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Lo scafandro e la farfalla - CONDIZIONE: USATO - BUONE CONDIZIONI / EX NOLEGGIO
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E' un film completamente fallito, perché annega nel suo stesso compiacimento estetizzante e confonde stilizzazione con stile. Bisogna però dare atto a questo sottoprodotto midcult di aver scatenato le fantasie dei criticuzzi più improvvisati (notoriamente amanti delle parole buttate al vento), come dimostra il commento qui sotto.
1) A parte che nel film non c’è nulla della farfalla bensì, semmai, della crisalide (incompiuta, perennemente incompiuta). 2) Comunque sia, questa pellicola costituisce, insieme a “Giove e oltre l’infinito”, alla “cura Lodovico” e forse a “Un Chien andalou”, la principale rappresentazione cinematografica della metafisica schopenhaueriana e quindi la maggior novità rispetto alla consueta filosofia dello sguardo: dal voyeurismo attivo e funesto di opere come “Film” (Beckett/Keaton), “L’occhio che uccide” e “Manhunter”/”Red Dragon” all’esibizionismo attoriale e alla spettatorialità coatti d’una Voluntas che agisce da regista impersonale, occulto e maligno, predeterminandoci nel modo d’una “vis a tergo” pantragista. 3) La dispotica cecità di tale Voluntas neobuddhista rimanda sincretisticamente al millenarismo dell’era del cosiddetto Spirito, ossia al Regno d’una forza arbitraria che “soffia dove vuole […], ma non sai di dove viene e dove va” (Giov. 3, 8). 4) “E gridarono a gran voce: «Fino a quando […]?» Allora fu detto […] loro di pazientare […] finché fosse completo il numero dei […] loro fratelli che dovevano essere uccisi come loro” (Apoc. 6, 10-11). Che tipo di “numero” dev’essere mai completato, “numero” come cifra aritmetica e/o “numero” come “atroce esibizione” (cf. i Joy Division)? 5) Il transito dalla centralità del voyeurismo a quella dell’esibizionismo e infine alla condizione vittimaria d’entrambi i ruoli, succubi pariteticamente d’un regista dominatore, prevaricatore e aguzzino, equivale all’hegelismo: lo spirito oggettivo della messa in scena storica e lo spirito soggettivo della coscienza del fruitore soggiogati da uno spirito “assoluto” che ci sburattina a suo piacimento e come in un mattatoio (“Schlachtbank”). Manco in Hegel risulta che tale spirito abbia connotazioni personali, però la parola “spirito” resta lecita se rinvia al tramonto del materialismo ingenuo e alla fisica ch’è giunta a ipotizzare un concetto d’energia al di là del distinguo tra materia e onda immateriale.
Argutamente sceneggiato da Ronald Harwood (a cui si devono i copioni de "Il Pianista" assieme a quello, assai meno riuscito, de "L’Amore ai Tempi del Colera"), meravigliosamente fotografato dallo spielberghiano Janusz Kaminski, "Lo Scafandro e la Farfalla" evoca tematiche già esplorate e lo fa con tagliente originalità, riecheggiando i motivi di "E Johnny Prese il Fucile" e del più recente "Mare Dentro" con piglio ideologico e sensibilità differenti. A tratteggiare l’ideale cerchio che si chiude, questo "poema degli occhi" pone sul finale la sequenza decisiva del malore in auto del protagonista, ad enuclearne la componente deterministica. Un’architettura drammaturgica abilmente congegnata e sostenuta dalle ispirate musiche originali di Paul Cantelon (lo stesso di "Ogni Cosa è Illuminata") che si affiancano alle canzoni di Tom Waits e Lou Reed, a quelle di Trenet e di altri classici francesi assieme ad alcuni frammenti dell’opera "Napoli milionaria" composta dal sommo Nino Rota. Quest’apologo visionario e narrativamente incisivo si è già aggiudicato il premio per la migliore regia a Cannes 2007 e due Golden Globe (uno per la regia e l’altro come miglior film straniero). Assolutamente da non perdere, disponendosi ad un’immersione filosoficamente sciolta nelle profondità analitiche del cinema d’autore. Preparate i vostri scafandri. Francesco Puma
Recensioni
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