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Traduzioni di Amina Pandolfi e (per il racconto Occhi Felici) Ippolito Pizzetti. Milano, Adelphi Edizioni 1986, cm.13,5x22, pp.233, brossura, sopraccop.fig. Collana Fabula,8.
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Questi cinque ritratti femminili sono accomunati da un senso di solitudine e da una disperazione che vorrebbero vanamente dissimulare. Anche quando l’approccio pare ironico, si arriva a finali trancianti: l’eterna indecisa Beatrix si rifugia nel sonno e trova pace solo nel salone del parrucchiere, ma il semplice cambio di un’inserviente la induce alla fuga in lacrime; la miope Miranda non vuole letteralmente vedere la bruttezza del reale, si muove a spanne in mezzo agli equivoci, ma finisce per sanguinare dopo aver infranto una vetrata/specchio. Elizabeth, protagonista dell’ultimo e più lungo racconto, mostra invece una piena coscienza della propria condizione, riepilogando gli snodi della sua esistenza nell’arco di una serie di passeggiate lungo sentieri che però non la conducono più al lago dell’infanzia. Anche lei non ha mai trovato l’uomo nuovo in grado di amarla e comprenderla pienamente, ma ormai vi ha rinunciato, passando a relazioni a tempo prive di aspettative o pretese. In tutti i racconti gli uomini (fatta eccezione per il padre) fanno una pessima figura: si mostrano ottusi, egocentrici e facilmente manipolabili. L’unico a generare un autentico rimpianto è Trotta, personaggio di ascendenza letteraria che serve all’autrice per fare i conti con la patria, denunciandone il decadimento e dichiarando la propria condizione di estraneità. La scrittura della Bachmann si affida a periodi lunghi e articolati, riesce ad essere avvolgente anche quando pare dilungarsi su dettagli banali. L’introspezione psicologica è la sua cifra evidente e le consente di disegnare figure vivide che lasciano un senso di disagio e inquietudine.
Buon ritmo, ma contenuto praticamente nullo. Ogni suo romanzo, racconto, o poesia è così.
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