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Curatore: E. Lupieri
Editore: Mondadori
Anno edizione: 1998
Pagine:
  • EAN: 9788804457770

recensioni di Gianotto, C. L'Indice del 1999, n. 12

Verso la fine del sec. I, un cristiano di nome Giovanni, che si trova sulla piccola isola di Patmos, al largo della costa dell'Asia Minore, di fronte a Mileto, dove probabilmente era stato esiliato a motivo della sua fede e della sua predicazione, è il destinatario di una visione e di una rivelazione, che consegnerà a uno scritto intitolato Apocalisse. Giovanni è "in spirito" e ode una voce imperiosa, che gli comanda di scrivere sette lettere di rimprovero e ammonimento ad altrettante chiese d'Asia Minore. Fatto questo, sempre "in spirito" è rapito in cielo, dove contempla Dio che, sul suo trono, tiene nella mano destra un rotolo sigillato: nessuno, né in cielo, né in terra, né sottoterra, è in grado di aprirlo, rivelandone i contenuti. Questo privilegio è riservato all'agnello, che sta presso il trono divino e porta su di sé i segni dell'immolazione sacrificale. L'apertura dei sette sigilli da parte dell'agnello innesca la prima di tre serie di catastrofi, che rappresentano la punizione divina nei confronti di un mondo idolatra e incapace di pentimento: dopo i sette sigilli è la volta delle sette trombe, che vengono suonate, e delle sette coppe, che vengono versate. Intanto si susseguono diverse visioni simboliche, che illustrano le forze contrapposte in quella che appare come una vera e propria guerra cosmica; il culmine sarà raggiunto con lo scontro finale tra l'agnello, affiancato dai 144.000 che portano il suo marchio, e il drago dalle sette teste, emissa-
rio di Satana, circondato da quelli che portano il suo marchio. La città della bestia, Babilonia, la grande prostituta, è distrutta, e la bestia sopraffatta. Satana è legato in catene e i santi regnano insieme a Cristo per mille anni sulla terra, finché Satana non sarà liberato ancora una volta per l'ultimo scontro, in cui sarà definitivamente annientato. Ci sarà il grande giudizio finale, il cielo e la terra saranno rinnovati e la città santa di Gerusalemme scenderà dal cielo sulla terra, dove trionferà in tutto il suo splendore.
È un frastornante caleidoscopio di scene, personaggi, voci che si susseguono e si rincorrono come in un vortice, e lasciano nel lettore una sensazione di stordimento. Sì, perché il tutto è espresso in forma simbolica, nascosto dietro un velo di enigmi. Qual è il messaggio dell'Apocalisse? Non è pensabile che si tratti soltanto di uno sterile esercizio letterario, di un discorso che si dipana tra scene a effetto col solo scopo di stupire e incuriosire. La rivelazione trasmessa a Giovanni, come era comune nella tradizione apocalittica giudaica, riguarda il piano salvifico di Dio nei confronti dell'umanità, e in particolare la sconfitta definitiva delle forze del male e l'instaurazione di un mondo nuovo. Ma questo sapere segreto non è immediatamente accessibile, perché il visionario, nel consegnarlo allo scritto, lo ha, per così dire, criptato; per coglierlo è necessario conoscere il codice; bisogna possedere la chiave di lettura corretta per poter dare un senso a quel labirinto di simboli, ricomporre in un quadro coerente le innumerevoli scene, le immagini, i personaggi. Ora, se i lettori del sec. I d.C., contemporanei di Giovanni e a lui omogenei dal punto di vista culturale, potevano avere una certa familiarità con questo tipo di armamentario simbolico, per il lettore contemporaneo il senso di spaesamento è senz'altro molto più grande. Che cosa si nasconde dietro al variopinto bestiario dell'Apocalisse? E quale significato hanno i numeri? Che cosa rappresentano i famosi "settenari"? Chi si cela dietro la grande prostituta?
La storia dell'interpretazione di questo scritto dimostra come la tradizione cristiana non abbia mai cessato, nel corso dei secoli, di porsi queste domande, cercando di volta in volta la chiave di lettura che potesse svelare l'enigma di questo scritto. Già verso la metà del sec. II si sviluppa un'interpretazione millenaristica dell'Apocalisse (Giustino, Ireneo e poi Ippolito): ci si attende che il Cristo ritorni nella gloria, al termine di un grande periodo di tribolazione, per instaurare il suo regno millenario su questa terra, insieme con i santi risorti. Altri gruppi, più radicali, ispirandosi alla predicazione di nuovi profeti (Montano), si attendevano la parusia di Cristo a breve termine e spiegavano le tribolazioni dell'Apocalisse con le sciagure del loro tempo; in particolare, pensavano che la Gerusalemme celeste sarebbe scesa fisicamente sulla terra in una località della Frigia. Con il III sec. prende forma quella che sarà la linea interpretativa prevalente dell'ortodossia cristiana, l'interpretazione allegorica (Origene, Metodio), che tende a destoricizzare il testo e, in qualche modo, anche a neutralizzarlo.
L'Apocalisse, infatti, si prestava a essere utilizzata in senso destabilizzante; e, nel corso dei secoli della storia cristiana, ispirò e accompagnò effettivamente numerosi fenomeni di effervescenza religiosa, spesso sfociati in attività politiche e sociali volte a sovvertire, in modo più o meno violento, lo stato delle cose. Si pensi soltanto all'interpretazione di Gioacchino da Fiore, autore nel 1195 di un commento all'Apocalisse che eserciterà un enorme influsso in tutto il Medioevo ispirando movimenti di rivolta antiecclesiastica e antipapale; oppure, per venire a tempi più recenti, alle tragedie di Jonestown (1978) e di Waco, nel Texas (1993).
Questo commento non propone un'interpretazione attualizzante dell'Apocalisse, non cerca di soddisfare la curiosità di chi si domanda con trepidazione che cosa riserverà all'umanità il terzo millennio; piuttosto, seguendo le linee-guida del cosiddetto metodo storico-critico, cerca di condurre il lettore il più vicino possibile a quello che doveva essere il modo di pensare di un giudeo seguace di Gesù di Nazareth nel sec. I d.C., e quindi a capire il testo così come lo poteva intendere un contemporaneo dell'autore. È questo il codice di lettura privilegiato, che, sullo sfondo del mondo, della cultura e della tradizione letteraria del giudaismo del primo secolo, si sforza di dare un significato coerente al testo. In particolare, per "decodificare" i simboli, il commento attinge di preferenza, oltre che al complesso di scritti della cosiddetta Bibbia ebraica, alla letteratura enochica, ai testi di Qumran, alle apocalissi giudaiche contemporanee (Quarto libro di Esdra, Apocalisse siriaca di Baruc). Ma nessuna chiave di lettura, per quanto sofisticata possa essere, riesce a rendere conto di tutto. Le operazioni di interpretazione che pretendono di spiegare ogni cosa il più delle volte non fanno altro che proiettare sul testo le precomprensioni dei lettori di turno. Ma il fascino di un libro sta forse proprio anche in questo: nella sua resistenza a svelare completamente il proprio messaggio alla prima lettura; nella sua capacità di parlare a lettori diversi in epoche diverse, anche se al prezzo di uno sforzo e di un impegno significativi. Da questo punto di vista, l'Apocalisse è senz'altro un libro affascinante, che mantiene intatti, a secoli di distanza, la sua freschezza originaria e un certo alone di mistero.