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Anno edizione: 2015
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Un lungo riassunto dal dopoguerra ad oggi, il vissuto , le guerre , le donne, vita vissuta e il tempo che vola via..............
Pubblicato dalla casa editrice L'orma nella collana Kreuzville Aleph che raccoglie opere e autori cruciali per l'immaginario della nuova Europa, "Gli anni" di Annie Ernaux, una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese, non può che ricordare "La Storia" di Elsa Morante. Un affresco autobiografico e insieme cronaca collettiva dal dopoguerra a oggi: "la Liberazione, l'Algeria, la maternità, de Gaulle, il '68, l'emancipazione femminile, Mitterand e ancora l'avanzata della merce, le tentazioni del conformismo, l'avvento di internet, l'undici settembre, la riscoperta del desiderio". Il racconto prende lo spunto da ricordi materiali della propria vita come fotografie e pranzi dei giorni di festa per arrivare a un'indagine non solo esistenziale ma anche sociale e politica. In questo senso, quando la voce individuale si perde nella Storia universale, la "biografia si fa impersonale", e nel passaggio dall'una all'altra e viceversa si definisce nel tentativo di toccare le corde più emotive del lettore. Una scrittura che vuole essere quanto più neutrale possibile, ma che non è sicuramente di facile lettura: scandita dalla doppia spaziatura fra paragrafi, incede per passaggi discontinui nella narrazione ma conta sull'associazione delle idee. Lo stile può essere percepito come freddo, però il distacco si risana nel finale quando l'autrice si sottopone a una conclusiva forza auto-critica...
Partendo dalla sua fotografia di neonata del 1940, Ernaux scrive la propria autobiografia sapientemente fusa con il contesto storico (guerra, privazioni economiche, colonialismo francese). La narrazione si sviluppa con lo sguardo della bambina che diventa donna, con un punto di vista sempre più consapevole della situazione sociale che la circonda. Oltre ad essermi ritrovata nello scorrere degli anni e dei cambiamenti individuali e sociali che risuonano fortemente, ho intercettato possibilità riflessive molto interessanti. A tratti avrei voluto essere francese per conoscere meglio cantanti e autori di quel periodo storico che accompagnano la crescita interiore e sociale di quella ragazza. Scritto benissimo e l’idea del diario ispirato al guardarsi attraverso vecchie fotografie è splendida.
Recensioni
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Finalista Premio Sinbad 2015, Narrativa straniera - Vincitrice del Premio Strega Europeo 2016.
"Tutta la forza critica che chiediamo a un romanzo è qui, in uno dei libri cruciali del nostro tempo" - Corriere della Sera
“Noi che avevamo abortito nelle cucine, che avevamo divorziato, che avevamo creduto che i nostri sforzi per liberarci sarebbero serviti ad altre, noi provavamo una grande stanchezza. Non sapevamo più se la rivoluzione delle donne ci fosse stata davvero. Continuavamo a vedere il sangue anche dopo i cinquant’anni. Non aveva più lo stesso odore né lo stesso colore di prima, una specie di sangue illusorio. Ma quella scansione regolare del tempo che potevamo conservare fino alla morte ci rassicurava. Indossavamo jeans, pantaloncini e magliette come le quindicenni, come loro dicevamo «il mio moroso» per parlare del nostro amante regolare. Invecchiando non avevamo più età.” (pag. 190)
C’è un Noi e poi, più indietro nella memoria, ci sono Loro. Ad occupare tutto lo spazio restante ci sono gli oggetti che della memoria sono l’osceno feticcio. In questa “autobiografia impersonale” le parole e le cose ci piovono addosso come una catastrofe contemporanea. Le parole di cui si serve l’autrice per mettere sulla carta la sua storia ma anche la storia di tutti, raccontata infatti usando la prima persona plurale, arrivano corrosive e di fatto corrodono. La sua è una memoria che non salva la storia, ma che invece l’abbatte, come si fa con un muro, scegliendo di affondare buona parte di ciò che ha vissuto dalla nascita, nel 1940, fino ad oggi.
Annie Ernaux è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese, consacrata nel 2008 dalla pubblicazione dei suoi scritti presso Gallimard. Da quel momento la sua anomala autobiografia ha preso ad assolvere una funzione alta, sociale, divenendo voce collettiva, spirito di coloro che hanno visto l’inizio e la fine di questi anni.
Un romanzo-mondo nelle intenzioni dell’autrice, un libro che ambisce ad essere emblema del passato e che invece, negli inattesi risultati, diventa prova cogente dell’impossibilità di liberarsi della sua presa. Nella dialettica asfittica tra questo Noi, personaggio ricorrente, e le cose che ottundono più che chiarire, chiudono varchi anziché aprirli, leggiamo tutta l’assurda impotenza del presente.
Una scrittura che si può tradurre con un eccesso di immagini e che, come suggerisce Marc Augé, rende impossibile il futuro, si riflette in un romanzo ipertrofico, egotico, che dice senza spiegare nulla.
“La società adesso aveva un nome, si chiamava «società dei consumi». Era un fatto assodato, una certezza sulla quale, se si fosse contro o a favore, non c’era bisogno di tornare a discutere. L’aumento del prezzo del petrolio lasciava interdetti, ma solo per poco, la tendenza generale era quella di spendere, di appropriarsi in maniera risoluta delle cose e dei beni non necessari. Compravamo un frigo a due porte, una dinamica Renault 5, una settimana al Club Hotel a Flaine, un monolocale sul mare a La Grande-Motte. Cambiavamo televisore. Sullo schermo a colori il mondo era più bello, gli interni delle case più invidiabili. Scompariva la distanza che il bianco e il nero instaurava con l’universo quotidiano, del quale era il negativo austero, quasi tragico”. (pag. 72)
Se tutto questo ha fatto uno schermo a colori, molto altro hanno fatto lo yoga, l’omeopatia, la soia, un eskimo blu, Simone de Beauvoir, le boutique, i film, le canzoni e tutte le altre innumerevoli cose che ci piombano addosso leggendo. Un libro che è figlio di questa contemporaneità inutile, tragicamente inutile, come una premonizione che non si avvererà mai, come una poesia vecchissima, persa.
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