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Nadine Gordimer

Traduttore: E. Kampmann
Editore: Feltrinelli
Anno edizione: 2003
Formato: Tascabile
Pagine: 270 p. , Brossura
  • EAN: 9788807817700


"Lei ha ricevuto l'ordine di lasciare il paese più di un anno e cinque mesi fa, ed è sparito, è rimasto contravvenendo alla legge, è riuscito a evadere la legge, si è reso colpevole di violazione della legge sull'immigrazione, ha sfidato gli Affari Interni."

L'intensità, lo spessore, la qualità morale e politica dell'opera di Nadine Gordimer sono indubitabili e le sono valsi il Premio Nobel per la letteratura nel 1991. Non si può leggere un romanzo di questa autrice sudafricana senza farsi trascinare dalla sua forza interiore e dalla capacità di esporre originalmente ma con grande fermezza le problematiche centrali della società del suo paese. Una scelta di vita che l'ha portata anche a impegnarsi in prima persona per l'attività delle Nazioni Unite nei paesi in via di sviluppo, in particolare per rendere possibile un certo tipo di educazione e di stimolo culturale nei luoghi in cui lo Stato non se ne occupa.

L'aggancio, ultimo romanzo della Gordimer, continua questo lavoro d'indagine letteraria dei temi più importanti che condizionano l'equilibrio sociale sudafricano, ancora ben lungi dall'essere pacificato. Malgrado si tratti dell'opera di una donna ormai anziana (nel 2003 compirà ottant'anni) L'aggancio analizza con puntuale attenzione una società giovane in fermento e un fenomeno piuttosto recente in Sud Africa. Il protagonista è Ibrahim ibn Musa (ma ha assunto il nome di Abdu), un giovane arabo che lavora a Johannesburg (la stessa città in cui Nadine Gordimer vive). Abdu è un clandestino e introduce una tematica ormai molto sentita anche nel paese africano. L'immigrazione illegale, sia che riguardi rifugiati politici sfuggiti alle guerre che uomini spinti dalla miseria, è dunque un problema che coinvolge tutti i paesi economicamente più sviluppati, compreso il Sud Africa, la nazione più ricca di quel continente, circondato da stati poverissimi. Durante il regime dell'apartheid le frontiere rappresentavano una barriera pressoché insuperabile, ma quando finalmente la libera circolazione è stata di nuovo possibile, è partito un flusso incessante di immigrati provenienti non soltanto dall'Africa, ma dall'Asia e dalla Corea. Abdu è uno di questi, un laureato in economia senza speranza che ha trovato lavoro in un'autofficina dove casualmente incontra Julie Summers, una ragazza carina, ricca e bianca, arrivata nel suo garage per un guasto alla macchina. Tra i due nasce l'amore. Lei è stanca dell'ambiente sociale e culturale privilegiato, snob, in cui è sempre vissuta, lui è figlio di tutt'altra realtà, nato e cresciuto in un misero paese africano senza speranza. "All'inizio pensavo di sviluppare la descrizione di un rapporto di tipo affettivo" ha detto Nadine Gordimer in un'intervista che è possibile leggere sulle pagine di Café Letterario "di amore, di sesso fra due persone, dei sacrifici che si impongono quando queste provengono da situazioni molto diverse; ma mentre scrivevo il libro mi sono resa conto che stavo trattando un problema di portata mondiale. Dico di portata mondiale perché qualunque persona in terra straniera, e in modo ancora più specifico l'immigrato clandestino, porta con sé (o vorrebbe farlo) una parte di quella che è stata e che è la sua ricchezza, per esempio la lingua. In pratica però deve rinunciare a tutto per inserirsi nel nuovo mondo a cui è approdato". E proprio per proseguire in questa analisi dello spaesamento e del ritrovarsi in una realtà talora incomprensibile, la Gordimer ribalta completamente la storia: Abdu viene scoperto dalle autorità e rimandato nel suo paese di origine e Julie decide di seguirlo. Ora è lei a essere completamente spiazzata dalla nuova realtà, a essere guardata con diffidenza, giudicata. È lei che deve capire modi di vita, usanze e tradizioni musulmane talora traumatiche per una donna occidentale; è lei che entra in un paese come estranea e ne viene affascinata. E quando Abdu riesce finalmente ad avere i visti per gli Stati Uniti e con Julie potrebbe partire, ecco verificarsi un evento inatteso, un altro ribaltamento della storia: la donna decide di non partire. È anche in questo anticonformismo narrativo, nelle sue scelte spiazzanti e controcorrente, che si rivela la grande capacità di Nadine Gordimer.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Un branco di predatori intorno alla vittima. È un'utilitaria con a bordo una vivace donna. La batteria l'ha mollata e taxi, automobili varie, pulmini, furgoni e motociclette cercano di avanzare ostacolandosi a vicenda, mentre la coprono di invettive, un ingorgo che si autoalimenta. E muoviti. Maledetta scema. Idikazana lomlungo, le! Lei alza le mani, i palmi aperti, in segno di resa. Gli altri continuano a strombazzare la propria impazienza. La ragazza scende dalla macchina, li affronta. Uno dei disoccupati di colore che segnalano agli automobilisti i parcheggi liberi in cambio di un'elemosina si avvicina sgusciando tra i paraurti, le fa cenno con la testa, "Oka-ay, Oka-ay salga in macchina, avanti!", e mima i movimenti delle mani sul volante. Ne appare un altro, e insieme la spingono in una piazzola di carico merci. Intanto riprende la circolazione. I due restano a osservare la strada mentre la ragazza armeggia in cerca del portafoglio. Il boss della strada dà una rapida occhiata ai soldi che gli ha messo in mano, la cifra è più che adeguata. La ragazza non sa proprio come ringraziarli ecc. ecc. L'uomo sembra quasi contorcersi per infilare i soldi in un paio di pantaloni tagliati per qualcun altro e sorride, già occupato ad avvisare la prossima vettura a caccia di parcheggio. Una donna con un asciugamano a mo' di scialle che troneggia su una cassetta della frutta davanti al suo assortimento di pettini, lamette, pietre pomici, berretti di lana e polverine contro il mal di testa gli grida che dev'essere in giro in una lingua che la ragazza non capisce.

Ecco: avete visto. Ho visto. Quel gesto. Una donna in uno dei tanti ingorghi che sono all'ordine del giorno in città, in qualsiasi città. Non ricorderete l'episodio, né saprete chi è la ragazza.
Io sì, invece, perché a partire da quell'immagine scoprirò - nella forma del racconto - le conseguenze di quella banale disavventura della strada; dove l'avrebbero portata, e come. Le sue mani alzate, aperte.

La ragazza sta percorrendo una strada molto trafficata, un bazar di tutto quello che le leggi e le tradizioni della generazione dei suoi genitori avevano impedito alla città di essere. Sono sempre stati i giovani, incauti e selettivamente tolleranti, a smantellare nei bar e nei caffè le inibizioni del passato. Era diretta nel posto in cui di solito incontrava gli amici e gli amici degli amici, chiunque si facesse vivo. Il L.A. Café. Forse la maggior parte della gente che affollava la strada non sapeva che quelle maiuscole erano le iniziali di Los Angeles; immaginava che fossero la versione abbreviata del nome del titolare, così come l'antiquariato negozio greco all'angolo si chiamava Stavros o Kimon. EL-AY. Chiunque fosse, il proprietario era convinto che quel nome suggerisse agli habitué uno stile di vita vagheggiato, e questi lo associassero al proprio; probabilmente confondevano Los Angeles con San Francisco. Il nome del caffè era una dichiarazione. Un locale per giovani; ma anche un posto dove i vecchi superstiti del quartiere, attempati hippy ed ebrei di sinistra, nonni e nonne dell'immigrazione degli anni venti che non erano diventati ricchi borghesi, potessero sedersi da soli davanti a un caffè. Fuori, in strada, qualche ex contadino impazzito per aver abbandonato la campagna farfugliava e chiedeva l'elemosina. Dal banchetto di un barbiere ambulante il vento riportava il feltro umano di capelli africani sulla terrazza. Prostitute del Congo e del Senegal ai tavolini con la baldanza di reginette di bellezza.
"Ciao, Julie". Mani che la chiamavano, come sempre. Quelli che l'avevano salutata videro un collo e un viso graziosi, di un pallore naturale, arrossato dall'emozione. Bianchi e neri preoccupati per lei. "Ehi, Julie, rilassati, che hai?" C'erano un paio di amici dei tempi dell'università, un giornalista disoccupato che badava alle case abitandovi durante l'assenza dei proprietari, una coppia che dipingeva striscioni per manifestazioni e concerti pop. Ci fu un moto di indignazione: Che merda di città.
"Pensano solo ad arrivare a destinazione..."
Dove mai credono di andare... quest'ultimo commento fu pronunciato dall'accordato, un tipo con una lucida pelata e una buffa chioma di riccioli grigi che ricadevano da dietro le orecchie; era ancora inedito, ma fin dall'infanzia la madre l'aveva dichiarato poeta e filosofo.
"Non c'è niente che ecciti un maschio bianco più della possibilità di umiliare una donna al volante."
"Uno stimolante sessuale per cafoni."
"Un altro ha gridato qualcosa... tipo Idikaza... mlungu... Che significa, 'stronza bianca'? Lo domandò all'amico di colore.
"Be', il senso era più o meno quello. Che schifo di città!"
"Ovviamente, ad aiutarmi sono stati dei neri."
"E dai, volevano l'elemosina!"

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    Silvia

    10/09/2015 15.05.19

    Classica storia di integrazione di una donna occidentale nella famiglia di un uomo arabo. Mi ha molto infastidito lo stile, l'autrice salta continuamente dalla prima alla terza persona e personalmente trovo il fatto snervante. Finale a sorpresa, che lascia aperto un grande interrogativo.

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