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Danilo Zolo

Editore: Feltrinelli
Collana: Campi del sapere
Anno edizione: 2008
Pagine: 181 p. , Brossura
  • EAN: 9788807104381
A Norberto Bobbio quale "punto di riferimento intellettuale e morale", alla sua "lezione di pensatore rigoroso e appassionato nello stesso tempo, attento alle vicende della politica e testimone esemplare di impegno civile", Danilo Zolo ha dedicato questo denso volumetto che raccoglie sette suoi saggi su Bobbio, apparsi tra il 1985 e il 2004 e, in appendice, venticinque lettere inedite di Bobbio allo stesso Zolo. Sia i saggi di Zolo che le lettere di Bobbio ruotano intorno ai grandi temi della democrazia, della pace e dell'ordine internazionale, quasi sempre sollecitati e ancorati alle vicende del presente. Ne risulta un dialogo di grande interesse, dal quale emergono, oltre all'affetto e all'ammirazione di Zolo per il vecchio maestro, convergenze e divergenze, in larga parte corrispondenti, del resto, a quelle che hanno attraversato e attraversano tuttora la cultura democratica italiana. Ovviamente non è possibile segnalare tutte le questioni discusse nel libro. Mi limiterò a ricordarne due, sicuramente assai stimolanti e interessanti anche ai fini dell'interpretazione del pensiero di Norberto Bobbio.
La prima questione riguarda la concezione della democrazia. Zolo critica, nel primo dei suoi saggi che è anche il più recente (del 2004), la tesi di molti commentatori secondo cui la teoria della democrazia di Norberto Bobbio, e precisamente la sua nota "definizione minima", richiederebbero condizioni solo "formali" e sarebbero perciò puramente "procedurali". Sono d'accordo: alle due condizioni relative alla "forma" delle decisioni (il "chi" e il "come") ed espresse dal suffragio universale e dal principio di maggioranza, Bobbio ha sempre aggiunto, per esempio in Il futuro della democrazia, "una terza condizione: occorre che coloro che sono chiamati a decidere o a eleggere coloro che dovranno decidere siano posti di fronte ad alternative reali e siano messi in condizione di scegliere tra l'una e l'altra. Affinché si realizzi questa condizione occorre che ai chiamati a decidere siano garantiti i cosiddetti diritti di libertà, di opinione, di espressione della propria opinione, di riunione, di associazione, ecc.", e che perciò a nessuna maggioranza sia consentito di privarli di tali diritti. È chiaro che questa terza condizione è una condizione sostanziale, relativa ai limiti imposti al "che cosa", cioè ai contenuti delle decisioni.
Ma è proprio Bobbio, contrariamente a quanto suppone Zolo ("sono certo che Bobbio – egli scrive, – mi avrebbe dato ragione"), che non è d'accordo. Nella lettera del 23 marzo 1992, con riferimento a un'analoga interpretazione del suo pensiero già avanzata da Zolo nel suo Il principato democratico, Bobbio rivendica fermamente il carattere formale della sua definizione minima della democrazia. Dopo aver negato che in questa vi sia "anche un riferimento a un contenuto minimo", egli afferma: "I diritti civili non sono il contenuto ma le condizioni dello stato democratico. Il contenuto dipende dalle decisioni collettive che di volta in volta vengono prese con quelle regole". Ma ciò che importa è che di questo "contenuto delle decisioni collettive" non può far parte, come ha sempre detto lo stesso Bobbio, la soppressione dei diritti di libertà: e questa è una condizione, appunto, contenutistica della democrazia. Bisogna insomma ammettere che la tesi del carattere puramente formale della nozione bobbiana di democrazia, pur fermamente difesa da Bobbio, è da tale condizione contraddetta.
La seconda questione riguarda il "pessimismo antropologico" di Bobbio, che Zolo fa risalire alla "duplice ascendenza del realismo e dell'illuminismo" che caratterizza il pensiero bobbiano e nella quale, peraltro, Zolo vede "una sorta di grandioso e non risolto dilemma fra opzioni filosofico-politiche fra loro alternative". Qui è Zolo che vede "una tensione interna al pensiero di Bobbio" ("fra Machiavelli e Kant", fra il realismo appreso da Hobbes e da Weber e "l'universalismo e il razionalismo etico-giuridico di Kant e di Kelsen") che, a mio parere, non esiste affatto. "Le due alternative, quella 'realistica' e quella 'ideale' o 'etica' – dichiara Zolo, – sono secondo me largamente incompatibili tra di loro". Ma questa incompatibilità, tra il realismo delle diagnosi, che spiega il pessimismo di Bobbio, e la "forte istanza normativa" che sempre ha animato il suo lavoro intellettuale, può essere ritenuta solo se cadiamo nella fallacia deterministica nella quale, in effetti, cade Zolo, dell'identificazione o derivazione da ciò che accade di ciò che non può non accadere. È qui che si manifesta la profonda differenza tra il pessimismo scettico di Zolo e il pessimismo di Bobbio. Zolo contesta le istanze normative di Bobbio con tesi assertive, le quali riguardano non già l'impossibilità ma la semplice, contingente inattuazione delle promesse della democrazia; fino a ritenere che "in una prospettiva realistica e pragmatica la sinistra dovrebbe cessare di riferirsi retoricamente ai grandi ideali illuministici e storicistici dell'uguaglianza, della fraternità e dell'emancipazione umana".
Diverso è il pessimismo di Bobbio, che non è mai andato disgiunto dal suo impegno civile in difesa di quegli ideali illuministici e democratici; in nome dei quali, nella stessa lettera più sopra citata, egli rimprovera Zolo di non riuscire, "una volta constatata" la distorsione cui certamente vanno incontro le nostre democrazie, "a trovare un criterio di distinzione tra regimi democratici e regimi totalitari". Gli rimprovera, soprattutto, di non proporre, dopo tante critiche, "alcun modello nuovo", di lasciare "il lettore a bocca asciutta" e perciò "di abbandonare le democrazie al loro destino". Laddove è proprio il rifiuto di ogni determinismo filosofico e di ogni fallacia naturalistica che porta Bobbio a ritenere, come scrisse in una delle sue pagine più belle, che il progresso "non è necessario", ma "soltanto possibile", ma che esso dipende proprio dalla nostra fiducia in questa "possibilità" e dal nostro rifiuto di dare per scontate "l'immobilità e la monotona ripetitività della storia". "Ri–spetto alle grandi aspi–razioni dell'uomo – egli avverte, – siamo già troppo in ritardo. Cerchiamo di non accrescerlo con la nostra sfiducia, con la nostra indolenza, col nostro scetticismo. Non abbiamo tempo da perdere. La storia, come sempre, mantiene la sua ambiguità procedendo verso due direzioni opposte: verso la pace o verso la guer–ra, verso la libertà o verso l'oppressione. La via della pace e della libertà passa certamente attraverso il riconoscimento e la protezione dei diritti dell'uomo (…) Non mi nascondo che la via è difficile. Ma non ci sono alternative". Luigi Ferrajoli