviluppo tout court.
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