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Don DeLillo

Traduttore: M. Caramella
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Anno edizione: 2001
Pagine: 102 p.
  • EAN: 9788806156664


"In passato, ha abitato i corpi di adolescenti, predicatori fondamentalisti, una donna ultracentenaria, che viveva di yogurt e, performance davvero memorabile, un uomo incinto. Ma in questa opera la sua arte è oscura, lenta, difficile e a volte tormentosa. E non è mai il tormento grandioso di nobili immagini e ambienti. È un tormento che ha a che fare con me e con voi. Quello che inizia come solitaria alterità diventa familiare e addirittura personale. Ha a che fare con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo."

Scrittore maturato nell'America del secondo dopoguerra (ha esordito con il primo romanzo Americana nel 1971), DeLillo è praticamente coetaneo di un grande autore scomparso, Raymond Carver (1938), e condivide con lui la medesima visione della società americana: amore e odio, passione e disfattismo, con quella parte di pessimismo "cosmico" che rende i loro romanzi spesso senza sbocco e non regala un futuro ai protagonisti.

Questa volta DeLillo si confronta con una storia intimista, minimalista, quasi fantastica e in molti tratti surreale, estremamente differente dai precedenti affreschi della società americana che abbiamo visto in titoli come Underworld. Qui la visione si concentra sul particolare, scompare l'insieme per catalizzare l'attenzione sui singoli personaggi, sulla vita quotidiana, su pensieri e riflessioni rivolti al personale più che al collettivo.

Protagonisti inizialmente un uomo e una donna e la loro vita coniugale, il ménage familiare che, seppure non comune data la professione del marito, regista e poeta, si avvicina a quella di molte coppie occidentali statunitensi e non. Senonché subentra un fatto drammatico: il suicidio dell'uomo, Rey Robles, sessantaquattrenne nato a Barcellona (vero nome Alejandro Alquezar), ma vissuto a lungo negli Stati Uniti. Rey si toglie la vita nella casa dell'ex moglie a New York, molto lontano dalla loro abitazione sulla costa del Maine. La donna, la body artist Laurene Hartke, rimane così da sola, improvvisamente. Metabolizzare questo genere di eventi non è semplice per nessuno, nemmeno per Lauren che cerca di ricostruire la sua vita all'interno della casa comune, affittata ancora per poche settimane. Solitudine e silenzio la circondano, sinché scopre che tra le stanze dell'abitazione si aggira uno sconosciuto. Contrariamente a ciò che ci si potrebbe aspettare, la reazione non è di panico o di rifiuto. Dapprima ne è leggermente spaventata, poi lo accetta indifferente, infine si scopre attratta da lui, quasi inebriata. Come se quella presenza fosse normale, Lauren inizia un dialogo con quel giovane che "le ricordava un insegnante di scienze delle scuole superiori, semi-balbuziente" e decide di chiamarlo con il nome di quell'insegnante: Mr Tuttle. Questa enigmatica figura, capace di trasformarsi come un camaleonte e assumere voce e comportamento di un'altra persona, è forte e indifesa, rappresenta un indefinibile pericolo ma è anche fonte di conforto. Si sviluppano in breve relazioni intrecciate tra le personalità di Lauren, Rey, Mr Tuttle e il ricordo di eventi già vissuti, di immagini già viste, di frasi già dette e gesti conosciuti. Ma Mr Tuttle è la proiezione di un pensiero, la materializzazione del subconscio della protagonista, la registrazione di un passato difficile da dimenticare o una figura reale?

Proseguendo nella lettura diventa sempre più evidente il parallelismo tra questo romanzo e un capolavoro della cinematografia americana: Images di Altman (del 1972). E il discorso torna di nuovo a Carver, di cui Altman è grande estimatore e dai cui racconti ha tratto un altro capolavoro America oggi. Si percepisce tra questi autori una forte affinità di pensiero che si manifesta in una narrazione talora visionaria. Le allucinazioni della protagonista di Images, che vive come reale il sogno e come sogno la realtà e non riesce più a distinguere tra queste due condizioni della mente, si riaffacciano in questo romanzo di DeLillo. Saranno "concreti" i personaggi che Lauren incontra? Là la protagonista era una scrittrice, qui è una body artist. Entrambe abituate alla comunicazione fantastica, alla meditazione, all'introspezione. Per entrambe la professione diventa parziale chiave di volta per una soluzione, per un "finale" che comunque rimane aperto. Come nel film di Altman, la vicenda si trasforma in giallo psicologico. Là in modo più violento, palese, sanguinario, qui in maniera velata, in un crescendo di sospetti, di dubbi, di indagini che compongono il puzzle incomprensibile di una situazione non meno drammatica.

A cura di Wuz.it


Le prime frasi del romanzo:

Capitolo primo

Il tempo sembra passare. Il mondo accade, gli attimi si svolgono, e tu ti fermi a guardare un ragno attaccato alla ragnatela. C'è una luce nitida, un senso di cose delineate con precisione, strisce di lucentezza liquida sulla baia. In una giornata chiara e luminosa dopo un temporale, quando la più piccola delle foglie cadute è trafitta di consapevolezza, tu sai con maggiore sicurezza chi sei. Nel rumore del vento tra i pini, il mondo viene alla luce, in modo irreversibile, e il ragno resta attaccato alla regnatela agitata dal vento.

Quell'ultima mattina accadde che fossero insieme in cucina, e si sfiorassero di continuo per prendere oggetti dagli armadi e dai cassetti, e poi si fermassero al lavandino o al frigorifero l'uno in attesa dell'altra, ancora un po' vischiosi della materia dei sogni, e lei fece scorrere l'acqua del rubinetto sui mirtilli che teneva in mano e chiuse gli occhi per inalarne il profumo.
Lui era seduto con il giornale, mescolava il caffè. Il suo caffè, nella sua tazza. Il giornale lo dividevamo ma apparteneva, senza bisogno di precisarlo, a lei.
Volevo dire qualcosa ma non.
Lei fece scorrere l'acqua dal rubinetto e sembrò accorgersene. Era la prima volta che se ne accorgeva.
Sulla casa. Ecco cosa, - disse lui. - Ecco cosa volevo dirti.
Si accorse che l'acqua del rubinetto diventava opaca dopo pochi secondi. Scendeva limpida e argentea e poi nel giro di qualche secondo diventava opaca e sembrava così strano che in tutti quei mesi e tutte quelle volte che aveva fatto scorrere l'acqua dal rubinetto non si fosse mai accorta di come da principio sgorgasse limpida e poi diventasse non proprio torbida ma opaca, o forse non era mai successo prima, oppure se n'era accorta e dimenticata.
Andò all'armadietto con i mirtilli bagnati in mano, prese la scatola dei cereali e la portò al piano di lavoro, la scatola essenzialmente bianca e marrone, e in quel momento l'aggeggio del tostapane scattò e lei lo spinse giù di nuovo perché ci volevano due scatti per tostare bene il pane e lui annuì distratto dato che era il suo pane tostato, e il burro era il suo burro, poi accese la radio e cercò le previsioni del tempo.
I passeri erano intorno al beccatoio, battevano le ali, si contendevano lo spazio sui posatoi curvi.
Prese una ciotola dall'armadietto vicino, ci versò dentro i cereali scuotendo la scatola, poi sparse sopra i mirtilli. Si asciugò la mano strofinandola sui jeans, provando una vaga sensazione di colore blu e di sbiadito.
Come si chiamava, la levetta. Aveva tirato giù la levetta per tostare al punto giusto il pane di Rey.
Il pane tostato era di Rey, le previsioni del tempo invece erano sue. Le ascoltava alla radio e spesso anche al telefono, all'apposito numero, e a volte andava a mettersi davanti alla casa e scrutava il cielo della costa, assaporava la brezza in cerca di implicazioni latenti.
- Sì, esattamente. So cosa volevo dirti, - disse lui.
Lei andò al frigorifero e aprì lo sportello. Restò ferma, cercando di ricordare qualcosa.
Disse: - Che cosa? - Voleva dire che cos'hai detto, non che cosa volevi dirmi.
Ricordò, i granuli di soia. Attraversò la stanza fino all'armadietto e prese la scatola, poi tenne fermo lo sportello del frigorifero perché non si chiudesse automaticamente. Tirò fuori il latte, rendendosi conto di quello che lui aveva detto e lei non aveva sentito circa otto secondi prima.
Tutte le volte che doveva chinarsi a prendere qualcosa nelle parti inferiori e remote del frigorifero lasciava andare un gemito - non proprio tutte le volte - che sembrava il lamento di una vita. Era troppo snella e agile per provare fatica e gemeva solo per far eco a Rey, identificandosi con lui, Rey, con quel suo modo di gemere così naturale e profondo che la fatica si trasmetteva anche a lei.
Ora che ricordava quello che voleva dirle, lui sembrò perdere interesse alla cosa. Non aveva bisogno di vederlo in faccia per saperlo. Era nell'aria. Era nella pausa seguita alla sua osservazione di otto, dieci, dodici secondi prima. Qualcosa di insignificante. L'avrebbe considerata una specie di umiliazione, sollevare un argomento così triviale.
Andò al banco e versò un po' di granuli di soia sui cereali e i mirtilli. La levetta, la molla, scattò e lui si alzò, andò a prendere il pane tostato, lo portò in tavola, poi andò a prendere il burro, e lei, quando lo vide avvicinarsi, ferma con il cartone del latte in mano, fu costretta a scostarsi dal piano di lavoro in modo che lui potesse aprire il cassetto e prendere il coltellino del burro.
Dalla radio provenivano voci che parlano forse in hindi.

Recensioni dei clienti

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    Vincent

    27/06/2005 10.39.20

    Come la cinepresa che, dopo una lunga e grandiosa panoramica, concentra il suo occhio su un dettaglio del paesaggio, così il grande affrescatore dell'America d'oggi questa volta punta il suo sguardo analitico su una vicenda minimale, enigmatica e rarefatta. Body Art pare procedere come un giallo psicologico che si consuma tra arte e dolore, ma in fondo è una comune storia di fantasmi, che appartiene a tutti noi.

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    Rogopag

    04/01/2002 11.25.11

    L'ultimo libro di Don DeLillo racconta attraverso l'elaborazione di un lutto l'elusività dell'identità personale, l'impossibilità di afferrarla. Lauren, body artist, la quale da vita a performance in cui usa il proprio corpo come un oggetto per superare le barriere della propria identità e riconfigurare se stessa in molteplici modi, si trova dopo soli sei mesi di matrimonio, a dovere improvvisamente affrontare la morte per suicidio del marito Ray. Lauren non si chiede nemmeno una volta quale possa essere la ragione che ha spinto Ray, a un gesto del genere, accetta come un dato di fatto che fosse uno sconosciuto. Cerca di nuovo di afferrarlo, di ritrovarlo, di renderlo presente, e questo lo fa attraverso l'aiuto di un personaggio sconcertante, uno enigmatico individuo (un uomo senza identità), che scopre nascosto in casa. L'uomo potrebbe essere un parto della sua fantasia, e forse lo è, ma non è importante se sia vero o immaginario, nel contesto di un tessuto narrativo costruito come una tela labile in cui la "realtà" rivela la propria inconsistenza, la propria fantasmaticità. Lo sconosciuto misterioso, all'apparenza un minorato mentale (sembra trovarsi in una dimensione parallela a quella in cui gli uomini comunemente vivono), introduce Lauren in un universo alternativo di percezione, governato dalla dislocazione temporale, dalla sua indistinzione, dove il passato si ripresenta nell'evidenza del presente (imita alla perfezione la voce di Ray, la voce di Lauren, ripete parole che essi hanno già detto), dove il futuro sembra già essere profeticamente anticipato. Utilizzandolo come tramite per "ritrovare" il marito, Lauren viene messa a confronto con l'impossibilità di conoscere e comprendere, di sapere con certezza. Ray è un'entità elusiva quanto lo sconosciuto, quanto Lauren stessa. L'uso radicale che essa fa del suo corpo durante gli happenings che la vedono protagonista (il corpo è strumento di metamorfosi sconcertanti), è un modo di mostrare a se e agli altri l'arbitrarietà di ogni convinzione circa la propri

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