Traduttore: L. Flabbi
Editore: L'orma
Collana: Kreuzville Aleph
Anno edizione: 2015
In commercio dal: 14/05/2015
Pagine: 276 p., Brossura
  • EAN: 9788898038169

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    Nika

    01/02/2018 10:58:34

    Mi unisco all'unico commento negativo...l'ho trovato un libro banale, che sfrutta la cronaca di un periodo storico denso accompagnandola con episodi di vita ordinaria. L'Ernaux mi é sembrata piú una spettatrice passiva e conformista, e il libro non mi ha detto nulla che non conoscessi o sapessi giá. Deludente.

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    Pat

    28/01/2017 10:18:06

    Certamente un libro "duro", a momenti di rara crudezza. Eppure mi sembra di avere intravisto momenti di dolore profondo, forse, appunto, indicibile. Nel ripercorre gli anni di Annie Ernaux ho ripercorso anche i miei. Tante affinità e punti di contatto anche se cittadine di due diversi Paesi. Ho apprezzato lo stile di scrittura e i diversi fili che si snodano: il soggettivo, il famigliare, il sociale, lo storico-politico. Lo consiglio in particolare alle donne nate negli anni '40. (Anche alle più giovani, magari capiranno meglio le loro madri.)

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    stefano

    02/11/2016 09:45:14

    Vado controcorrente. Il libro non mi è piaciuto per niente, anzi l'ho trovato odioso in più punti. E' il viaggio della protagonista attraverso le diverse epoche in cui ha vissuto: mescola episodi storici a commenti di fotografie personali in modo assolutamente "elitario" (un po' francese, verrebbe da dire), senza una vera anima.

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    gianni

    24/09/2016 10:29:07

    La memoria della propria vita e la memoria della seconda metà del Novecento, passato e deposto, un secolo molto breve, come le illusioni che la generazione della Ernaux ha nutrito di poter cambiare davvero qualcosa. Bel libro.

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    Cristiana

    28/05/2016 09:57:38

    Un libro per restituire una vita, forse anche la nostra vita in alcune pagine. Un libro che racconta la storia vista "dall'interno" di una persona e raramente questo particolarissimo punto di vista è interessante anche per gli altri; in questo caso lo è, a mio parere, proprio perchè reso con una scrittura assolutamente originale e sapiente.

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    Laura

    20/04/2016 15:52:44

    Libro straordinario di una scrittrice straordinaria.Da leggere e rileggere.Il racconto di anni,episodi pubblici e privati(anche se con quel ''noi'' meno personale dell' ''io'').Tempi e situazioni che la generazione più o meno coetanea della Ernaux ha vissuto,ma non saprebbe raccontare con la stessa asciutta bravura.Più che consigliato.

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    Loris

    02/03/2016 14:18:37

    Questo di Annie Ernaux è un libro che sfugge a definizioni ed etichette, un libro che ha bisogno di tempo per sedimentare ed essere integrato nell'immaginario del lettore. L'autrice lo presenta come un'autobiografia impersonale. Il pronome 'io' è rigettato in favore di un 'noi' che offre una chiave generazionale al racconto degli eventi e dei fenomeni sociologici e culturali che hanno attraversato la Francia e l'Occidente dagli anni '40 agli albori del nuovo millennio. La storia individuale, così come la memoria, si scioglie in quella collettiva, da cui non può prescindere per influenze e condizionamenti. Anche la percezione del tempo muta profondamente: dai racconti di guerra, frutto di esperienze concrete, che rendono conto del passato e si mescolano alle attese sul futuro, si passa al nostro eterno presente mediatico, dove i discorsi vertono su un mondo vasto e multiforme narrato dalla tv e dalla rete. La politica e l'ideologia restano sullo sfondo, legate a momenti specifici come il '68 e le presidenziali. L'esistenza è influenzata dalla visione della sessualità e dal rapporto con le merci, vera forza invasiva che tracima nel culto del corpo. Dal ruolo codificato di moglie e madre si passa all'ambizione della realizzazione di sé e alla ricerca del godimento, a una sorta di adolescenza ritrovata che non abbandona mai il desiderio. In questo vortice senza centro, tutto rischia di andare perso, le immagini e le parole cui ancoriamo l'io si sovrappongono e sfumano. Questo libro, a partire dalle foto descritte nel dettaglio e usate per scandire il flusso degli anni, è il tentativo di dare sostanza al tempo che si è vissuto, lasciandone traccia a chi vorrà ancora volgere indietro lo sguardo.

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Non essere vissuta invano, ecco Ernaux

Pubblicato nel 2008 per i tipi di Gallimard, Gli Anni di Annie Ernaux, edito in Italia da L’Orma (nella traduzione di Lorenzo Flabbi), è un testo letterario anomalo. È infatti difficile definirlo come un semplice romanzo, una fiction tout court, poiché esso è prima di tutto un lungo racconto che va dal secondo dopoguerra fino al primo decennio del 2000, in cui l’autrice accumula una sequenza cronologica di episodi, personali o collettivi, scelti, osservati, analizzati, con l’intento di comprenderne la portata sociologica e al contempo l’influenza nella propria vita. Alla fabula si accompagna l’intreccio della vita della voce narrante a quella degli altri personaggi che affollano la sua memoria.

Sembra di essere dinanzi ad un racconto attorno al fuoco, uno di quelli in cui i padri, o i nonni, narrano ai piccoli gli eventi più significativi della loro vita e nell’atto stesso del narrare cercano di trovare la chiave di senso di ciò che hanno vissuto. Attraverso il ripercorrere delle sue vicende personali, la scrittrice cerca il senso della sua stessa storia e per questa ricerca, Annie Ernaux utilizza un espediente visivo che svolge un ruolo di cerniera del tempo: le fotografie. Con grande maestria descrittiva, la scrittrice dà vita a un album di famiglia con la sola forza evocatrice della parola che descrive: foto ingiallite e a pose fisse, come quelle degli anni ’40, a colori, fino alle digitali, accumulate nei computer con la promessa disattesa di stamparle e rivederle.

Quelle foto scandiscono la vita della narratrice, che con un “noi” è coinvolta nel racconto di episodi privati che si dipanano lungo la Storia collettiva. Le fotografie rinviano a una delle due macrostrutture del romanzo di cui la prima è la memoria personale, ma anche condivisa. Gli Anni diventa allora un lungo affresco di memoria collettiva francese, un elenco di ricordi, di brandelli di immagini, di canzoni, pubblicità, moda e costume, di personaggi famosi, episodi di cronaca, politica, sport, che hanno caratterizzato la storia di Francia, che si sono stratificati nella memoria della narratrice e che funzionano da catalizzatori di ricordi, piccole madeleine paradigmatiche comuni ad altre generazioni di lettori. È così che ad esempio, l’estate della maturità è associata alla «musichetta del Ponte sul fiume Kwai», gli anni della Ricostruzione sono scanditi dalla pubblicità e dai suoi slogan: «i mobili Lévitan sono fatti per durare!» o ancora gli anni della rivoluzione del ’68, associati ai film che sancivano l’emancipazione della donna.

È un’urgenza del raccontare, quella di Ernaux, che parte dai pranzi delle feste degli anni ‘40, quando, dai racconti degli adulti «sbucava dal nulla e prendeva forma il tempo già cominciato»; pranzi che si trasformano negli anni, che perdono la loro vis evocativa ed emotiva e vengono, ogni anno che passa, soppiantati dalla retorica, dove i vecchi testimoni via via scompaiono dalle tavole dei ricordi. Sulla Storia collettiva e quella famigliare, si staglia lo sguardo distaccato della sociologa, che esamina gli eventi come fossero oggetti di studio. In questo senso si può applicare anche a questo romanzo la definizione del genere creato da Annie Ernaux e cioè l’auto-socio-biografia, in cui il privato si mescola al collettivo, dove lo sguardo dello scrittore si sovrappone e si confonde con quello del sociologo, dove le istanze personali traggono linfa dal vissuto comune dal quale ognuno di noi proviene.

Il testo mostra le contraddizioni insite nei cambiamenti, la medaglia e il suo rovescio, il flusso della Storia e i rivoli delle storie della gente comune che non sempre comprende subito la portata dei cambiamenti. È la stessa Ernaux, infatti, a scrivere: «Nel corso dell’esistenza personale, la Storia non esisteva. Eravamo soltanto felici o infelici, a seconda dei giorni». Come quelli del maggio del ’68, non assimilati subito, ad esempio, nelle campagne. Un lavoro faticoso di ricerca di senso che passa anche attraverso un processo di definizione delle cose, dei concetti, dell’epistème di un’epoca. Frasi come: «il progresso era l’orizzonte delle esistenze», o «la religione era la cornice ufficiale delle esistenze», o ancora «la scuola definiva la dignità sociale», «Il silenzio era il sottofondo delle cose e la bicicletta misurava la velocità della vita» traducono il bisogno di dare nome all’universo in cui la scrittrice e i suoi contemporanei sono vissuti. Questo lavoro di ricerca e definizione ha bisogno dell’altra macrostruttura del romanzo: la scrittura. È sempre Ernaux che afferma: «la scrittura […] può captare il riflesso proiettato sullo schermo della memoria individuale dalla storia collettiva». Nei suoi romanzi, ma anche nella lettera L’altra figlia, indirizzata alla sorella morta, l’atto dello scrivere è strutturale al testo, partecipa alla sua costruzione. Sono numerosissimi, ma concentrati soprattutto nella seconda parte, i rimandi alla genesi del romanzo, alla lingua da utilizzare, alle scelte stilistiche che porteranno infine la scrittrice a trovare la forma del suo libro, la quale può sbocciare soltanto da «un’immersione nelle immagini della sua memoria per esporre in dettaglio i segnali specifici dell’epoca».

Tuttavia, per non correre il rischio di un’immedesimazione dettata solo dall’emozione, Ernaux utilizza anche in questo romanzo, come aveva fatto con Il posto, una «écriture plate», la scrittura piana, senza coinvolgimenti emotivi, senza infiorescenze o concessioni a sentimentalismi o eccessi linguistici e formali. Una lingua che però è viva, incarnata e che è anche oggetto metalinguistico di analisi sociologica: il francese neutro della maestra, delle regole, del buon uso della lingua da un lato e il dialetto della famiglia, dei giochi, della realtà, del ciclo delle stagioni, «collegata ai corpi, agli sberloni» dall’altro; la lingua del ’68 che agiva come livellatore sociale di tutte le gerarchie o l’altra lingua, l’inglese, le cui sonorità diverse e le parole «pure» conosciute attraverso le canzoni, private della quotidianità davano «la sensazione dell’aldilà».

Il tempo verbale che conduce il racconto è l’imperfetto «scivoloso» che crea un effetto da bolero, faticoso, che si alimenta dell’interpretazione a posteriori della vita trascorsa: gli eventi si succedono agli eventi, quelli della storia e quelli della Storia, in un crescendo che arriva fino ai giorni nostri con un movimento a spirale che sembra aver fornito una risposta alla scrittrice: la ricerca di Ernaux di una lingua, di uno stile, di una forma, da dare al contenuto del romanzo sono basilari per lei e rispondono ad una precisa volontà che è quella della scrittura come atto politico, come azione sul presente che si traduce in una osservazione della Storia, del fluire del tempo e della sua declinazione nella vita degli uomini. È forse anche il desiderio di eternare se stessa, la sua storia, il bisogno di dirsi di non essere vissuta invano. Il tempo verbale del futuro, che costituisce una sorta di cornice al romanzo, dà il via ad un movimento che comincia con una sentenza: «Tutte le immagini scompariranno» e finisce con un atto di volontà: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo mai più». In questa necessità di trovare la durata bergsoniana, che è tempo della creazione, Ernaux è profondamente debitrice di Proust.

Recensione di Maria Grazia La Malfa

 


Finalista Premio Sinbad 2015, Narrativa straniera - Vincitrice del Premio Strega Europeo 2016.

"Tutta la forza critica che chiediamo a un romanzo è qui, in uno dei libri cruciali del nostro tempo" - Corriere della Sera

“Noi che avevamo abortito nelle cucine, che avevamo divorziato, che avevamo creduto che i nostri sforzi per liberarci sarebbero serviti ad altre, noi provavamo una grande stanchezza. Non sapevamo più se la rivoluzione delle donne ci fosse stata davvero. Continuavamo a vedere il sangue anche dopo i cinquant’anni. Non aveva più lo stesso odore né lo stesso colore di prima, una specie di sangue illusorio. Ma quella scansione regolare del tempo che potevamo conservare fino alla morte ci rassicurava. Indossavamo jeans, pantaloncini e magliette come le quindicenni, come loro dicevamo «il mio moroso» per parlare del nostro amante regolare. Invecchiando non avevamo più età.” (pag. 190)

C’è un Noi e poi, più indietro nella memoria, ci sono Loro. Ad occupare tutto lo spazio restante ci sono gli oggetti che della memoria sono l’osceno feticcio. In questa “autobiografia impersonale” le parole e le cose ci piovono addosso come una catastrofe contemporanea. Le parole di cui si serve l’autrice per mettere sulla carta la sua storia ma anche la storia di tutti, raccontata infatti usando la prima persona plurale, arrivano corrosive e di fatto corrodono. La sua è una memoria che non salva la storia, ma che invece l’abbatte, come si fa con un muro, scegliendo di affondare buona parte di ciò che ha vissuto dalla nascita, nel 1940, fino ad oggi.
Annie Ernaux è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese, consacrata nel 2008 dalla pubblicazione dei suoi scritti presso Gallimard. Da quel momento la sua anomala autobiografia ha preso ad assolvere una funzione alta, sociale, divenendo voce collettiva, spirito di coloro che hanno visto l’inizio e la fine di questi anni.
Un romanzo-mondo nelle intenzioni dell’autrice, un libro che ambisce ad essere emblema del passato e che invece, negli inattesi risultati, diventa prova cogente dell’impossibilità di liberarsi della sua presa. Nella dialettica asfittica tra questo Noi, personaggio ricorrente, e le cose che ottundono più che chiarire, chiudono varchi anziché aprirli, leggiamo tutta l’assurda impotenza del presente.
Una scrittura che si può tradurre con un eccesso di immagini e che, come suggerisce Marc Augé, rende impossibile il futuro, si riflette in un romanzo ipertrofico, egotico, che dice senza spiegare nulla.

“La società adesso aveva un nome, si chiamava «società dei consumi». Era un fatto assodato, una certezza sulla quale, se si fosse contro o a favore, non c’era bisogno di tornare a discutere. L’aumento del prezzo del petrolio lasciava interdetti, ma solo per poco, la tendenza generale era quella di spendere, di appropriarsi in maniera risoluta delle cose e dei beni non necessari. Compravamo un frigo a due porte, una dinamica Renault 5, una settimana al Club Hotel a Flaine, un monolocale sul mare a La Grande-Motte. Cambiavamo televisore. Sullo schermo a colori il mondo era più bello, gli interni delle case più invidiabili. Scompariva la distanza che il bianco e il nero instaurava con l’universo quotidiano, del quale era il negativo austero, quasi tragico”. (pag. 72)

Se tutto questo ha fatto uno schermo a colori, molto altro hanno fatto lo yoga, l’omeopatia, la soia, un eskimo blu, Simone de Beauvoir, le boutique, i film, le canzoni e tutte le altre innumerevoli cose che ci piombano addosso leggendo. Un libro che è figlio di questa contemporaneità inutile, tragicamente inutile, come una premonizione che non si avvererà mai, come una poesia vecchissima, persa.