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Nadine Gordimer

Traduttore: E. Kampmann
Editore: Feltrinelli
Collana: I narratori
Anno edizione: 2002
Pagine: 271 p.
  • EAN: 9788807016165


"Lei ha ricevuto l'ordine di lasciare il paese più di un anno e cinque mesi fa, ed è sparito, è rimasto contravvenendo alla legge, è riuscito a evadere la legge, si è reso colpevole di violazione della legge sull'immigrazione, ha sfidato gli Affari Interni."

L'intensità, lo spessore, la qualità morale e politica dell'opera di Nadine Gordimer sono indubitabili e le sono valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 1991. Non si può leggere un romanzo di questa autrice sudafricana senza farsi trascinare dalla sua forza interiore e dalla capacità di esporre originalmente ma con grande fermezza le problematiche centrali della società del suo paese. Una scelta di vita che l'ha portata anche a impegnarsi in prima persona per l'attività delle Nazioni Unite nei paesi in via di sviluppo, in particolare per rendere possibile un certo tipo di educazione e di stimolo culturale nei luoghi in cui lo Stato non se ne occupa.

L'aggancio, ultimo romanzo della Gordimer, continua questo lavoro d'indagine letteraria dei temi più importanti che condizionano l'equilibrio sociale sudafricano, ancora ben lungi dall'essere pacificato. Malgrado si tratti dell'opera di una donna ormai anziana (nel 2003 compirà ottant'anni) L'aggancio analizza con puntuale attenzione una società giovane in fermento e un fenomeno piuttosto recente in Sud Africa. Il protagonista è Ibrahim ibn Musa (ma ha assunto il nome di Abdu), un giovane arabo che lavora a Johannesburg (la stessa città in cui Nadine Gordimer vive). Abdu è un clandestino e introduce una tematica ormai molto sentita anche nel paese africano. L'immigrazione illegale, sia che riguardi rifugiati politici sfuggiti alle guerre che uomini spinti dalla miseria, è dunque un problema che coinvolge tutti i paesi economicamente più sviluppati, compreso il Sud Africa, la nazione più ricca di quel continente, circondato da stati poverissimi. Durante il regime dell'apartheid le frontiere rappresentavano una barriera pressoché insuperabile, ma quando finalmente la libera circolazione è stata di nuovo possibile, è partito un flusso incessante di immigrati provenienti non soltanto dall'Africa, ma dall'Asia e dalla Corea. Abdu è uno di questi, un laureato in economia senza speranza che ha trovato lavoro in un'autofficina dove casualmente incontra Julie Summers, una ragazza carina, ricca e bianca, arrivata nel suo garage per un guasto alla macchina. Tra i due nasce l'amore. Lei è stanca dell'ambiente sociale e culturale privilegiato, snob, in cui è sempre vissuta, lui è figlio di tutt'altra realtà, nato e cresciuto in un misero paese africano senza speranza. "All'inizio pensavo di sviluppare la descrizione di un rapporto di tipo affettivo" ha detto Nadine Gordimer in un'intervista che è possibile leggere sulle pagine di Café Letterario "di amore, di sesso fra due persone, dei sacrifici che si impongono quando queste provengono da situazioni molto diverse; ma mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che stavo trattando un problema di portata mondiale. Dico di portata mondiale perché qualunque persona in terra straniera, e in modo ancora più specifico l'immigrato clandestino, porta con sé (o vorrebbe farlo) una parte di quella che è stata e che è la sua ricchezza, per esempio la lingua. In pratica però deve rinunciare a tutto per inserirsi nel nuovo mondo a cui è approdato". E proprio per proseguire in questa analisi dello spaesamento e del ritrovarsi in una realtà talora incomprensibile, la Gordimer ribalta completamente la storia: Abdu viene scoperto dalle autorità e rimandato nel suo paese di origine e Julie decide di seguirlo. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni musulmane talora traumatiche per una donna occidentale; è lei che entra in un paese come estranea e ne viene affascinata. E quando Abdu riesce finalmente ad avere i visti per gli Stati Uniti e con Julie potrebbe partire, ecco verificarsi un evento inatteso, un altro ribaltamento della storia: la donna decide di non partire. È anche in questo anticonformismo narrativo, nelle sue scelte spiazzanti e controcorrente, che si rivela la grande capacità di Nadine Gordimer.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Un branco di predatori intorno alla vittima. È un'utilitaria con a bordo una vivace donna. La batteria l'ha mollata e taxi, automobili varie, pulmini, furgoni e motociclette cercano di avanzare ostacolandosi a vicenda, mentre la coprono di invettive, un ingorgo che si autoalimenta. E muoviti. Maledetta scema. Idikazana lomlungo, le! Lei alza le mani, i palmi aperti, in segno di resa. Gli altri continuano a strombazzare la propria impazienza. La ragazza scende dalla macchina, li affronta. Uno dei disoccupati di colore che segnalano agli automobilisti i parcheggi liberi in cambio di un'elemosina si avvicina sgusciando tra i paraurti, le fa cenno con la testa, "Oka-ay, Oka-ay salga in macchina, avanti!", e mima i movimenti delle mani sul volante. Ne appare un altro, e insieme la spingono in una piazzola di carico merci. Intanto riprende la circolazione. I due restano a osservare la strada mentre la ragazza armeggia in cerca del portafoglio. Il boss della strada dà una rapida occhiata ai soldi che gli ha messo in mano, la cifra è più che adeguata. La ragazza non sa proprio come ringraziarli ecc. ecc. L'uomo sembra quasi contorcersi per infilare i soldi in un paio di pantaloni tagliati per qualcun altro e sorride, già occupato ad avvisare la prossima vettura a caccia di parcheggio. Una donna con un asciugamano a mo' di scialle che troneggia su una cassetta della frutta davanti al suo assortimento di pettini, lamette, pietre pomici, berretti di lana e polverine contro il mal di testa gli grida che dev'essere in giro in una lingua che la ragazza non capisce.

Ecco: avete visto. Ho visto. Quel gesto. Una donna in uno dei tanti ingorghi che sono all'ordine del giorno in città, in qualsiasi città. Non ricorderete l'episodio, né saprete chi è la ragazza.
Io sì, invece, perché a partire da quell'immagine scoprirò - nella forma del racconto - le conseguenze di quella banale disavventura della strada; dove l'avrebbero portata, e come. Le sue mani alzate, aperte.

La ragazza sta percorrendo una strada molto trafficata, un bazar di tutto quello che le leggi e le tradizioni della generazione dei suoi genitori avevano impedito alla città di essere. Sono sempre stati i giovani, incauti e selettivamente tolleranti, a smantellare nei bar e nei caffè le inibizioni del passato. Era diretta nel posto in cui di solito incontrava gli amici e gli amici degli amici, chiunque si facesse vivo. Il L.A. Café. Forse la maggior parte della gente che affollava la strada non sapeva che quelle maiuscole erano le iniziali di Los Angeles; immaginava che fossero la versione abbreviata del nome del titolare, così come l'antiquariato negozio greco all'angolo si chiamava Stavros o Kimon. EL-AY. Chiunque fosse, il proprietario era convinto che quel nome suggerisse agli habitué uno stile di vita vagheggiato, e questi lo associassero al proprio; probabilmente confondevano Los Angeles con San Francisco. Il nome del caffè era una dichiarazione. Un locale per giovani; ma anche un posto dove i vecchi superstiti del quartiere, attempati hippy ed ebrei di sinistra, nonni e nonne dell'immigrazione degli anni venti che non erano diventati ricchi borghesi, potessero sedersi da soli davanti a un caffè. Fuori, in strada, qualche ex contadino impazzito per aver abbandonato la campagna farfugliava e chiedeva l'elemosina. Dal banchetto di un barbiere ambulante il vento riportava il feltro umano di capelli africani sulla terrazza. Prostitute del Congo e del Senegal ai tavolini con la baldanza di reginette di bellezza.
"Ciao, Julie". Mani che la chiamavano, come sempre. Quelli che l'avevano salutata videro un collo e un viso graziosi, di un pallore naturale, arrossato dall'emozione. Bianchi e neri preoccupati per lei. "Ehi, Julie, rilassati, che hai?" C'erano un paio di amici dei tempi dell'università, un giornalista disoccupato che badava alle case abitandovi durante l'assenza dei proprietari, una coppia che dipingeva striscioni per manifestazioni e concerti pop. Ci fu un moto di indignazione: Che merda di città.
"Pensano solo ad arrivare a destinazione..."
Dove mai credono di andare... quest'ultimo commento fu pronunciato dall'accordato, un tipo con una lucida pelata e una buffa chioma di riccioli grigi che ricadevano da dietro le orecchie; era ancora inedito, ma fin dall'infanzia la madre l'aveva dichiarato poeta e filosofo.
"Non c'è niente che ecciti un maschio bianco più della possibilità di umiliare una donna al volante."
"Uno stimolante sessuale per cafoni."
"Un altro ha gridato qualcosa... tipo Idikaza... mlungu... Che significa, 'stronza bianca'? Lo domandò all'amico di colore.
"Be', il senso era più o meno quello. Che schifo di città!"
"Ovviamente, ad aiutarmi sono stati dei neri."
"E dai, volevano l'elemosina!"

Recensioni dei clienti

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    Guia

    14/02/2010 23.54.55

    Nel complesso si legge, a tratti con piacere, ma non mi ha convinto molto. I sentimenti ed i pensieri sono descritti, ma non li ho "sentiti davvero", è come se rimanesse tutto troppo in superficie, come se non si arrivasse al cuore dei protagonisti. Non lo consiglierei, nè lo sconsiglierei; indifferente.

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    manvela

    09/06/2008 21.22.49

    Trama interessante per questo romanzo che indaga l'incontro fra culture e ceti sociali diversi all'interno di un rapporto che nasce dall'istinto sessuale e si trasforma in un sentimento molto forte. Interessante il modo in cui si compenetrano le psicologie dei protagonisti nonostante il persistere di distanze tra loro che assumono aspetti via via mutevoli ma che rimangono in parte incolmabili: Ibrahim insegue tenacemente una realtà che è la stessa da cui Julie fugge e mentre il loro amore li avvolge la consapevolezza delle loro aspirazioni li mantiene divisi... come due liquidi immiscibili trovatisi a condividere un spazio comune delimitato dal loro legame. Meno avvincente a mio avviso la scelta di narrare le vicende in terza persona e commentarle con reflessioni che per quanto profonde e a volte poetiche danno al romanzo una forma poco intimistica, quasi fosse una cronaca dettagliata corredatra di immagini e didascalie. Nel complesso un bel libro ma non mi ha infiammato il cuore!

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    piera

    05/05/2008 21.55.39

    Un libro che fa sognare. Che ti trasmette la purezza e la crudeltà dei sentimenti. La volontà di voler credere di essere diversi, di potercela fare nella sfida con la vita. L'incredulità nello scorgere barriere di classe, di affetto, di possibilità, di fede e cultura. Ben descritti i personaggi. semplicemente avvincente.

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    Stefania

    18/04/2005 14.53.33

    Che dire...? Questo libro è a dir poco fantastico!!! Devo ammettere che durante la lettura di alcune pagine mi sono emozionata al punto di piangere. Descrive in modo chiaro come può nascere l'amore tra due persone apparentemente diverse ma in fondo uguali...non esistono bariere...e se ce le siamo creati...è il momento di abbatterle...

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    Diego

    05/10/2003 13.41.35

    Cape Town, Sud Africa. In una sudicia officina avviene l'incontro tra Julie Summers, bianca, di ricca famiglia, giunta lì per riparare la propria auto, e il nero Ibrahim ibn Musa, meccanico per caso, immigrato clandestino da un paese sperduto dell'Africa. Tra i due nasce una relazione vivamente candeggiata dalla ragazza, perché lei ama andare controcorrente, contro la propria famiglia, vede la sua vita come una continua avventura. Ibrahim all'inizio rimane molto sulle sue, è chiuso nei propri sentimenti, stenta a raccontarle della propria vita e da dove viene. Non apprezza nemmeno molto quando Julie lo invita a far parte del suo gruppo di amici, che ogni giorno si incontrano in un bar a discorrere della vita, dei suoi problemi, dell'uguaglianza tra bianchi e neri, del problema dell'AIDS (di cui un loro amico è affetto). Ibrahim non sa veramente se lei lo fa per amore o solo per mettersi in mostra. Quando però le autorità del posto ingiungono al ragazzo di tornare al suo paese perché hanno scoperto che è un clandestino, Julie decide di partire con lui. Una volta al suo paese, Julie rimane impressionata dalla differenza di usi e costumi della sua famiglia. In un primo momento si sente un'estranea, ovviamente, poi pian piano riesce, con l'aiuto di alcuni componenti della famiglia stessa, ad essere accettata quasi come una di loro. Insegna Inglese ad alcune ragazzine e si dà da fare in quella casa come tutte le altre donne. Ibrahim però non ama il suo paese, vuole qualcosa di più per sé e per la sua Julie. Vuole emigrare negli Stati Uniti, ha già qualche suo parente in quel paese così lontano ma così ricco di opportunità per chi si dà da fare. Dopo vari mesi, finalmente riesce ad ottenere i permessi e quando arriva il giorno della partenza, Julie stupisce tutti perché vuole rimanere in quel paesino. Questo di Nadine Gordimer (premio Nobel per la letteratura nel 1991) è un godibilissimo romanzo sulle diversità culturali che si incontrano. E c'è una domanda che secondo me permea tutta la storia dall'inizio alla fine: f

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    Angela di Guardiagrele

    21/08/2002 17.35.32

    Il ritmo lento delle prime pagine potrebbe indurre il lettore a desistere ..invece all' improvviso ,le scelte adottate , le descrizioni dei paesaggi e l' imprervisto finale rendono la lettura avvincente e piacevole .Leggetelo !!!

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    hillevi

    21/08/2002 14.32.10

    romanzo particolare. lieve eppure profondo, a suo modo sorprendente, perfino i dialoghi non sono convenzionali. la prima parte mi ha lasciata un po' indecisa, non completamente affascinata. Ma il capovolgimento di situazione ha aggiunto un elemento in più, uno scorrere diverso al libro: ecco che tutto rientra in una logica narrativa inusuale. ed alla fine tutto é chiaro, quando il percorso di lui e quello di lei sono compiuti e niente é più al suo posto. molto bello.

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