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Leonardo Sciascia

Editore: Adelphi
Collana: Fabula
Edizione: 7
Anno edizione: 1988
Pagine: 92 p.
  • EAN: 9788845903182

(recensione pubblicata per l'edizione del 1988)
recensione di Berardinelli, A., L'Indice 1989, n. 2

La vocazione narrativa di Leonardo Sciascia è aggrovigliata e sofferta e aggrovigliata. Non si dispiega per un impulso a seguire il filo di eventi che parlino da sé. Che gli eventi si susseguano secondo una dinamica immediatamente afferrabile e riferibile, e che siano capaci di parlare da sé, Sciascia non lo crede. Nella vita (e nella storia che possiamo cercare di farne) certo qualcosa avviene o è avvenuto. Ma l'evento, più che rivelare, nasconde. Un fatto è un fatto, e un delitto è un delitto (non sarà poi un caso che i fatti che nei libri di Sciascia hanno più corpo e più peso siano proprio i delitti). Ma perché quel fatto è avvenuto, perché e da chi, per quali tramiti, quel delitto è stato compiuto, questo è sempre un problema da risolvere, che richiede passione e acume, e una curvatura caratteriale alla cui celebrazione Sciascia ha voluto dare un contributo costante. Sciascia ha lavorato con impegno alla costruzione del suo tipo di eroe. Ed ora questo eroe trova nel Vice commissario del suo ultimo romanzo l'incarnazione esemplare e più dolorosa. "Il cavaliere e la morte" è in effetti anzitutto un ritratto e un autoritratto. Scrittore sofistico, sempre un po' troppo in punta di penna, affezionato più alle glosse, alle citazioni colte che al ritmo narrativo, Sciascia sembra sempre che si applichi per scommessa letteraria a trasformare in pagine di racconto le sue riflessioni.
Il suo lessico con venature preziose e la sua sintassi ellittica, piena di orgogliose ritrosie e contrazioni mostrano sempre la natura composita, intenzionale, perfino freddamente arabescata della narrativa di Sciascia. Frammentarietà e stilizzazione insidiano la compattezza del tessuto narrativo. Sciascia ha una pericolosa (pericolosa per un narratore) predilezione per le belle frasi memorabili e citabili, sempre un po' corrucciate e minacciosamente sarcastiche, in cui lo scrittore siciliano esprime il suo ispido sentimentalismo dell'onore.
Nei momenti peggiori gli amari ammiccamenti a cui Sciascia si applica creano una manierata mimica di intese virili, fra gente che sa il fatto suo, a cui non la si dà a bere, che dice e non dice, che interpreta tutto come un sicuro indizio, e che diffida più che dubitare.
Anche in questo libro l'invenzione narrativa (che cita per lo più dalla cronaca o dalla letteratura poliziesca) riveste e maschera il desiderio di dire la propria opinione su questo e su quello: sugli ebrei, sul fascismo, sugli uomini di potere, sui giornalisti, sulla televisione, sui bambini, sugli autori più cari, e naturalmente sulla criminalità politica e sulla Sicilia.
Sono poche le pagine che non contengono almeno uno scambio di battute, una penetrante definizione o anche solo un inciso che non si sarebbe tentati di citare. è sicuramente qui, in questo carattere di repertorio di "acutezze" dei suoi libri, una delle maggiori attrattive che Sciascia esercita da anni sul pubblico affezionato dei suoi lettori. La stessa struttura portante de "Il cavaliere e la morte" è un accostamento di citazioni. Da un lato la classica allegoria melanconica e dall'altro il moderno, investigativo, amore per la verità. Malato di un male incurabile e in presenza di un ambiguo delitto politico, il Vice commissario scruta l'allegoria di Durer. Arredare con una celebre stampa di Durer la mente di un commissario di polizia è una bella idea, ma è anche una bella pretesa. Di buone idee (di interessanti trovate) ce ne sono sempre nei libri di Sciascia, e qui non mancano: l'idea di un'organizzazione sovversiva Figli dell'Ottantanove che viene fatta nascere dal nulla, per altri fini da quelli commemorativi e rivoluzionari, dal vertice del potere economico e politico. L'idea che la verità la troviamo nei rifiuti, nell'immondizia. L'idea spaventosamente apocalittica (ma in questo caso di tratta di un visione 'in limine mortis' più che di un'idea) per cui gli innumerevoli e buoni cani che ci teniamo nelle nostre case e nelle nostre città si metteranno all'improvviso a riscattare il proprio destino di schiavi divorando i nostri bambini. Eccetera.
E il potere (il Presidente) che compie i propri delitti dove e come più gli fa comodo, e poi non solo li copre, li occulta con il nome di fantomatici e grotteschi gruppi eversivi, ma questi gruppi li evoca, li provoca a nascere dal nulla. Sono i delitti reali e del tutto logici di questo potere a creare le caricature della Rivoluzione con i suoi delitti rivoluzionari irreali e illogici. è questo il brutto scherzo, lo scherzo peggiore di cui si parla nel libro. Il Potere crea la realtà attraverso le comunicazioni di massa. Resta però l'impressione che sia davvero molto difficile fare letteratura raffinata e colta parlando di delitti politici italiani e di mafia. Questa pratica dell'omicidio non merita le sottigliezze di Sciascia, un po' troppo nobilitanti. La narrativa italiana ha sempre stentato molto a trovare il modo più semplice, diretto e congruo per raccontare con verosimile approssimazione la nostra società e la nostra politica, e Sciascia è un esempio di questa difficoltà.
Senonché ad un certo punto del libro, la china autobiografica si fa ripida, prende il sopravvento, relega l'intrigo poliziesco e politico in un angolo. È come se il racconto uscisse da se stesso, e il suo movente si mostrasse nudo senza artificiali coperture. Il diario di Sciascia, così, non è più un diario mascherato da qualcos'altro. Tra il Vice commissario di polizia e l'autore la sovrapposizione diventa così precisa, che Sciascia sembra cominciare a dimenticarsi della macchina che ha avviato. Negli ultimi capitoli c'è il meglio del libro. Quasi l'esigenza improvvisa di un altro libro, a cui resta poco tempo e poco spazio per esprimersi.
Il narratore si abbandona a rappresentarsi la propria morte, la propria agonia, il proprio lento abbandono del mondo attraverso la descrizione della malattia mortale del suo Vice. Il giallo serve di nuovo alla fine a mettere punto alla storia. Ma è solo un espediente, come la malattia è un espediente della vita, crudo e casuale, per congedarsi da se stessa.